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1966 - La festa "de sos bajanos" e il parroco di Chiaramonti, 3a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 09 Settembre 2009 20:24

Con la risposta del corrispondente della Nuova Sardegna alla replica del parroco apparsa sul giornale qualche giorno avanti, concludiamo il racconto di quanto è avvenuto in paese, quarantatre anni fa, in relazione alla cosiddetta "Festa de sos bajanos".

Per la cronaca, diciamo che, nell'anno successivo, la celebrazione dei festeggiamenti in onore di San Francesco Saverio è ripresa nel rispetto della tradizione; e cioè con in programma anche le funzioni religiose.

Purtroppo, da qualche tempo quella festa non la si celebra più. E non ne conosciamo il perché.

Ecco la nota apparsa sulla Nuova Sardegna del 6 Settembre 1966. (c.p.)


Signor Direttore,

scorrendo le righe della lettera che il mio reverendo parroco ha inviato a 'La Nuova', in un primo momento mi sono chiesto perché un umile pastore abbia voluto ancora soffiare sul fuoco di una polemica che, almeno a Chiaramonti, poteva considerarsi ormai conclusa. Anche se non felicemente.

Poi ho pensato che, in fin dei conti, anche i reverendi parroci sono uomini come me e perciò soggetti agli scatti d'ira, alle intemperanze e a tutti quei difetti che sono appannaggio dei comuni mortali.

Quindi mi sono domandato: chi ha organizzata la festa dei giovani? Non certo io, che non sono stato eletto a far parte del Comitato e che, per di più, sono stato assente dal paese (in vacanza in Spagna n.d.r.) proprio nel periodo in cui era in atto la fase organizzativa della festa stessa.

E allora, posto che non sono stato io il responsabile della manifestazione, anche perché i giovani organizzatori erano tutti all'altezza del loro compito, come mai il reverendo Parroco vuole a tutti i costi prendersela con me, tirando in ballo scuse da quattro soldi e attribuendomi parole che non ho scritto? Si è forse lasciato trasportare da risentimenti personali; oppure la lettera è stata concepita in un momento di particolare depressione o sconforto?

Io preferisco optare per questa seconda ipotesi, per la tranquillità della coscienza di chi l'ha scritta.

Comunque, consenta il reverendo Parroco a un cronista, sia pure saltuario (certe persone danno fastidio tutti i giorni! Io almeno... di tanto in tanto), di fargli osservare che se le redini dell'organizzazione della festa le avesse avute in mano il sottoscritto, la funzione religiosa si sarebbe celebrata senz'altro, secondo la tradizione e lo spirito che ha sempre animato gli organizzatori. Si, questo posso affermarlo con certezza! La festa religiosa ci sarebbe stata anche a costo di far recedere don Dettori a più miti consigli, com'è successo in una data che poi non è tanto vecchia e che egli ricorda molto bene.

E ciò, non per fare dispetto all'uno o all'altro, ma unicamente per rispettare quello spirito religioso e quelle tradizioni popolari a cui tutti siamo affezionati.

A Chiaramonti, fino a qualche anno fa, si celebravano diverse feste popolari. Ebbene, il nostro pastore, col suo modo di fare e con le sue eccessive e inaccettabili richieste, ha fatto si che, finora, è rimasta in piedi soltanto la festa "de sos bajanos". Ma sono certo che, presto o tardi, egli riuscirà a farla scomparire. Eh si!, perché, di questo passo, il comitato per la festa dei giovani andrà a far compagnia a quelli di San Matteo, di San Giovanni, del Carmelo ecc., di cui non si sente più parlare da anni.

O forse anche quelli, come i giovani, non hanno rispettato le disposizioni sinodali? Eppure il sottoscritto non ha avuto modo di partecipare alle riunioni di quei comitati e, quindi, di influenzarli con le proprie direttive.

E poi, perché tirare in ballo la trafila che la prassi e la legge richiedono in simili occasioni, dal momento che il Sinodo diocesano è un comodo paravento che don Dettori tira fuori quando gli fa piacere e, quando no, lo lascia cadere nel dimenticatoio?

A riprova di ciò, potrei citare le feste degli anni passati, comprese le due ultime edizioni della festa di San Matteo, quando i giovani, con buona pace del parroco e del Sinodo diocesano, ebbero la possibilità di "battere ritmicamente i piedi sull'asfalto" (spiritosa la definizione, vero?) fino alle due del mattino.

Ma allora nessuno mosse un dito per condannarli, dal momento che gli organizzatori delle manifestazioni erano persone, per un verso o per l'altro, capaci di fare ragionare il parroco.

E allora, come la mettiamo? Si era in difetto allora, oppure adesso? La verità, signor Direttore, è che è scomodo adeguarsi alla volontà della maggioranza; e lo è soprattutto per chi assolve il suo compito con i paraocchi che gli impediscono di guardarsi attorno e di constatare che il medioevo, vivaddio!, è finito da un pezzo!

Le istituzioni democratiche, oggi, hanno confermato alle pecorelle quella dignità che gli veniva riconosciuta ed esaltata dal Vangelo. Il rispetto di tale dignità esse esigono, a buon diritto, anche e soprattutto nei loro rapporti col pastore.

Quindi, se i giovani di Chiaramonti, fra le imposizioni del parroco e le presunte direttive del sottoscritto optano per queste, la colpa non è mia; ma di colui che, in tanti anni di apostolato, non è riuscito a conquistarne la fiducia e la simpatia. Ritengo, perciò, che la lezione di quest'anno sia servita a don Dettori e mi auguro che egli, in futuro, voglia tendere la mano anche a chi gli mostra solo un dito.

Un'ultima cosa. Lasci don Dettori le polemiche giornalistiche ai cronisti abili e anche a quelli saltuari. Esse, infatti, mal si addicono a chi quotidianamente predica il perdono, la comprensione, la carità, etc. etc.

Carlo Patatu - Corrispondente da Chiaramonti

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Novembre 2012 00:18
 
Commenti (1)
Ruffiani di turno
1 Giovedì 17 Settembre 2009 01:08
N. Scanu/RM
Leggendo quanto riportato nei tre articoli, devo dire di non condividere l’atteggiamento assunto dal parroco. All’epoca ero una bambina e benché ricordi qualcosa legato all’anno '66, gran parte di ciò che accadeva in paese in quegli anni mi sfugge. Ricordo però che le “CONTROVERSIE“, se così possono essere definite, tra il pastore della chiesa e i giovani del paese erano all’ordine del giorno.


Sbagliare è umano e, sbagliare, per un pastore, all’epoca significava, contrariamente all’insegnamento di Giovanni Bosco, allontanare i giovani dalla chiesa e dalla “SEDE” luogo di ritrovo dei giovanotti in paese... Io sono una credente e, nel corso della mia vita, ho purtroppo notato che alcuni parroci, specialmente in quegli anni, amavano farsi circondare di giovani informatori e quanto questi riferivano era creduto, anzi era legge e chi ne pagava le conseguenze era proprio chi se ne stava tranquillo per i fatti propri. In poche parole, all’origine c’era sempre un ruffiano di turno che riferiva esclusivamente ciò che più gli faceva comodo pur di accaparrarsi la simpatia del pastore.


Veramente assurdo!!


Un saluto cordiale.


N. Scanu/RM

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