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Chiaramontesi lontani: in memoria di Giovanni Accorrà PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Venerdì 13 Marzo 2009 14:03

Scomparso, dopo breve malattia, in un ospedale di Sassari, Giovanni Accorrà aveva poco più di 83 anni. Era un ateo dichiarato. I familiari e gli amici, pertanto, gli hanno organizzato un funerale laico, così com'esso aveva disposto in una dichiarazione sottoscritta davanti a un pubblico ufficiale. E non mancando di sottolineare che voleva essere cremato. Le sue volontà sono state rispettate puntualmente e per intero.

A me, suo compaesano e amico, è stato chiesto di ricordarlo brevemente, nel cimitero di Castelsardo (suo paese di residenza), Mercoledì 4 Marzo scorso. Accanto alla sua bara circondata dai familiari, parenti e amici, non senza commozione, ho improvvisato quel che segue.

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Poche parole per salutare un amico, un compaesano. Mi verrebbe da dire, pensando al Marc'Antonio di Shakespeare, che io non sono qui per elogiare Giovanni. Giuanneddu lo chiamavamo noi suoi compaesani. Intanto perché non aveva la stazza di un granatiere; e poi per distinguerlo da altri Giovanni Accorrà: a Chiaramonti ce ne'erano diversi, tutti più grandi di lui per età. Ecco perché per noi era Giuanneddu e così è rimasto ancora oggi.

Dicevo che non sono qui per elogiarlo; ma sono qui per seppellirlo, per accompagnarlo all'ultima dimora; come credo siate qui tutti voi. Anche perché, come diceva Shakespeare, "il male che l'uomo fa vive oltre di lui; il bene sovente viene seppellito con le sue ossa". E così sarà anche per Giovanni, come sarà per altri e sarà così per tutti noi.

Poche parole per dire che cosa? Intanto per dargli atto della sua coerenza. Noi oggi celebriamo un funerale laico. Nei nostri paesi, nei nostri piccoli centri (e a questi voglio accomunare anche Castelsardo, sebbene abbia l'appellativo di città), funerali di questa natura destano sempre, come minimo, una certa curiosità; imbarazzo, anche, nei familiari e nei parenti dello scomparso. Ma le volontà degli individui vanno rispettate fino in fondo. È, questo del rispetto delle volontà, un tema molto dibattuto, oggi, anche per altre vicende, per altre questioni. E così dev'essere per lui.

Il papa Benedetto XVI, nella sua enciclica "Spe salvi facti sumus", ha detto che chi non ha fede non ha speranza; che la strada della speranza può essere battuta soltanto da chi ha la fede. Noi diciamo, invece, che la fede non ce l'ha soltanto chi crede in un Dio, qualunque esso sia. Una fede ce l'ha pure chi in un Dio non crede. E ritengo che questo sia il caso di Giovanni, il caso di tanti di noi. Perché anche lui ha avuto una propria fede, così come ce l'ho io e ce l'hanno tanti come lui....

Giovanni ha avuto fede nella capacità dell'uomo di ragionare, di lottare, di mostrare sensibilità nei confronti della gente povera, della gente misera, dei disabili, dei deboli, di quelli che sono senza lingua, che sono muti, che non possono parlare, non possono lottare. Anche questa è fede. Una fede coniugata con l'utopia. Quell'utopia che ci fa sognare di poter vedere un mondo diverso da questo che stiamo vivendo e che lui ha vissuto. Un mondo nel quale la giustizia sociale che andiamo inseguendo, da tanti anni, è molto difficile da conseguire. Ma non per questo dobbiamo cessare di perseguirla; e non per questo dobbiamo stancarci di lottare per raggiungere un tale traguardo. Ecco, quindi, che la sua fede Giovanni l'ha avuta. L'ha avuta credendo nella capacità dell'uomo di elevarsi da solo, con l'uso della ragione, delle proprie forze, con la lotta. Con tutto quello che l'uomo possiede in termini di patrimonio genetico, di patrimonio intellettuale e culturale, con la propria intelligenza.

È un fatto, dunque, che Giovanni ha avuto una propria coerenza sino alla fine. E ciò non è cosa facile, badate. Perchè ognuno di noi, ma è nella natura dell'uomo, nasce rivoluzionario, trascorre gran parte dell'esistenza cercando di arrangiarsi in qualche modo, per poi invecchiare restandosene attaccato alle cose del passato. Ognuno di noi è stato rivoluzionario, da giovane. Da anziano poi, rendendosi conto di dover fare i conti col tempo che passa e con gli acciacchi che incombono, scorgendo la grotta buia che gli si spalanca davanti, ebbene può accadergli di mutare atteggiamento. Perché, diciamocelo, nessuno, anche avendo il sostegno robusto della fede, può sapere con certezza dove andrà a parare dopo la morte. Giovanni, al contrario, è stato coerente fino in fondo. Ciò può essere dispiaciuto a taluni. Però, come dicevo prima, bisogna sempre rispettare la libertà, la volontà degli individui.

Ma questo suo modo di pensare, questo suo modo di vivere la vita non è nato all'improvviso; non è nato stamattina alle nove. È invece il frutto di tutta una sua esperienza di vita. Giovanni è partito giovanissimo da Chiaramonti. Era un ragazzo. Probabilmente è partito nei primi anni Cinquanta o giù di lì; perché io me lo ricordo soltanto vagamente da giovanottello. È andato a stabilirsi a Genova, dove ha lavorato per oltre quarant'anni all'Italsider. Come operaio prima, per poi concludere come quadro. Ha partecipato alle lotte sindacali e alla battaglia politica in una città come Genova, dove di lotte operaie ce ne sono state tante e molto dure. Dove, praticamente, la presenza della Sinistra, che lui ha privilegiato e nella quale ha militato, era molto forte, molto robusta. Le lotte operaie in fabbrica erano, allora, un qualcosa di palpabile; che si poteva toccare con mano. Gli operai si vedevano, a quel tempo. Si facevano sentire; i colletti azzurri, così detti per distinguerli dai colletti bianchi; e cioè dagli impiegati nelle fabbriche.

Anche là, Giovanni non è stato alla finestra. Non è stato a guardare, ma è stato una componente attiva: nel posto di lavoro, nel partito. Era iscritto al PCI ed è stato anche un lottatore, un uomo che non si è arreso. Mai.

Sua moglie Assunta, così come impone anche il Codice Civile, lo ha seguito fedelmente a Genova. Poi, quando si è conclusa l'esperienza di lavoro, è stato lui a seguire la moglie e si è stabilito qui a Castelsardo. È diventato castellanese; ma non si è mai dimenticato di essere chiaramontese. Tant'è vero che a Castelsardo voi gli avete insegnato tante cose, ma non lo avete mai convinto a parlare il castellanese. Giovanni ha sempre parlato il chiaramontese. A dispetto di quanti gli facevano rimarcare che, a Castelsardo, taluni non lo capivano. Mi sarebbe piaciuto, oggi (e molto anche), poter pronunciare queste brevi parole in sardo. Ma mi trovo in una platea nella quale il sardo logudorese dai più non è parlato e da qualcuno può non essere capito. Ecco perché ho scelto di parlare in lingua italiana; per essere sicuro di essere inteso da tutti.

A Castelsardo, naturalmente, non poteva starsene in ozio, da "giubiladu", come diciamo noi; e cioè da pensionato, continuando a vivere tranquillo coi frutti della pensione, insieme ad Assunta e ai suoi familiari. Anche qui è stato parte attiva della comunità. Infatti si è messo subito in contatto con le cellule del PCI che erano qui e delle quali è stato un componente attivo. È stato un segretario amministrativo molto parsimonioso, quando si trattava di spendere i soldi del partito. Come non lo è stato con i propri, che invece cacciava fuori facilmente. Ma quelli del partito no. Era un problema convincerlo anche a tirar fuori pochi euro per comprare una lampadina o qualcosa del genere. Era un amministratore oculato e severo dei beni degli altri. Con i propri era un altro discorso: il suo atteggiamento era decisamente diverso, più liberale.

Inoltre, Giovanni è stato anche, e voi lo sapete meglio di me, il primo segretario anglonese della lega dei pensionati della CGIL. Anche qui, naturalmente, si è dato da fare in favore di chi (e i pensionati sono fra questi) non ha più potere, non ha più forza contrattuale, non può lottare come coloro che vivono attivamente il mondo del lavoro.

Ecco, questa, in sintesi, è stata la sua vicenda umana e politica. Non gli è stata concessa la gioia di avere figli. Per questo si è attaccato molto ai nipoti. Ai quali ha voluto un gran bene. E con i quali ha sempre avuto un rapporto molto, molto confidenziale e molto fraterno, più che paterno. Uno di questi, compare Giovannino, mio carissimo amico e mio coetaneo, ricordo che, trovandoci insieme nel giorno dei festeggiamenti per la ricorrenza delle nozze d'oro dello zio (mentre nella circostanza Giovanni faceva omaggio di una rosa rossa a tutte le signore e con una bisaccia a tracolla distribuiva agli ospiti caramelle e cioccolatini; "alla sarda", diceva; perché certo tocco di sardità e di sardismo lo manifestava sempre), ebbene, il mio caro amico mi ha detto: "Compa', uno zio come questo, chi non ce l'ha se lo deve proprio inventare...". Perché, effettivamente, lui è stato una componente importante, in ambito familiare.

Non ha mai dimenticato Chiaramonti, dicevo. Tant'è vero che, e ciò probabilmente sarà dispiaciuto ai macellai di Castelsardo, lui la carne se la comprava regolarmente a Chiaramonti. Ogni Sabato. Diceva che era migliore, più saporita. Ma io non ci credo. Ciò sia detto senza fare offesa i nostri macellai. Di sabato veniva in paese perché, io credo, gli piaceva incontrare la gente, perché gli piaceva offrire un caffé agli amici. Perché, vedete, era cosa difficile riuscire a pagargli un caffé. Io ci sono riuscito, qualche volta e di straforo, facendo un cenno sottecchi al barista. Era un generoso, Giovanni. Era persona che amava dare agli altri. Aveva fatto degli amici, dei conoscenti, dei compagni di partito e di quelli del sindacato la sua famiglia, la ragione più importante della sua vita.

Ogni sabato era per noi usuale vedere spuntare il sidecar con Giovanni in sella, a guidare in una maniera che pareva d'altri tempi, col suo casco tutto rosso. Il sidecar e la motocicletta anch'essi rigorosamente di colore rosso. Ma anche quando è passato alle quattro ruote la sua macchina era rossa. Perchè ha voluto manifestare visibilmente, anche all'esterno, quelli che erano i colori cari al suo cuore, che erano la sua bandiera. Che non abbandonava mai e che, anzi, portava sempre con orgoglio. Come pure quei baffoni stile Peppone da bassa ferrarese o padana. E che ci ricordavano... a me ricordavano un po’ zio Antonio Maria, suo padre, che i baffoni li aveva anche lui. Ma, sicuramente, io credo che a lui ricordassero quelli di Stalin, il "piccolo padre".

Anche Giovanni, come me e altri della Sinistra, ha vissuto e patito tante delusioni; ha visto cadere utopie e miti insieme al muro di Berlino e ad altre vicissitudini che hanno portato alla disgregazione della nostra Sinistra. Tante volte ne abbiamo parlato. Ebbene, tali vicende, in chi come lui e come altri, si è battuto nelle piazze, nelle sezioni, nei sindacati, nei partiti e così via, sicuramente hanno lasciato una traccia profonda nel cuore.

Ma a noi, cara Assunta e cari amici, piace continuare a pensarlo così: allegro, coi suoi baffoni, sorridente. Come quando veniva in paese, cercando d'imbrogliarci, in qualche modo, per avere la gioia di pagare lui il caffé; salutandoci sempre con molto affetto. E sempre in sardo. Ricordo che si era fatto stampare, in sardo, i biglietti da visita per l'arrivo dell'Euro, come pure per la celebrazione delle nozze d'oro e per il compimento dei suoi "primi ottant'anni".

Ricordo, a questo riguardo, che gli avevo regalato un mio libro, nel quale avevo raccolto le cronache del dottor Giorgio Falchi, un filantropo chiaramontese vissuto a cavallo dell'Ottocento e del Novecento. Ebbene, un bel giorno, venuto in paese, mi ha portato la fotocopia di una pagina di quel libro. Nella quale, guarda caso, il Falchi parlava male dei preti. Giovanni me l'ha consegnata dicendomi: "Devi farmi una cortesia; devi tradurmi il testo in sardo". Questo accadeva all'incirca un anno fa. Io gli ho promesso più volte di provvedervi; ma, per la verità, non ho mai onorato l'impegno. E me ne dispiace. Di fronte alle sue insistenze, gli ho pure detto: "Senti, perché non ne parli con mio fratello Tore, che in queste cose è più bravo di me? Io il sardo lo parlo correntemente e d'abitudine; ma non lo so scrivere in modo corretto". Ebbene, la sua risposta è stata: "No! Tuo fratello scrive un sardo colto, 'de iscola'. Tue lu deves iscriere in su sardu chi faeddo deo". In breve, il sardo che parliamo a Chiaramonti.

A me piace ricordarlo così. E così credo che dovreste ricordarlo tutti voi, Assunta, i parenti, i nipoti e tanti altri. Perché Giovanni ha vissuto una vita intensa, una vita operosa, una vita che, io credo, non è stata inutile e che è stata spesa non soltanto a coltivare gli affetti familiari, ma anche gli affetti sociali, rivolti soprattutto ai suoi compaesani e a tutti coloro che gli sono stati vicini.

Con questi sentimenti, io concludo stringendolo insieme a voi in un abbraccio affettuoso.

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Novembre 2017 10:13
 
Commenti (3)
Un ricordo di tiu Giuanne Accorrà
3 Lunedì 16 Marzo 2009 20:57
Ottavio Soddu

 


Ho conosciuto tiu Giuanne in occasione della Conferenza Mondiale dell'Emigrazione Sarda nel mondo, era il 1982 a Nuoro. Gli dissi che lui, abitando a Genova, era quasi in Sardegna. Mi rispose che sentiva la lontananza da Chiaramonti come una ferita che non guarisce mai.

Mi colpirono la sua preparazione politica e il suo militantismo, sicuramente anche perché ne condividevo le idee. Mi disse di andarlo a trovare, alla prima occasione di un mio passaggio a Genova, cosa che feci molto volentieri. Mi venne a prendere alla stazione, con la sua moto. Abitava dopo l'aeroporto di Genova, a ponente della città. Non vi dico la mia paura, in groppa alla sua due ruote, nel caotico traffico della Riviera, nonostante i suoi inviti a stringermi a lui e piegarmi a seconda dell'inclinazione della strada.

Ci scambiammo per molto tempo messaggi, dove eprimevamo le nostre opinioni sulla situazione politica degli anni Ottanta e Novanta. Conservo di lui un bel ricordo.

Caro Carlo, se puoi, porgi, a nome mio, le condoglianze più sentite alla sua famiglia.

Ottavio SODDU Mons (B)

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Non mancherò di farlo alla prima occasione. Saluti a te e ai chiaramontesi di Mons. c.p.

Ricordando "tiu Giuanne" Corrà
2 Sabato 14 Marzo 2009 20:33
Mario Unali

 


Caro Carlo,

dovevo esserci all'ultimo saluto de "tiu Giuanne", ne fui impedito da un imprevisto. Lo vidi l'ultima volta, provato e triste  a casa del fratello appena defunto. Cosa insolita per lui, che faceva festa con tutti, sempre.

Potrei anch'io arricchire l'aneddottica che lo riguarda; lo faccio mandandoti una foto, col sidecar rosso, che ci ritrae insieme. Senza la sua moto non pare manco lui!

Mario

P.S: gli dedicai una paginetta sul mio sito nel 2007, se la fece stampare per mostrarla con orgoglio a tutti, puntualizzando che gliela avevo fatta io, un amico del suo paese: di Chiaramonti. (clicca su http://www.archeologosardos.it/ - Archivio News: "Giuanne Corrà - Il Che), pagina 138)

 

Grande commozione per Giovanni
1 Venerdì 13 Marzo 2009 20:40
Tore Patatu

 


Caro Carlo,

 il tuo discorso in occasione della morte di “Giuanneddu Corrà” mi ha commosso. Le tue parole sono state dettate dal cuore, ma anche da una lucida analisi razionale. Giovanni era proprio così, entusiasta e generoso, coerente e fermo nelle sue decisioni, sardo fin nel più remoto angolo della sua anima. Quando sono andato in camera mortuaria a rendergli omaggio, ho detto a voce alta: "Oggi è morto un grande lavoratore e un grande compagno”.

Io sono stato a lungo in corrispondenza telefonica ed epistolare con lui quando era a Genova. Oltre alle idee politiche, ci accomunava l'amore per le cose sarde e per la musica etnica. Lui amava più di me anche la musica classica ed arrivava al punto di spedirmi per posta dischi che registravo e gli restituivo prontamente. È successo varie volte. Allora ho imparato ad apprezzare anche la sua puntualità. Una volta che tardai a rispedirgli indietro il disco, me lo fece notare, con tanta affettuosa delicatezza.

Io e mia moglie fummo tra gli invitati alle sue nozze d'oro e ricordo molto bene la grande festa organizzata per l'occasione, tutta, dal menù del pranzo, all'intrattenimento avvenuto dopo, caratterizzato dalla sardità, bertuledda compresa. Aderendo a questo schema da lui fortemente voluto, cantai ai simpatici “sposini” un'ottava benaugurale, improvvisata, secondo l'antica tradizione sarda, ignorando la presenza di Crostoforo, un poeta professionista, direttore artistico del gruppo folcloristico di Fonni, invitato alla festa, il quale rispose alla mia poesia. Ne venne fuori una mini gara poetica, molto simpatica, che lui apprezzò molto. Posseggo la videoregistrazione completa della festa che conservo molto gelosamente.

L'ultima volta che lo vidi, era sotto Natale, fu ad una conferenza sulla letteratura sarda tenuta a Castelsardo e lui era venuto per ascoltare il suo paesano. Appena finita la mia relazione, dovetti scappare perché avevo un altro impegno a Putifigari. Uscendo dalla sala del castello, dove si svolgeva la conferenza, me lo trovai davanti e mi accompagnò alla macchina. Nel salutarmi, mi porse un regalo dicendomi: "Questi cioccolatini sono per tua moglie e la tua bambina. Auguri”. E mi abbracciò. Ed è con l'emozione di quell'abbraccio e con la commozione intensa procuratami dalla lettura del tuo discorso, che porterò con me il suo ricordo . . . indimenticabile.

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