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Ricordi di scuola: da Pinerolo a Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Giovedì 25 Giugno 2009 20:22
di Marina Manghina

Concludiamo la pubblicazione degli elaborati presentati al concorso "Ricordi di scuola", promosso dal nostro istituto comprensivo e rivolto agli adulti.
Questa volta è il turno di Marina Manghina. Che, ritrovandosi nella posizione di assessore comunale, ha scelto di partecipare all'iniziativa "fuori concorso". E, a nostro parere, ha fatto bene. (c.p.)

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Avevo avuto freddo tutta la mattinata e ora incamminandomi verso casa sentivo le dita dei piedi che mi facevano male. Per strada, ancora mi chiedevo come si poteva anche solo pensare di scaldare tutta una classe (decisamente più piccola di quella che avevo lasciato a Pinerolo) solo con una stufetta a gas. Scendendo la ripida scalinata che affianca le scuole elementari di questa che sarebbe stata ormai la mia nuova città, pensavo al disagio che avevo provato solo poche ore prima quando mi ero sentita tremendamente imbarazzata di fronte alla nuova classe, sola, davanti alla cattedra con la divisa della vecchia scuola (grembiule nero con colletto bianco) e tutti i miei nuovi compagni che mi osservavano ridacchiando.

Non avrei mai immaginato che la mia vita potesse cambiare così in fretta e che un giorno mi sarebbe mancato l'antico caseggiato delle suore di Pinerolo. Avevo lasciato le mie colline profumate di boschi di pini coperte di neve nel bel mezzo di un gelido inverno che non aveva nulla a che vedere con l'inverno di Chiaramonti, che invece era secco, senza neve e con un vento pungente e dispettoso che cercava di strapparmi il cappotto di dosso.

Mi sentivo tremendamente sola, ed ormai avevo già accantonato tutte le mie migliori intenzioni di lasciare a questo paese ed a questa gente almeno una possibilità di piacermi. A scuola i miei compagni non mi avevano lasciato nemmeno entrare che già si erano messi a ridere, prima per il grembiule, poi per il nome del paese dove sono nata... Per gli occhiali... E chissà cos'altro. Ed io, disperata, pensavo "Ma dove sono capitata?".

Ma tutto cambia, per fortuna!

L'anno dopo (non chiedetemi come) le prese in giro e la diffidenza dei miei compagni erano scomparse ed ero diventata praticamente una di loro, a volte anche peggio di loro, facevo parte di una greffa e facevamo a gara per trovare il modo migliore per far perdere ai professori la pazienza o nella peggiore delle ipotesi i pochi capelli che avevano.

Il soggetto di  turno era il professore di disegno, che avevamo deciso di fare impazzire perché non era simpatico a nessuno di noi. Era un tipo molto lugubre sotto ogni aspetto, fisicamente somigliava ad Andreotti, con i capelli (pochi) neri, unti e bisunti, gli occhiali da topo e un perenne abito nero che gli conferiva un'aria solenne da becchino ed infine nessuna, ma proprio nessuna affinità per la materia che insegnava.

Uno dei primi giorni di primavera, il professore di applicazioni tecniche, in un impeto di generosità (o forse di disperazione) ci portò a fare una passeggiata nei pressi del castello dei Doria che dista pochi metri dalla nostra scuola. La novità inaspettata aveva messo tutta la classe in subbuglio predisponendoci ad un'improvvisa e inarrestabile euforia che sarebbe sfociata in uno degli scherzi più goliardici giocati ad un professore negli ultimi anni.

Nel corso della perlustrazione alle rovine del castello, alcuni ragazzi trovarono una scatola di quei fiammiferi lunghi che si usavano per accendere i ceri in chiesa e, dopo una breve consultazione con il resto della classe, si decise praticamente all'unanimità che potevano essere utilizzati per fare uno scherzo al professore di disegno che avremmo avuto l'ora dopo.

Raccogliemmo un fascio di fiori di campo e ci riunimmo in circolo per definire i contorni della nostra burla. Con grande meraviglia del professore di applicazioni tecniche non avevamo fatto nessuna storia per ritornare in classe ed ora eravamo sinistramente zitti ed in attesa che se ne andasse al più presto. Appena suonò la campanella preparammo velocemente i banchi disponendoli in cerchio intorno alla cattedra. Poi disponemmo i fiori di campo nel cestino della carta proprio al centro della cattedra e ci sistemammo in cerchio attorno ad essa, tutti con una fiammella accesa in mano. Infine, il tocco finale,
abbassammo l'avvolgibile dell'unica finestra dell'aula facendola piombare nell'oscurità più cupa illuminata solo dalle fioche fiammelle.

La scena che si presentò agli occhi del povero professore di lì a poco doveva essere a dir poco inquietante, appena aprì la porta dell'aula fu accolto dall'oscurità e da un brusio sommesso di una specie di cantilena che voleva apparire il più lugubre possibile e ci riuscimmo benissimo... Nel buio della stanza udimmo un urlo disumano del quale capimmo solo: "Aiuto! C'è il morto... Camera mortuaria... Aiuto!". Ed il povero professore sparì, tra imprecazioni e scongiuri di ogni genere.

Missione compiuta!, urlammo, anche se di lì a poco capimmo che stavolta l'avevamo fatta davvero grossa.

Dopo qualche minuto irruppero i bidelli ed i professori delle altre classi che ci trovarono tranquillamente seduti ai nostri posti e nessuna traccia di quanto era successo. Iniziarono gli interrogatori mentre il povero professore faceva su e giù per la strada di fronte alla classe fumando di rabbia. Se non ricordo male non tornò in aula a fare lezione e da quel giorno avemmo la sensazione che non avremmo più potuto scherzare su di lui e tanto meno con lui.

Ricevemmo sonore lavate di testa da tutto il corpo insegnanti, anche se qualcuno di loro si faceva raccontare da noi la scena più volte ridendoci di gusto. I nostri genitori ci diedero tutti una bella strigliata e a qualcuno arrivò pure qualche ceffone.

Ma a distanza di 32 anni ci rimane ancora il ricordo più vivo e divertente di tutta la nostra carriera scolastica. Ci bastava veramente poco per scatenare la nostra fantasia ed il più delle volte il bersaglio favorito delle nostre innocenti burle era il professore di turno meno simpatico a tutti, salvo poi farcela pagare soprattutto in pagella.

Ma allora ci si divertiva anche così.
Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Giugno 2009 23:32
 
Commenti (1)
In questa foto c'ero anche io!!
1 Lunedì 20 Luglio 2009 16:30
Gian quirino Demontis
E bello rivedersi in una foto dopo tanti anni, ricordo ancora quel momento e l'emozione provata davanti al sindaco a rappresentare la scuola, per una volta ci sentivamo grandi, importanti e finalmente considerati dei piccoli adulti.
Nela foto: Paola Busellu, Bastianella Denanni, Gian Piera Beccu, Gian Quirino Demontis e Gian Mario Cossu - classe 1968.

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Bingo! Siamo lieti, caro Gian Quirino, di averti regalato un momento di gioia. Hai ragione: è bello rivedere scene e rivivere episodi che, pur presenti nella nostra memoria, se ne stanno relegati al di sotto della soglia di coscienza. In silenzio e in attesa. Fino a quando non scatta un qualcosa che te li fa rivivere. Rimandandoti, com'è in questo caso, a giorni felici e spensierati, alle immancabili birichinate e alla vita semplice che tu e i tuoi compagni di scuola avete condotto. Grazie per avercene reso partecipi e per avere ricordato a uno a uno i compagni che hanno vissuto quella bella esperienza. Guarda combinazione: dei ragazzi e ragazze citati, soltanto Gian Mario Cossu vive ancora in paese. Gli altri, come te, hanno cercato altrove un lavoro gratificante che qui non hanno potuto trovare. Saluti affettuosi e auguroni per il tuo avvenire. c.p.

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