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Ajò coma', andamus a iscultare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Martedì 01 Dicembre 2009 16:06

Non c'erano ancora le intercettazioni telefoniche; ma si spiava ugualmente


"Ajò coma', istanotte andamus a iscultare". L'invito era d'uso, ai tempi della mia infanzia. A proporlo, solitamente, erano le donne. Ma anche gli uomini non disdegnavano di farlo.

E così, calate le ombre della sera, gruppuscoli si aggiravano per le strade con fare circospetto e sostavano in silenzio presso gli usci delle case. A origliare.

 

Tale consuetudine, alquanto strana per la verità, era molto diffusa, allora. Un calendario non scritto, ma a tutti noto, ne collocava lo svolgimento nelle serate dei primi tre giorni di Dicembre (su mese 'e Nadale). Subito dopo cena. Le strade malamente rischiarate dalla luce fioca dei lampioni da 25 candele dell'illuminazione pubblica assicuravano la riservatezza e l'anonimato di chi non sapeva resistere al desiderio di ficcare il naso, o meglio le orecchie, in casa d'altri.

Le donne, giovani e anziane che fossero, si avvolgevano lo scialle di lana. Che nascondeva provvidenzialmente il volto di quelle pettegole curiosone. Agli uomini l'anonimato era garantito "da-i su capottinu de furesi cun su cuguddu", il classico giaccone di orbace nero col cappuccio calato per intero sulla fronte. Era essenziale non farsi riconoscere dai pur rari passanti che, dopo l'imbrunire, poteva accadere d'incrociare. A quel tempo non era "igienico" né "salutare" andarsene per le strade nelle ore notturne. L'eventualità d'incorrere in brutti incontri era da mettere sempre nel conto.

Poiché radio e televisione erano, per i più, oggetti ancora sconosciuti, le lunghe serate invernali le si trascorreva a casa. Seduti davanti al camino o in cerchio attorno al braciere. Le nostre vicine di casa, anziane e sole, dopo cena venivano da noi a passare qualche ora in compagnia. Prima che il sonno prendesse il sopravvento. D'inverno si cenava che era ancora giorno. Pertanto, di tempo da dedicare al dopo ce n'era. Tanto. Il passatempo preferito era quello. Raccontare e raccontarsi.

Si parlava di tutto un po'. Gli argomenti spaziavano dai fatti del giorno al pettegolezzo di strada. Maldicenze su questa o quella; su questo o quell'altro. Riscuotevano molto favore gli immancabili fatti di sangue accaduti in tempi recenti e remoti. Come pure le storie terrificanti di fantasmi che apparivano e sparivano nelle stanze buie. Di anime in pena che, erranti per ogni dove, diffondevano alti lai per la propria dannazione eterna. Roba da fare accapponare la pelle. Questo passava il convento.

Ma allora, perché intercettare di soppiatto le chiacchiere di estranei? Cosa mai poteva spingere quelle persone, pur serie e di buona famiglia, a origliare in casa d'altri?

I motivi erano essenzialmente due: sentire di che si parlava in "quella" casa. Per pura curiosità. Per il gusto del pettegolezzo. O per trarre, da quei discorsi, auspici inerenti a questioni di cuore. O d'interesse.

Posso assicurare che la prima ragione era prevalente. Talvolta, nell'intimità familiare, si discettava di proposte di acquisto (o di vendita) di terre e bestiame. Ma anche di progetti matrimoniali. Dei quali, in larga parte, avevano ancora competenza primaria, se non proprio esclusiva, i "grandi". E cioè i genitori dei diretti interessati.

Ricordo, per averne carpito a tradimento il racconto fatto a casa mia (fingevo di dormire), che una volta l'ascolto andò male a una zitella. La conversazione carpita la riguardava personalmente. Vi si diceva, udite udite!, di certe sue incursioni notturne nella camera da letto di un vedovo benestante. Inutile dire che ci rimase male. E che invitò subito l'amica accompagnatrice a cambiare zona. Il discorso, disse sperando che l'altra non avesse udito, era priva d’interesse. Al contrario, l'amica tutto aveva sentito. E ben compreso...

Quanto agli auspici, posso dire di quella giovane che fantasticava su un principe azzurro che la chiedesse in sposa. Ebbene, costei, in una delle sere previste, si mise a origliare davanti a un portone, per trarre dalla conversazione ascoltata un qualche vaticinio su un possibile pretendente. All’interno dell’abitazione, fra un bicchiere e l'altro, padre e figlio discutevano del recente acquisto di una cavalla. Il vecchio rimproverava il ragazzo di avere comprato alla fiera di Perfugas una puledra che, elegante nei lineamenti, era però orba della vista all'occhio sinistro.

Quel discorso mise in ambasce la giovinetta. Che da allora ebbe fisso in testa questo chiodo: sta' a vedere che mi toccherà in sorte un marito guercio! E così le accadde. Infatti l'uomo che la prese per moglie era si un bel giovane, di buona famiglia e con un’eccellente sistemazione. Ma era privo dell'occhio sinistro. Il che, frequentandolo e conoscendolo a fondo, non le impedì d'innamorarsene. E di condurre con lui una vita felice.

Un caso fortuito? Certamente si, dico io. Ma nessuno, proprio nessuno, poté togliere dalla testa di quella brava donna la fissa che le aveva procurato il presagio colto ascoltando di soppiatto il discorso fatto da due estranei. Nella notte del 1. Dicembre di tanti, tanti anni fa.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2009 16:31
 

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