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Piangiamo sul latte versato PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 13 Febbraio 2019 21:38

Anche a Chiaramonti i pastori hanno fatto sentire la propria voce, con una manifestazione pubblica improntata alla sobrietà e al buon senso – Latte, formaggio e ricotta gratis per tutti

di Carlo Patatu

Stamattina ho presenziato alla manifestazione promossa dal Comune a sostegno dei nostri allevatori di ovini. Pur consapevole del peso scarso della mia presenza, ho ritenuto mio dovere stare vicino a chi difende il proprio lavoro e un patrimonio consuetudinario d’interesse rilevante.

Sono stati tanti ad accogliere l’invito del Sindaco a sospendere in paese ogni attività fra le 10 e le 12 per confluire nei giardini pubblici e scambiarsi opinioni, anche contrastanti, su quanto, in questi giorni, accade nella nostra Sardegna. Inoltre la giornata primaverile intiepidita da un sole splendido ha facilitato le cose.

Tutto si è svolto senza atti e comportamenti improntati alla violenza. Alcuni pastori, invece che riversarlo per terra, hanno preferito distribuire gratuitamente il latte ai presenti. Quanto ne volevano. Inoltre, collocato un paiolo su un fornellone a gas, hanno prodotto formaggio e ricotta, che un po’ tutti, con vero piacere, abbiamo gustato ancora fumanti. Dal produttore al consumatore. Non mi accadeva da quando, ancora bambino, frequentavo la pinnetta di nonno Pulina.

Ho visto in televisione altre forme di protesta inscenate dai pastori: blocchi stradali, bidoni di ottimo latte sparsi per le strade, assalto alle autobotti dei caseifici con scarico forzoso del latte per terra. Insomma, la fantasia non è mancata. Il grado di esasperazione della categoria è giunto ormai al punto critico, pertanto le esagerazioni e gli atti di violenza non sono mancati. Tant’è che la protesta ha avuto risonanza nazionale e l’imminenza delle elezioni ha costretto persino il Presidente del Consiglio e qualche ministro a prendere posizione. E a promettere.

Eppure vedere quel latte candido e denso sparso sul piano viabile delle strade mi ha rattristato non poco. Chi, come me, ha ascendenti di cultura agro-pastorale, sa bene quanta fatica e quanto sacrificio stanno dietro ogni goccia di quel ben di Dio. Ebbene, vederlo riversato con gesto sprezzante, irato e, per di più, accompagnato dagli applausi dei presenti, non ha mancato di stringermi il cuore. Siamo giunti a questo punto? All’extrema ratio che, per farci ascoltare, c’induce a gettare per strada un alimento così prezioso?

Fatti i conti, i pastori hanno ragione da vendere. I sessanta centesimi ricavati da un litro di pecorino è meno di quanto essi spendono per produrlo. Meno di quanto ricavavano quarant’anni fa. Pare un controsenso, ma è così.

Sull’argomento, stamattina ho letto sulla Nuova un bell’intervento sottoscritto da docenti e ricercatori della Facoltà di Agraria dell’Università di Sassari. I quali ammoniscono gli allevatori a non fare da soli, ma a ricorrere a chi sa, se intendono stare sul mercato con i profitti che la loro attività deve avere. Il settore del latte ovino, sostengono quegli esperti, è in espansione in tutta Europa. Il prodotto è ricercato e riscuote molto successo. Tant’è che in altre regioni italiane, come pure in Francia, Spagna e Grecia spunta quote ben più alte e remunerative che in Sardegna.

Dunque non esiste un problema di saturazione del mercato, fatto salvo il Pecorino Romano. Il consumo dei prodotti lattiero-caseari ovini è in crescita in tutto il mondo, segnatamente quelli freschi e a breve stagionatura. Vero è che le aziende casearie private operanti in Sardegna sono fra loro più coese e, volendo, possono anche fare cartello. Conoscono le oscillazioni del mercato e si comportano di conseguenza.

Sull’altro versante, le cooperative, che pure lavorano i due terzi del latte prodotto nell’isola, sono come tante piccole repubbliche marinare. Ciascuna naviga per proprio conto, felice soprattutto quando riesce a spuntare un prezzo di vendita del proprio prodotto più alto rispetto ai vicini di casa. A Chiaramonti di cooperative ne avevamo due, una delle quali contava 480 soci. Entrambe hanno fatto una brutta fine, andate in fallimento per l’incapacità di chi le amministrava. Soci allevatori che erano bravi a produrre latte di qualità, ma non lo erano altrettanto quando avevano a che fare con i commercianti, con l’apparato aziendale e coi libri contabili.

In breve, e ne ho fatto esperienza amara durante il mio mandato di Sindaco (1970-1975), la categoria dei pastori riesce raramente a darsi un assetto unitario. I pastori sono soli quando contrattano il prezzo del latte, soli quando acquistano mangimi e fertilizzanti. Lo sono pure quando vendono il prodotto, generalmente di qualità ottima. Un’antica maledizione impedisce a questa gente di operare nel segno dell’unità e della concordia. Il che, in un mercato governato dalla globalizzazione, produce gli effetti deleteri che abbiamo sotto gli occhi.

Da qui discende l’esigenza di disporre della collaborazione preziosa di chi ha pratica di mercato e di commercio, invece che affidarsi alla buona sorte e sperare che le stagioni delle vacche grasse prevalgano su quelle delle vacche magre. Questo cambio di passo è indispensabile, se si vuole che il comparto dell’allevamento ovino continui a vivere con la dignità e la considerazione che merita.

La cultura della collaborazione e della mutualità, come pure dell’unione che dà forza, oggi dovrebbe essere più facile da coltivare, rispetto al passato. Sono sempre più numerosi i giovani che curano le aziende ereditate da nonni e genitori. Si tratta di ragazzi che hanno compiuto gli studi superiori e anche universitari. A loro va rivolto l’invito a unirsi e a decidere insieme il da farsi. Sia nella fase di contrattazione per la vendita del latte e del formaggio prodotto, come pure nell’effettuare gli acquisti dei generi indispensabili per mandare avanti le aziende.

Gli aiuti erogati da Regione, Governo e UE sono palliativi che aiutano appena a sopravvivere. Il pastore, invece, deve battersi per vedere riconosciuta la validità e la dignità del proprio lavoro. Ma in battaglia non ci si può andare in solitudine. La storia degli Orazi e dei Curiazi dovrebbe insegnarci qualcosa.

I politici, specie se in campagna elettorale, fiutano il vento e promettono, promettono e promettono. Poi… passata la festa, è gabbato lo santo.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Febbraio 2019 01:28
 

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