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Chiaramontesi lontani: Costantino Manchia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Domenica 24 Maggio 2009 15:56

"A custa zente chi m'este de fronte
rendo unu saludu e un inchinu:
mi presento: Manchia Costantinu,
so naschìd'in Su Sassu 'e Zaramonte.
Ma cambiadu apo s'orizonte,
ca non tenìa trabagliu continu;
e pro mi tenner sa 'entre piena
emigradu già so in terr'anzena".

Si presenta così Costantino Manchia, classe 1925. In modo scherzoso, mentre sediamo accanto dopo il pranzo sociale preparato dalla nostra Pro Loco in quella che un tempo era l'officina delle locomotive della ex miniera "Site du Levant", a Cuesmes-Flénu. In Belgio, regione Borinage. Rubizzo e dall'eloquio facile, Costantino si lascia coinvolgere dalle nostre domande e ripercorre a ritroso la sua vita di emigrato. Che non è stata facile e che non gli ha fatto sconti di sorta.


"So naschidu in sas pinnettas de Funtana Preideru", dice abbozzando un sorriso. In un pomeriggio afoso di giugno, mentre tutt'intorno ardeva un incendio che bruciava l'erba appena ingiallita e il bosco vicino. Sua madre, in ambasce per le doglie del parto e per la paura che il fuoco potesse lambire la loro pinnetta, non potè fare altro che invocarsi a Sant'Antonio. Tutto andò bene.

Trascorse l'infanzia e la giovinezza costantemente in campagna. "Mi fio puru arestadu", sottolinea sorridendo. Fino a quando non giunse la cartolina precetto, che lo destinava a Orvieto per il servizio militare, insieme al compaesano Francesco Tedde (Cischeddu Franziscu). Qui non riusciva ad abituarsi a dormire nelle brande a castello: gli era toccata al terzo livello. Tant'è che, nei primi tempi, preferiva riposare sul pavimento, stendendovi il pagliericcio. Come aveva fatto per tanti anni a Su Sassu.

Ma dalla permanenza in Continente trasse buoni frutti. Imparò, anche, "su ballu zivile"; e cioè a ballare il tango, la polca, valzer, mazurca... E maturò la decisione che non sarebbe più tornato a inselvatichirsi nei pascoli di "Funtana Preideru". Mai più! Congedato nel dicembre 1947, rientrò in paese e trovò lavoro in una squadra dell'ERLAAS che, per conto della Fondazione Rockfeller, aveva avviato la campagna per debellare la malaria in Sardegna. Nelle ore libere, insegnava agli amici i balli moderni appresi in Continente. Fra i suoi allievi più solerti ricorda Mario Canu, Giommaria Quadu, Pietrino Urgias (Dhoddho), Cente Pinna e Giovannino Accorrà. Allora, in paese, si praticava soprattutto “su ballu sardu”.

Nel 1948, la decisione, sofferta ma ferma, di emigrare in Belgio. In cerca di fortuna, come si diceva a quel tempo. La sua avventura ebbe inizio in una mattinata uggiosa di fine novembre. Con un contratto in tasca giunse a Flénu, per essere avviato al lavoro in miniera. Era d'obbligo operare sottoterra non meno di cinque anni, pena la perdita del diritto a permanere in Belgio. Fu così che, per quattro anni e sette mesi, visse tutti i suoi turni di lavoro in galleria, armato di casco e lampada di sicurezza. Con l'ansia costante di non rivedere la luce del sole. Gli incidenti, allora, erano molto frequenti. La norme sulla sicurezza alquanto precarie.

Gli è rimasto ancora impresso nella memoria il suo primo giorno di lavoro. Gli era stato affidato il compito di rimuovere il carbone di una taglia che correva obliqua fra una galleria superiore e l'altra sottostante. Costantino partì dal basso; un altro operaio dall'alto. Più o meno a metà della taglia, si sarebbero incontrati. Il che avvenne; ma dopo  ore interminabili, vissute con affanno fra polvere, sudore e spaesamento. Lui che era abituato a muoversi all'aperto, circondato da orizzonti immensi e accarezzato dal Maestrale, che a Chiaramonti la fa da padrone.

Abbattuta l'ultima membrana di carbone, alla luce fioca della lampada di sicurezza gli si materializzarono nel buio due occhi spalancati e una chiostra di denti bianchissimi che brillavano su un volto sconosciuto e nero. Come il carbone, appunto.
"Sembri un negro!...", sbottò Costantino.
"Ah, si? - fece l'altro di rimando -. Guarda un po' come sei conciato tu, piuttosto!".
Avevano entrambi il volto scuro. Quindi passarono alle presentazioni.
"Piacere, mi chiamo Costantino Manchia e sono di Chiaramonti, in Sardegna".
"Piaghere meda - rispose l'altro -; e deo so Gavinu Carta de... Zaramonte!". Gavino Carta, nipote di Nina Carta Me, era giunto in Belgio insieme a lui, come pure Giovanni Luca Lumbardu, Giovanni Luigi Brozzu, Michelino Manca, Giulio Casula (Cadduresu), Matteo Manchia e Giorgio Brundu della borgata Su Bullone. Sei mesi prima erano emigrati in Belgio altri chiaramontesi: Farcu Ruiu, Pietro Sotgiu, Gigi Loi e Nicolino Lezzeri (Picciriddinu).

Ricorda che in quella miniera lavoravano 3.200 minatori. Che, finito il turno di lavoro, inforcavano le biciclette per tornare a casa. "Eravamo così tanti che pareva di essere ciclisti al Tour de France”. Spaventi o momenti di terrore? Qualcuno; ma gli è andata sempre bene. Gli avevano raccomandato, come prima cosa, di osservare con attenzione i topi, che a frotte avevano colonizzato le gallerie, razzolando fra i rifiuti abbandonati dai minatori. Una volta prese uno spaghetto. Avendo avvertito un’insolita corrente d'aria e avendo visto i topi schizzare verso l'esterno, mollò tutto e, come un razzo, raggiunse la zona di sicurezza. Si trattava di un falso allarme.

"Per mia fortuna – continua Costantino -, mi si ammalò gravemente un rene. Che fu subito asportato. Quell'intervento chirurgico mi rese inidoneo al lavoro in miniera. Pertanto, dopo un corso di riqualificazione, fui assegnato alle manutenzioni". Quando si dice che non tutti mali vengono per nuocere... Fu così che il nostro amico si salvò dalla silicosi e dagli incidenti che hanno accorciato la vita a tanti suoi amici e compagni di lavoro.

Imparò anche un altro mestiere, divenendo un apprezzato e ricercato decoratore-tappezziere. Questa seconda attività gli riempiva le ore libere dai turni di lavoro in officina. Il che gli permise di vivere agiatamente e di mettere su casa. Oggi, a 84 anni quasi compiuti, è l'emigrato chiaramontese più anziano per residenza in Belgio. Ecco perché la nostra Pro Loco, in occasione della recente "Festa Sarda" svoltasi al "Site du Levant", gli ha regalato una berritta con dedica, consegnatagli dal sindaco di Chiaramonti.

In 61 anni da emigrato, ha vissuto momenti felici; ma anche alcune tragedie. In particolare, ci ricorda quelle che spezzarono la vita di due giovani chiaramontesi: Pietro Canu e Giuseppe Caccioni. Il primo lavorava in miniera a Morlanwelz da circa un anno e mezzo. Padre di una mezza dozzina di figli aveva praticato la via dell'emigrazione. Per tirare a campare, in qualche modo. Morì a 41 anni, schiacciato da un carrello staccatosi da un convoglio in galleria. Era il 18 Gennaio 1956. Ventuno giorni più tardi, un'esplosione tolse la vita a Giuseppe Caccioni e ad altri dodici operai in una miniera di Quaregnon. Aveva 26 anni ed era in Belgio da poco più di tre mesi. Amici e compagni di lavoro si quotarono e riportarono i loro corpi in paese. Riposano nel nostro cimitero, nella tomba che il Comune ha dedicato ai combattenti di tutte le guerre. Anche di quelle combattute dai minatori. Nelle viscere della terra.

La prima delle foto in bianco e nero si riferisce al funerale di Pietro Canu. Apre il corteo la corona portata da Costantino Manchia e da quel Giuseppe Caccioni che sarebbe morto di lì a qualche settimana. L'altra foto ritrae un gruppo di sardi ai funerali di Caccioni. Vi si riconoscono, da sinistra, Faricu Unali (n.3), Bachisio Faedda (n.2), Matteo Pileri (n.4 seminascosto), Bucianu Pola (n.1) e Costantino Manchia (n.5).

Un’ultima curiosità sul personaggio. Tempo addietro, aveva messo in cantina una riserva robusta di ottimi vini italiani. Parenti e amici, questo era l’impegno, avrebbero brindato alla memoria nel giorno del suo funerale. Poi ci ha ripensato e ha fatto marcia indietro. Meglio berlo ora quel vino, insieme agli amici e finché è vivo e in buona salute. Poi si vedrà. E così la cantina si è prosciugata in breve tempo.

Rimpatriate a Chiaramonti? Poche, ci dice. Qualche mese trascorso in mutua nel 1952 e le ferie nel 1954. Poi è sempre andato a Torino, dove nel frattempo si era trasferita zia Antonina, sua madre. L'ultima visita in Sardegna (Alghero) risale al 1998. La foto coi baffoni è stata fatta in quella circostanza. Nostalgie? Non più. Chiaramonti, sottolinea con malcelata malinconia, ormai gli è quasi estraneo. Se dovesse venirci è certo che si troverebbe spaesato. Tutto è cambiato; pochi volti gli sono noti. In ogni caso, mai dire mai!

Ce lo auguriamo. Glielo auguriamo. È certo che ci piacerebbe riabbracciarlo qui in paese. Arrivederci, dunque, caro Costantino.

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Novembre 2017 10:11
 

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