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Romagliettes e pabassinos PDF Stampa E-mail
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Giovedì 16 Aprile 2009 21:46

di Salvatore Patatu

Far pervenire il romagliette a una ragazza attraverso la finestra, la notte della vigilia di Pasqua, non era impresa semplicissima, anzi...
Le difficoltà  da superare erano parecchie e si imparava a superarle con l’esperienza, magari dopo alcune delusioni e insuccessi clamorosi. Innanzitutto bisognava procurarsi i fiori. È vero che la tradizione voleva che si depositasse il mazzetto de bascu prelevato dal letto di morte de Nostru Segnore, dopo avergli baciato amorevolmente i piedi.

Ma l’iniziatore di questa tradizione doveva essere ferreamente, (così prevedevano i tempi) e fermamente monogamo e fedele ad una sola ragazza. Già ai miei tempi, invece, si soleva corteggiare molte ragazze e, di conseguenza, si avevano molte 'clienti'; per cui, un mazzetto solo non poteva bastare.

Baciare i piedi a Gesù era un’operazione veloce, e, per quanto uno fosse svelto, non poteva in alcun modo prelevare più di un mazzetto. Si poteva ripetere l’operazione più volte, ma era rischioso, in quanto le consorelle e sa priorissa, che dirigevano le operazioni, ci avrebbero individuato subito. Bella ’irgonza, se ci beccavano. Ai giardini pubblici c’erano dei magnifici tulipani e delle profumatissime rose, ma nessuno di noi si azzardava a toccarli; sia per l’educazione ricevuta, sia per l’amore che avevamo allora per i beni del paese (magari fosse così adesso) e sia, anche, perché i fiori ”pubblici” erano facilmente individuabili. Si correva il rischio di prendere una grossa contravvenzione, previo verbale stilato dalla guardia e, cosa ancora più antipatica, essere additato  al pubblico ludibrio. ”I fiori dei giardini non si toccano”, era la regola.

 

Si andava, quindi, a rubarli nei giardini e negli orti privati, posti nelle vicinanze del paese, i cui padroni, sapendo della ricorrenza, si mettevano in guardia, o la facevano fare al cane, solitamente  molto feroce ed arrabbiato e, soprattutto, ben addestrato ad azzannare i polpacci dei corteggiatori, infischiandosene dei romaglietti e dell’antica tradizione. Ricordo benissimo il piano di battaglia per rubare i fiori dalla vigna di signor Pinuccio Bajardo. Io e Claudio Fois siamo andati a fare chiasso davanti al cancello d’ingresso in via San Giovanni (ora via Della Resistenza), dove prontamente arrivò il cane lupo a ringhiare; sembrava volesse azzannare il mondo intero. Mentre la belva era impegnata con noi davanti al cancello, compare Cibolla entrò nella vigna dalla parte de Sas Murighessas, più o meno nel punto dove insiste ora la casa di mia sorella Ida, e saccheggiò letteralmente le aiuole, cogliendone una quantità enorme. D’altronde, eravamo in tre, con numerose 'clienti' da accontentare.


Risolto il problema dei fiori, si andava a casa a preparare le dediche, i mazzettini, i foglietti,  personalizzati per ogni ragazza, a seconda delle predilezioni della stessa. Contestualmente si preparava il progetto esecutivo, che doveva essere curato nei minimi particolari, se si voleva riuscire nell’intento. Bisognava considerare e prevedere le mosse e le contromosse, prendere le misure e le contromisure. Ogni ragazza aveva come minimo uno o due fratelli, i quali, a loro volta, erano impegnati nell’operazione romagliette. La prima cosa da fare era evitarli, tentando di sapere dove andavano a parare coi loro fiori e i loro messaggi.

C’era poi la greffa che si divertiva a togliere dai davanzali delle finestre i mazzetti già depositati. Tu rischiavi di fare sforzi immani per far pervenire il tuo mazzetto col languido messaggio e questo andava a finire nelle grinfie di uno sconsiderato e scriteriato, il quale sapeva anche che eri stato tu a scriverlo ed era pronto a vantarsene sghignazzando in piazza e nei bar del paese. Anch’essi, infatti, avevano preventivamente svolto un lavoro di spionaggio e di intrighi per sapere dove andavi a parare tu e ti seguivano, aspettando il momento propizio per colpirti, come fa il cacciatore con la preda predestinata. Le greffe dunque erano tutte in lotta senza quartiere una contro l’altra; ci comportavamo come i capponi di Renzo: ci facevamo la guerra tra noi, ci spiavamo, consumavamo energie e sonno per combatterci, mentre i carabinieri combattevano contro di noi. E, se ti beccavano, non erano molto teneri, in quanto ti sequestravano il corpo del reato e ti appioppavano anche una contravvenzione per schiamazzo notturno. Io ne presi una ai tempi del brigadiere Solero. I carabinieri pattugliavano le strade per via della paglia che veniva depositata davanti ai portoni delle ragazze ritenute altezzose (pazosas).


Comunque, la frenesia era tale che non si poteva rinunciare. Il gruppo, solitamente composto da tre o quattro elementi, era formato tenendo conto delle abilità dei singoli componenti. Uno doveva essere molto agile, per gli approvvigionamenti; uno molto veloce e l’altro doveva essere bravo a scrivere i pensierini. Io, naturalmente, mi occupavo di quest’ultima incombenza.  Anche il mio gruppo, prima di deporre i nostri mazzetti, cercava di prendere quelli degli altri. In questa operazione, in paese, erano bravissimi Alì Babà (Mimì Malta), Malleddu e Claudio Fois, che arrivavano fino a raggiungere le finestre del terzo piano, prelevando romaglietti scagliati con precisione e ritenuti al sicuro.

Ricordo ancora i pensieri contenuti in qualcuno di questi che abbiamo tolto. Un romagliette dedicato a una ragazza che aveva le gambe storte diceva. ”Elena, (Il nome è di fantasia), non rammaricarti; una rosa è bella anche se ha lo stelo storto”. E un nostro amico che amava Pecos Bill ed i film western: ”Elena, ti amo come il fulgore dell’Arizona”. Alla figlia di un pastore che produceva un ottimo formaggio:

"Elena, una spina di rosa  pungente
il mio cuore trapassa di maggio.
Sei un fiore bello ed aulente
sbocciato nel miglior formaggio".


Per completezza d’informazione devo dire che i summenzionati romagliettes, ritenuti eccellenti, su mia proposta, sono stati rimessi al loro posto. Successivamente, abbiamo indagato sulla loro paternità, operazione non troppo difficile, viste le premesse.


E i papassini e gli altri dolci? Mamma ne faceva in grande quantità e aveva la capacità di conservarli fino all’inizio dell’estate, preservandone anche la fragranza, la friabilità ed il sapore originali. Aveva brevettato un sistema geniale di conservazione, che funzionava meglio del sottovuoto. Ordinava con grande delicatezza i dolci dentro grossi barattoli di vetro, quelli delle ciliegie sottospirito, e li sistemava nella parte bassa di un canterano, il cui sportello era chiuso a chiave,  gelosamente custodita in un luogo inaccessibile. Sopra i due sportelli del canterano, però, c’erano due cassetti privi di chiave, dove mamma conservava roba di poco conto ed importanza. Togliendo del tutto uno dei due cassetti, si accedeva facilmente al vano sottostante del mobile e, quindi, ai vasetti contenenti i dolci. L’operazione si compiva quando mamma andava in chiesa. Ognuno per proprio conto, io e Carlo, introducevamo un braccio, svitavamo il tappo, prendevamo un solo dolce e rimettevamo tutto a posto. Mamma vedeva diminuire i dolci, ma non sapeva capacitarsi come ciò potesse accadere. L’operazione andò avanti per anni, fino a quando, un giorno, “Ahi triste giorno”, nel riavvitarlo, il tappo mi cadde di mano e non riuscii più a riprenderlo. ”Quel giorno più non vi mangiammo avante”.


Mamma chiamò tiu Nicolinu e fece sistemare una parete divisoria di robusto compensato tra il cassetto ed il vano sottostante.

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Marzo 2010 13:04
 

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