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Carnevale chiaramontese: com'era, com'è PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Sabato 13 Febbraio 2010 22:33

 

Domani e Martedì il paese sarà movimentato dalla sfilata dei carri allegorici. "Si el tiempo no lo impide", come si legge nei manifesti delle corride spagnole.

La manifestazione, organizzata dalla Pro Loco, richiama in paese tanta gente, fra cui molti chiaramontesi. Giovani e no. Sempre.

La sfilata partirà da Codinas nel primo pomeriggio e si snoderà lungo il viale Marconi, per concludersi in piazza Repubblica. Qui la festa continuerà con balli all’aperto, degustazioni varie (frittelle comprese) e brindisi con vino rosso.

Ma la sfilata dei carri così com’è adesso è un'invenzione recente. L'ha ideata, importandola da altre culture, la stessa Pro Loco negli anni Ottanta del Novecento. In principio, i carri li si allestiva con modalità naïf, privilegiando i materiali semplici e affidandosi all'inventiva.

Col passare degli anni, alla fantasia dei gruppi organizzatori si è associata una manualità via via più raffinata. Pertanto, segnatamente negli ultimi anni, i carri allegorici sono stati piccoli capolavori di artigianato. Per l'ideazione e la maestria di chi li ha realizzati. Anche quest'anno i ragazzi (ma pure qualche adulto) non mancheranno di stupirci. Aspettiamo con interesse.

Ma com'era il Carnevale in passato?

Ovviamente posso testimoniare dei tempi della mia infanzia, tornando indietro nel tempo. Alla seconda metà degli anni Quaranta del secolo passato. Una guerra sanguinosa e persino fratricida si era appena conclusa. Pertanto c'era un po’ in tutti il desiderio irrefrenabile di far baldoria. Dopo patimenti, lutti, umiliazioni e privazioni inenarrabili.

Il fulcro della festa era la sala da ballo. "Su sotziu". Che apriva i battenti la notte di Capodanno e richiamava una folla di dame e cavalieri ogni Sabato e Domenica dalle nove di sera in poi. La Domenica si teneva pure una sessione pomeridiana. La musica era quella di una fisarmonica, non sempre armeggiata da mani abili. In paese erano capaci di trarne suoni apprezzabili mio padrino Mauccio Brundu (fabbro ferraio), tiu Cischeddu Migaleddu (allevatore), Tore Denanni (all’epoca allevatore anch’esso), Peppino Bajardo (studente) e pochi altri di cui non ricordo il nome. Qualche anno più tardi, sbarcò in paese un valente fisarmonicista sassarese. Era cieco e suonava nella sala da ballo. Sotto contratto.

Era d'obbligo "su ballu sardu". Ma, grazie all'influenza dei reduci dalla guerra e dei rari studenti del tempo, presto prese piede "su ballu tzivile". E cioè il valzer, la mazurca, la polca e il peccaminoso tango argentino. Pensate che, in confessione, il prete chiedeva immancabilmente ai giovanotti e alle signorine se, fra gli altri peccati mortali, avevano commesso anche quello di ballare. In particolare, il tango tentatore!

Prima della costruzione del cinema "Fontana" (1948), si ballava in locali precariamente adattati alla bisogna. Saloni poco accoglienti, addobbati con festoni multicolori. Ricordo la sala di "tiu Franziscu Lumbardu" (oggi c'è un bar), quella di "tia Clelia" in "Caminu 'e Littu" e un'altra gestita da "tia Lillia" in un magazzino che era allora di Andrea Solinas, in via Redipuglia. A due passi dalla chiesa.

Quando le sale da ballo erano più d'una, immancabilmente si facevano i confronti e si tracciava una sorta di linea di demarcazione. A delimitare la qualità delle persone che la frequentavano. Da una parte la cosiddetta "crema", i signori; poi tutti gli altri. Nel primo caso, il locale si fregiava dell'appellativo "Su sotziu". L'altro o gli altri erano "Su sotzieddu". O "Su sotziu 'e su sapone".

In ogni caso, da una parte o dall’altra, il divertimento era assicurato. Gli uomini bevevano e, al termine di ciascun ballo, portavano le rispettive dame al buffet. Che poi era un tavolino con sopra esposti dei cesti di mandarini, caramelle e cioccolatini. Tutta roba per ricchi. Chi era al verde non vi si avvicinava nemmeno. Riscuotendo così l’antipatia degli organizzatori, che non avevano in simpatia quel genere di clientela.

I gestori più intraprendenti organizzavano pure l'elezione della reginetta del Carnevale. I cavalieri potevano comprare al buffet le coccarde e, nel corso del ballo, appuntarle sul petto della dama preferita. A fine serata la conta. Chi aveva più coccarde era incoronata reginetta.

Durante la fase successiva del ballo, le ragazze cedevano le proprie coccarde a un cavaliere. A fine serata, chi ne aveva conquistato il maggior numero, era proclamato principino. Nel pomeriggio della Domenica di Carnevale, principessa e principino percorrevano in corteo le strade del paese, seduti in trono su un carro, tirato dai buoi e bardato a festa. Tutt'intorno, uomini e donne, in costume o mascherati, lanciavano coriandoli e stelle filanti. Poi di nuovo a ballare. Fino alle ore piccole.

Nel pomeriggio del Martedì Grasso, gruppi di "trabulazzones", uomini mascherati, giravano per le strade del paese. La gente gli offriva "frisciolas e origliettas", oltre l'immancabile vino. Ed essi ripagavano la folla che li seguiva incuriosita improvvisando, qua e là, scenette molto gustose. Recitate secondo lo schema della commedia dell'arte. Scelto il tema, ciascun attore s'inventava la battuta all'istante.

Mitiche le "operazioni chirurgiche" di zio Faricu Lezzeri, facoltoso commerciante. Faceva distendere su una scala da muratore, portata in spalla da quattro improbabili sediari, "tiu Giuanne Moce". Che impersonava con serietà "Giolzi", maschera carnascialesca di questa regione. Ne nascondeva il corpo con un lenzuolo, lasciando però in vista il volto, ricoperto da una lanugine biancastra. Giunti davanti alla chiesa parrocchiale, il corteo si fermava e l'intervento chirurgico aveva inizio.

Essendo "tiu Faricu" piuttosto bassotto, faceva accostare quella specie di lettiga alla gradinata della chiesa. E, standosene ritto sul terzo scalino, metteva mano al "paziente" paziente e, inforcando un coltellaccio a serramanico, gli apriva la pancia con far serio e lo liberava di tutte le parti infette. Frammenti di fegato, di stomaco, d'intestino a altro ancora venivano asportati dal ventre di quell'uomo e gettati tutt'intorno ancora caldi e sanguinanti. Per la felicità dei cani, che se li contendevano lottando.

Noi bambini restavamo stupiti di tanta abilità e maestria. Anche perché, grande affabulatore qual era, "tiu Faricu" illustrava con abbondanza di particolari quel che andava facendo. Parlava pure in italiano, per darsi l'aria del professore. Come accade a medicina, nelle aule universitarie. Una vera goduria. E siccome andavamo immancabilmente in estasi, non ci accorgevamo (oh! santa ingenuità) che quel chirurgo abile e ciarliero, sulla pancia di "tiu Giuanne Moce", ben nascosti dal lenzuolo, non aveva mancato di collocare una gallina o un gatto opportunamente squartati.

Che tempi!


Nota: chi è interessato alla ricetta locale de "sas frisciolas a imbudu", può cliccare qui. Vi troverà la ricetta di Tonina. Per confezionare, facilmente e a casa, un dolce gustoso e per niente caro. Un'ora di lavoro per produrre quasi due chilogrammi di ottime "frisciolas".

 

Ultimo aggiornamento Domenica 14 Febbraio 2010 14:08
 

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