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S’ultima notte ‘e s’annu PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Giovedì 31 Dicembre 2009 21:11

Per me, bambino di una mezza dozzina di anni (più in là non vanno i miei ricordi), la notte di San Silvestro era solo “s’ultima notte ‘e s’annu”. Che, allora, era connotata da due appuntamenti. Immancabili. E ai quali mi preparavo con impegno: il “Te Deum” e “A Gesus in allegria”. La stessa cosa era per gli altri bambini. Cari compagni d’infanzia che hanno condiviso con me quella stagione. Povera ma felice.

Il “Te Deum”. Sull’imbrunire, i fedeli accorrevano numerosi nella chiesa parrocchiale per la funzione di fine d’anno. Un rito semplice e austero a un tempo. Imperniato sul ringraziamento a Dio per l’anno che andava a concludersi. Fra le orazioni, dominava il canto solenne del “Te Deum”, intonato dal parroco “Padrino Dedola”. Al quale poi si univano i fedeli, guidati sapientemente dall’armonium di suor Reverenda. Che seguiva lo spartito del canto corale gregoriano. Era, quel coro, di una suggestione rara.

A seguire, le invocazioni del sacerdote, sempre in latino. Per finire, il “Tantum ergo”, che annunciava la benedizione con l’ostensorio contenente l’ostia consacrata. Benedizione che si accoglieva in ginocchio, a capo chino e in religioso silenzio. La funzione si concludeva con un canto natalizio tradizionale. In sardo oppure in italiano. La scelta era demandata alla madre superiora. Che, ripeto, ci accompagnava con l’armonium a pedali.

Ma, prima ancora d’intonare il “Te Deum”, Padrino Dedola, standosene dietro le balaustre dell’altare maggiore, pronunciava una breve omelia. Per ripercorrere in sintesi gli avvenimenti che si erano succeduti nel corso dell’anno. Tristi e lieti. La conclusione del suo intervento era attesa con curiosità dai fedeli. Il parroco, quel parroco, comunicava allora il numero dei nati nell’anno, dei matrimoni celebrati e delle persone passate a miglior vita.

All’ultimo morto dell’annata la tradizione assegnava il dovere (non so dire quanto gradito) “de tancare s’aidu”. E cioè di chiudere il valico per l’aldilà. Ovviamente, al primo morto dell’anno nuovo il compito di ripristinarlo, quel valico; “de abberrere s’aidu”. Lascio immaginare il mio terrore di bambino. Pur avendo un’idea vaga (molto vaga) della morte, tenevo bene a mente ciò che preti e suore mi avevano inculcato circa la possibilità di arrostire in eterno tra le fiamme dell’inferno. O del Purgatorio. Per punirmi dei peccati commessi. Ebbene, l'idea che potessi essere io ad "abberrere s'aidu", o a chiuderlo, mi faceva accapponare la pelle.

L’anziano canonico Grixoni (don Christovulu), quando gli capitava di sostituire il parroco in quella funzione, alle notizie sui nati, morti e maritati aggiungeva quelle inerenti a chi aveva concluso gli studi, conseguendo un titolo. Compito non difficile il suo, dal momento che pochi (pochissimi) potevano avventurarsi oltre le elementari.

A sera inoltrata, dopo la funzione e prima di cena, gruppi di ragazzi e di adulti se ne andavano in giro per le case. A cantare “A Gesus in allegria”. Un canto tradizionale che, lodando Cristo Salvatore, si concludeva con gli auguri per il nuovo anno e con la richiesta di “unu cumbìdu”. E cioè di un invito. Che aveva anch’esso una connotazione augurale. I padroni di casa si affacciavano sull’uscio e, ringraziando, offrivano ai cantori fichi secchi, castagne, noci, mandorle. Ma pure qualche dolce. Se ce n’era.

Quindi tutti a cena (non al cenone) e poi a nanna. L'anno nuovo ci salutava che eravamo bell'e addormentati.

Tutto ciò accadeva molti anni fa. A pensarci adesso, con gli stravolgimenti che si sono susseguiti dalla fine della guerra in poi, ho l’impressione che siano trascorsi secoli. Non frequento più la chiesa. Pertanto non so dire del programma attuale dei riti di fine d’anno. Ma, sono pronto a scommetterci, nella forma sono di gran lunga diversi da quelli che ho appena citato. E che restano ancora impressi nella mia mente di vecchio. Richiamandomi alla memoria ricordi gradevoli. E qualche rimpianto.

Auguri di buon anno a tutti.



 

Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Gennaio 2010 11:41
 
Commenti (2)
il tempo che passa
2 Martedì 05 Gennaio 2010 19:49
Soddu Salvatore
Come sempre l'amico Carlo riesce a suscitare bei ricordi dei tempi passati e viene spontaneo pensare e ricordare i bei tempi, li posso chiamare bei tempi, perchè sapevamo apprezzare di più il poco che avevamo, cose essenziali aderenti allo stretto necessario della vita. E le piccole cose che avevamo ci rendeva felici. L'ultima notte dell'anno e il passaggio all'anno nuovo suscitavano momenti di riflessione sul tempo trascorso, una frazione di vita passata, e nel riaffiorare i ricordi si faceva un bilancio del tempo trascorso. Ricordi che potevano essere belli o brutti. Ricordi belli delle persone che ci avevano accompagnato quel periodo, i parenti stretti, gli amici, il gioco, la scuola. Ma anche momenti brutti con prove dolorose come la scomparsa di qualche persona cara, un lavoro perso, non avere la possibilità di poter aver un titolo di studio, perchè non si avevano i mezzi, e questo creava, a volte un complesso di inferiorità nei confronti dei più fortunati, complesso che si attenuava col passare del tempo, considerando che ognuno aveva quel che basta per essere qualcuno, anche se il "pezzo di carta" e la cultura serviva per accedere ad una migliore sistemazione. Ma anche da queste esperienze negative si traeva una formazione a non arrenderti alle difficoltà della vita. Questo modo sobrio di vivere allora ci ha insegnato ad apprezzare di più quello che serve veramente nella vita, come affrontarla senza scoraggiarsi di fronte ai fallimenti, a sapersi rialzare e riprendere il cammino verso progetti a nostra portata, e a volte non trovando soluzioni dove si viveva, avere il coraggio di lasciare famiglia e amici per cercare opportunità lontani da casa. E tutte le volte che ci si trovava ad un bivio, dove anche ci si poteva perdere, si sceglieva la strada migliore, quella che avevamo appreso in quegli anni di formazione. Forse questa esperienza manca ai giovani, che pur essendo più colti di allora, con molta facilità si scoraggiano e non sono mai contenti di quello che hanno.


Nell'augurare un nuovo anno auguro di essere noi nuovi nel saper affrontare le prove della vita. Avere sempre il dono di stupirsi dei fatti della vita e del bello che ci circonda, che non fa notizia. Non è il tempo che passa, siamo noi che passiamo e la vita è un dono, una occasione da vivere ogni momento. La vita non è facile per nessuno, volere o no ognuno ha la propria croce, e la croce è meglio abbracciarla che trascinarla, costa meno fatica e gli si può dare un senso. Anche il Figlio di Dio poteva scegliere una strada più facile per salvare l'umanità, ma è finito in croce, per insegnarci a dare senso ad ogni dolore che per ogni risurrezione occorre prima morire. Certo sono cose umanamente non facili da capire. Comunque mi piace ricordare che la vita vale la pena di viverla bene, e vale di più se donata, come ci è stata donata, essere un dono per gli altri e non un peso. Il mio augurio per il tempo che abbiamo è che si viva con ottimismo, avere la capacita di vedere il bello che ci circonda. Che anche invecchiare è un dono, pur con i limiti che avanzano ogni giorno. E per chi ha il dono della fede cercare di essere Amico di quella persona che oltre 2000 anni fa ha dato la vita per noi. E' bello quando arriverà la "nostra ora" essere giudicato da un Amico.


Vi ringrazio di avermi dato l'opportunità di farmi ricordare quei tempi della nostra giovinezza, è come mettere un fertilizzante nelle nostre radici per fare la pianta più bella. Con affetto rinnovo gli Auguri di vivere il tempo che ci è donato con salute e serenità, e con la vecchiaia tanta saggezza. Un Caro saluto Salvatore


Naturalmente ringraziamo, ricambiando gli auguri. Che, comunque sia, fanno sempre bene al cuore. (c.p.)
Il gusto amaro dei ricordi
1 Lunedì 04 Gennaio 2010 23:27
Nonno Claudio
Il mio intervento sembrerebbe fuori luogo, e lo è senz'altro rispetto ai tuoi ricordi natalizi "gradevoli" richiamati dalla memoria. A proposito di "gradevolezza", per parte mia, ho altri ricordi. Proprio in questi giorni è successo dell'altro, a casa mia.


“Si può sapere dove è finita la bottiglietta dell’alcol ?”, rivolgendomi a mia moglie. Non che ne avessi necessariamente bisogno nell’immediato, ma tra tante scatolette e tubicini, forse anche scaduti, non trovavo la “bottiglietta”. L’abbondanza di farmaci, a casa, è dovuta esclusivamente al fatto che molto spesso soggiornano da noi i nostri nipotini. I quali, molto seguiti dal pediatra, hanno abbondanti libagioni medicali che, a mio parere, buona parte sono inutili e da buttare se non fossero a sostegno di case farmaceutiche, farmacisti e genitori che delegano sistematicamente la crescita dei propri figli ai predetti: una per il naso, una per la gola, una per l’orecchio, una per..., insomma, tutti per uno e uno, l’apparato corporeo, per tutti. Così loro, i genitori, sono più tranquilli. Sarà !


“Che ti è successo”, mi ha chiesto il più grande. Per risposta ho proteso il dito insanguinato, un taglietto da niente. Lui quasi rideva. “Che c’è da ridere?, gli ho chiesto. “C’è che cercavi l’alcol. Oramai non si usa più. Non sai che adesso c’è quello che non pizzica”. Già, che strano! Perchè avevo chiesto l’alcol ? Sapevo benissimo che da anni si usano altri disinfettanti; eppure quella parola mi era venuta spontanea, così come avrei potuto chiedere un altro disinfettante obsoleto: la tintura di jodio. Vuoto di memoria ? Distrazione? Non credo. Penso piuttosto che ogni generazione finisca per essere contrassegnata dai “suoi” medicinali. Io appartengo senza dubbio all’ultima, cioè a quella “dei disinfettanti che pizzicano”, o più genericamente “delle medicine sgradevoli”. Ad esempio la categoria dei lassativi e dei purganti.


In caso di bisogno, i miei figli prima e i miei nipotini dopo inghiottono sorridendo una pillola dolce come un confetto. La mia generazione, invece, e ne sono certo l’ultima, i rimedi erano meno piacevoli. Nei casi più leggeri si ricorreva alla Magnesia, una polverina biancastra, niente in comune con quelle effervescenti arrivate più tardi. La “nostra” Magnesia era inerte, morta, precipitava da sola sul fondo. Già la forma ottagonale oblunga, simil cassa da morto in miniatura, ne dava un aspetto tetro. “Mescola, mescola!” mi incitava mamma, porgendomi a tazzina di caffelatte in cui, al primo sintomo di stitichezza, aveva versato la polverina magica.


Altre volte invece la somministrazione avveniva anche se stavo benissimo, in base al misterioso, indiscusso principio salutistico per cui, “a ogni cambiamento di stagione i bambini andavano purgati”. Mescolavo freneticamente sperando che il sapore del caffelatte prendesse il sopravvento su quello della Magnesia. Macchè! Risultava un gusto gessoso, da prodotto chimico, che si faceva più acuto e sgradevole all’ultimo sorso, quando nella tazza restava un fondo sabbioso.


Ma non finiva lì ! La Magnesia, tutto sommato, era una bibita “gradevole” in confronto al “Principe dei Purganti” ovvero l’Olio di Ricino. Per l’età che ho, essendo nato subito dopo la guerra, la somministrazione avveniva tutta in famiglia. Meglio così, eravamo la prima generazione fortunata, dopo la precedente. Descrivere il sapore dell’Olio di Ricino è difficile dirlo ancora oggi. Facilissimo invece definire la reazione che provocava: una nausea generale e violenta che mamma, impietosita, cercava di evitare aggiungendo a quel liquido denso e maleodorante (...olio di freni) qualche fetta di limone. Ma il rimedio era peggiore del male. Le diverse operazioni di... cambio d’olio al motore... non sempre avveniva pacatamente e serenamente, ma più delle volte con grande difficoltà: bocca chiusa e denti stretti. Ricordo che a casa soggiornava una aiutante di Martis, una donnona enorme come l’armadio, che prontamente provvedeva a stringermi il naso tra le dita, mentre mamma infilava svelta svelta il cucchiaione nella bocca finalmente aperta. L’effetto era sicuro al cento per cento.


Ma non è ancora finita ! Nel cassetto dei ricordi ho trovato il Fegato di Merluzzo. Si sosteneva che per combattere convalescenze e debolezze, il rimedio ideale era ancora una volta l’olio. Questo risultava un po’ meno nauseabondo dell’altro e con risultati diversi.


Faccio alcune considerazioni. Se le mamme e i babbi di oggi dovessero praticare ai loro figli quanto descritto sopra, il Telefono Azzurro rimarrebbe intasato di denunce e qualche giudice prenderebbe provvedimento nei confronti degli adulti, per l’insano gesto riservato a questi poveri indifesi bambini.


Ecco il gusto amaro dei ricordi antichi.


Auguri per il nuovo anno.
Claudio con i nipotini Daniele, Flavio ed Alessandra (felicissimi di non conoscere la Magnesia e i vari oli).

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Ringraziamo per gli auguri. Che ricambiamo soprattutto a Daniele, Flavio e Alessandra. I quali, dati i tempi, non dovranno subire l'onta della Magnesie e di altri intrugli rivoltanti; ma avranno pure il loro bel da fare, una volta diventati adulti. L'eredità che la nostra generazione gli avrà lasciato non sarà di certo invidiabile. Ma, tornando a noi e ai nostri "amari" ricordi, vien da pensare che la vecchiaia e il lungo tempo trascorso hanno addolcito persino quelle orribili schifezze che erano l'olio di ricino e l'olio di fegato di merluzzo. La cui somministrazione, dici bene, richiedeva sempre l'ausilio di braccia robuste. Per contenere l'inevitabile (e comprensibile) reazione delle povere vittime. Che eravamo noi. Oggi, ahinoi!, ci resta da dire che stavamo meglio quando... stavamo peggio. Ancora auguri! (c.p.)

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