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| La Tribuna: Anche io ho fatto il chierichetto |
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Considerazioni sul libro di Carlo Patatu "Scuola Chiesa e Fantasmi" di Franco Simula
Caro Carlo, ti ringrazio per l'invio dei libri, ma soprattutto ti ringrazio per avermi fatto rivivere (attraverso la lettura della tua ultima fatica) momenti e sensazioni che appartengono anche alla mia fanciullezza (anche io sono del 1936). Anche io ho attraversato, quasi specularmente, le stesse situazioni che nel tuo libro hai saputo raccontare in modo gradevole e coinvolgente.
Anche io ho fatto il chierichetto e l'osservatore attento di tutte le fissazioni, le manie, le stranezze dei preti a cui "servivamo" la messa: quanto vino mettevano nel calice, come davano la comunione alle donne (soprattutto a quelle giovani). Ce n'era uno che usava una tecnica tutta personale e "comunicativa" nell'accostare (più o meno) il dito con la particola al labbro della comunicanda.
Allora si diceva "supplet Ecclesia" per sopperire alle possibili manchevolezze dei sacerdoti troppo inclini alla "direzione spirituale" delle giovinette.
E poi la scuola materna (s'asilo) presso le suore vincenziane con la cornetta. Le consuetudini e i riti in occasione della morte di un parrocchiano. E i responsori che il primo e il due novembre i preti andavano a cantare in cimitero col contributo dei chierichetti che rispondevano ai versetti del "Libera me Domine de morte aeterna...".
E il bando pubblico. A Ittiri esistevano due tipi di bando pubblico: uno "a trumba" ed era il più frequente e usuale che serviva ad annunciare l'arrivo e la vendita di generi vari dalla carne al pesce alle verdure alla frutta secca; l'altro "a tumbarinu" che serviva a diffondere le ordinanze del sindaco.
Un cenno particolare merita la figura di Don Masala (che io ho conosciuto bene) e che tu descrivi in maniera plastica ed umana. Di don Masala ti parlerò più compiutamente alla prima occasione di incontro.
Di nuovo tanti ringraziamenti in attesa del tuo nuovo libro.
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Delle confessioni fatte a rate: prima un pezzo di confessione, poi la comunione e poi di nuovo la confessione che durava un mucchio di tempo. Le considerazioni fatte da grande (allora eravamo troppo innocenti) inducevano a sospettare che il lungo colloquio fosse qualcosa di più di una normale confessione.