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Sa chena 'e sos mortos PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Venerdì 30 Ottobre 2009 14:01

A s’immurti immurti, quando Halloween era una parola sconosciuta

 

Da bambino (parlo degli anni Quaranta del Novecento), nel pomeriggio che precedeva la festa di Ognissanti percorrevo coi miei compagni le strade del paese, sacchetto in spalla. Bussavamo alle porte scandendo in coro: "A s'immurti immurti!". Contrazione di "pro sos mortos bostros"; e cioè per le anime dei defunti.

Altrove dicevano (dicono) "Su mortu mortu". In breve: date qualcosa in memoria dei cari estinti.

I padroni di casa aspettavano la visita e rispondevano solleciti. Senza farsi pregare, ci davano frutta secca, noci, mandorle e castagne. Talvolta dolci casarecci: pabassinos, gallette, còzzulos de pistìddu. Ci scappava pure qualche moneta da una sesìna (un centesimo di lira) o giù di lì. Ma raramente. Poi, via a proseguire nel giro. Fino al calar del sole, quando rientravamo a casa col sacchetto gonfio di quel ben di dio. Così ci pareva, allora.

Durante la guerra, ma anche negli anni successivi, la consuetudine di andare per le case alla vigilia di Ognissanti era sentita molto. E puntualmente rispettata. Per i bambini, poi, era una festa. In una stagione in cui caramelle, gelati, pasticcini e cioccolato li si vedeva illustrati solo sui libri di scuola, poche càrigas (fichi secchi), qualche prunàlda (prugna secca), chimbe mèndulas e tres nughes (cinque mandorle e tre noci) erano quanto di meglio si potesse desiderare. Un lusso.

Il pellegrinaggio al cimitero, a piangere e pregare sulle tombe dei cari, lo si faceva (lo si fa) soprattutto il 1. Novembre. In quel tempo, i ragazzi si divertivano a prendere di mira le coetanee con lanci sgraditi di "mazzacane", la bacca del cipresso. Un modo piuttosto strambo per dedicar loro qualche attenzione.

Il camposanto, più che di fiori, era adorno di lumini. Che, all'imbrunire, conferivano a quell'oasi di pace un aspetto sinistro. Inquietante. Le fiammelle tremule, per chi, come me, era cresciuto nel terrore dei fantasmi, erano la metafora dei morti che lasciavano i sepolcri librandosi in aria. Per volare chissà dove. In paese non c'erano serre, né fiorai. Nella circostanza, si coglievano fiori di campo. Erano in pochi ad avere il giardino in casa.

La chiesa era parata a lutto. Un gonfalone di velluto nero copriva per intero l'edicola dell'altare maggiore. Nella navata centrale, tra il pulpito e l'abside, il parroco Dedola, coadiuvato dai chierichetti, allestiva un catafalco monumentale. A due piani, realizzato con tavoli sovrapposti e ricoperti da un enorme drappo di velluto nero bordato con frange dorate. I quattro angoli del drappo lambivano il pavimento di ardesia ed erano impreziositi dal ricamo argenteo di altrettanti teschi spaventevoli, che sormontavano un paio d'ossa composte in forma di croce di Sant'Andrea. Roba da fare accapponare la pelle!

Sul lato destro del catafalco, il parroco, stola e piviale neri, sostava in pedi per ore a salmodiare in suffragio delle anime dei defunti. Era, questa, la prosecuzione di un pietoso ufficio avviato e non concluso in cimitero. "Libera me, domine, de morte aeterna in die illa tremenda, quando coeli movendi sunt et terra...". Quella nenia, sempre uguale e ripetuta all'infinito, con mancava di ferire il mio cuore di chierichetto "con monotono languore", per dirla con Verlaine. Ma il prete, per quell'incombenza, aveva intascato offerte generose. Pertanto doveva onorare l'impegno assunto. Che era d'intercedere a beneficio delle anime purganti. Al riguardo, il parroco Dedola era preciso, severo con se stesso e puntuale. Fin troppo.

Ma il ricordo per me più inquietante è legato alla vigilia del 2 Novembre. Quando cioè si cenava coi tradizionali ciciones (gnocchetti sardi). Fatti in casa e conditi con sugo e formaggio. A tavola, mia madre apparecchiava un piatto in più. Con posate, bicchiere e tovagliolo. Eravamo in otto; ma al desco serale del 1. Novembre i posti erano nove. A cena finita, quel piatto in più di ciciones rimaneva al suo posto. Fino all'indomani. I defunti (i nostri, assicurava mia madre) sarebbero venuti a farci visita e avrebbero cenato da noi. A mezzanotte in punto.

Manco a dirlo, il mattino seguente quel piatto colmo di ciciones era ancora lì. Intatto. Forse i morti non avevano gradito. O avevano cenato altrove. Poco male. La consuetudine, diceva ancora mia madre, andava rispettata. Rigorosamente.

Divenuto giovincello, smaliziato e col permesso di rientrare a casa più tardi, non sapevo resistere alla tentazione di far fuori quei ciciones succulenti e saporiti. Con la complicità, qualche anno più tardi, di mio fratello Tore. Che, nel frattempo, aveva capito come stavano le cose. E così, al mattino del 2 Novembre, sul tavolo restava il piatto, ma ripulito del contenuto. Sapeva bene, nostra madre, quali "anime" avevano fatto fuori i suoi ciciones. Ma non le importava gran che. Era sempre dell'idea che, come per la preghiera, importava l'intenzione. E quella lei ce la metteva tutta. Sempre.

Tuttora i bambini (pochi, in verità) vanno a chiedere "s'immurti immurti". Ma senza la spinta emotiva di un tempo. E senza sacchetti, sostituiti da zaini firmati. La frutta secca non va più di moda. Le nuove generazioni gradiscono l'euro. La cena di Ognissanti non si discosta dalle altre. Niente piatto in più per il convitato di pietra. Che, lo si sa ormai, non arriva. Non si è mai fatto vedere.

In chiesa e al cimitero il sacerdote officia le funzioni consuete e invoca al Signore assoluzioni cumulative per i peccati, gravi e non, commessi in terra da chi è passato a miglior vita. Il camposanto è tappezzato di fiori, piante e confezioni floreali. Variopinte e costose. La gente, nella circostanza, continua ad affollare quel luogo sacro. Come sempre. Eppure l'impressione è che, rispetto agli anni della mia infanzia, oggi preghi meno. E con minore devozione.

Sbaglio? Forse. Ma questo a me pare.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2009 16:16
 
Commenti (1)
Sos ciccioneddos de sos mortos
1 Lunedì 02 Novembre 2009 13:47
Mario Unali

 


Sa costumantzia de lassare unu piattu de ciccioneddos in sa banca aparitzada pro sos mortos chi beniant su notte de su trintunu de Santu Aine est ancora bia in calecuna familia in bidda nostra.

 

In domo de mama si mantenet custa usantzia chissà ancora pro cantu...

Sin de contant bellas situassiones ue sos ciccioneddos beniant mandigados dae chie recuiat cottu a tarda notte dae sas rebottas.

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