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Lettera da Catania PDF Stampa E-mail
Martedì 25 Maggio 2010 16:16

di Carlo Patatu

 

La città, in particolare il centro storico, è di una bellezza struggente.

Catania è tanto bella quanto trascurata da chi, invece, avrebbe il dovere di rispettarne le specificità e conservarne intatti i tesori. Che, soprattutto a cielo aperto, sono una moltitudine.

A una struttura urbana di pregio eccezionale, disegnata nel passato da catanesi previdenti, sensibili e amanti del bello, oggi fa da contrappunto l’abbandono da parte dell’amministrazione civica. Ma anche dei catanesi, che ormai fanno tutti un po’ quel che gli pare. A dispetto delle regole. I semafori sono talvolta un optional. Le corsie preferenziali terra di conquista di motorini e automobilisti furbi. I cestini per la raccolta di carte e rifiuti ridotti a elementi di puro decoro urbano; e pertanto ignorati dai più. I marciapiedi sono ostaggio di autoveicoli e motorini, anche in movimento.

Tutti sembrano avere fretta, nel traffico tentano d’infilarsi a ogni costo dove non devono. E non se ne comprende il perchè. Catania, per quel che c’è di bello da ammirare e per il clima che la gratifica, è un luogo magico che, invece, invita a procedere con calma. Per avere il tempo di regalare alla vista, e al ricordo, quel po’ po’ di monumenti e vestigia del passato cui è dato d’imbattersi. A ogni pie’ sospinto.

La via Etnea, elegante e ben frequentata, ti regala la prospettiva della “Muntagna”, col suo immancabile pennacchio di fumo bianco. Passeggiando in piazza Duomo, ti abbandoni ad ammirare estasiato le quinte stupende costituite dagli edifici civici e religiosi. Che fanno da cornice degna al “liotru”, l’elefantino scolpito in pietra lavica, simbolo della città. Dalla parte bassa, ti giungono voci concitate provenienti dal mercato del pesce e della carne. Una sorta di zona franca, di cultura prettamente araba. E che di quel popolo, un tempo dominatore di queste plaghe, conserva ancora non poche consuetudini. Segnatamente quella di esporre e vendere carni e pesci all’aperto. Per la gioia di mosche e uccelli, che danzano voraci tutt’intorno. Alla faccia delle direttive CEE.

Passeggiando per le vie Garibaldi, Vittorio Emanuele e dintorni, t’imbatti nelle case museo di Verga e Bellini. La mitica via Crociferi è disseminata di belle chiese e meravigliosi palazzi barocchi. Più su, infilandoti nella via Gesuiti, ti si apre all’improvviso la stupenda piazza Dante. Un emiciclo delineato da palazzi di una bellezza mozzafiato che guardano al moumentale e maestoso monastero dei Benedettini, oggi sede della facoltà di Lettere e Filosofia. Di tanto in tanto, compaiono vestigia di strade romane e templi greci. Il tutto abbondantemente infarcito di rifiuti, cartacce e quant’altro l’indifferenza delle persone consente di fare. Offendendo e danneggiando un patrimonio che poche città al mondo possono vantare. E dire che, in prevalenza, a frequentare quell’area sono docenti e studenti...

Che dire del Parco Bellini? Un giardino lussureggiante, appena sottoposto a importanti lavori di manutenzione straordinaria. Un’oasi di verde (e di pace) che rischia di essere soffocata da una città caotica e disordinata quanto mai.

Sul versante della cultura, la scelta è varia e ricca. Teatri, mostre, conferenze ti offrono l’occasione di partecipare a eventi di prim’ordine. Per chi ama la musica sinfonica e lirica, c’è il politeama Bellini. E non solo. Per gli amanti della prosa, il teatro Verga ha in cartellone Shakespeare. Per chi ama il jazz e altri generi di musica, le occasioni non mancano. Come pure per i cultori dei salotti letterari.

Ad attirare la tua attenzione ci sono pure bar e ristoranti. Dove ti senti coccolato. I menu sono sempre ricchi. Ti propongono piatti saporiti e coloriti, oltre che profumati e... abbontanti. La pasticceria, varia e gustosa, ti tenta e ti conquista. Il latte di mandorla, i gelati cremosi e le granite alla panna sono specialità cui i catanesi non sanno rinunciare. E nemmeno i turisti.

Se poi vuoi stupirti oltre misura, non puoi fare a meno di andare sull’Etna. “’A Muntagna”, in siciliano. Percorrendo una interminabile serpentina di asfalto, da Nicolosi (ma anche da Zafferana Etnea) giungi nei pressi dei crateri Silvestri, a quasi duemila metri. Tutt’intorno, lava nera di colate recenti. Un paesaggio lunare di suggestione straordinaria. Un luogo battuto da venti impetuosi che ti gelano le orecchie e rendono difficoltoso ogni movimento. Sulla cima, ancora innevata, l’inquietante pennacchio di fumo, testimone muto della vitalità di questo vulcano sempre attivo e imprevedibile. Sullo sfondo, la verde e rigogliosa piana di Catania, con i paesi verghiani lungo la costa. La vista spazia da Siracusa a Taormina. Un panorama eccezionale.

Lascio Catania con rimpianto. E non soltanto per ragioni affettive e familiari (ci vivono mio figlio Vladimiro con Stefania e i piccoli Giovanni e Carla). Spero tanto di tornarci presto. E di ritrovare questa città sempre viva e vivace. Ma anche un tantino più rispettata. Da chi l’amministra e da chi ha scelto di viverci. È l’augurio di un sardo che ha scoperto tardi la Sicilia; ma che si è lasciato conquistare fin da subito dalla bellezza di questa terra e dall’amabilità della sua gente.

Arrivederci, dunque!

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 18 Giugno 2011 00:09
 

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