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È scomparso Francesco Cossiga PDF Stampa E-mail
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Martedì 17 Agosto 2010 21:19

Cittadino onorario di Chiaramonti, nel 1974 ci venne in visita ufficiale da ministro di prima nomina

di Carlo Patatu

Apprendo dal telegiornale che Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, senatore a vita e da qualche anno cittadino onorario di Chiaramonti, ha cessato di vivere alle 13.18’ di oggi. Al Policlinico Gemelli di Roma, dov’era ricoverato da qualche giorno.

 

Il mio pensiero è corso subito al pomeriggio del 7 Dicembre 2001, quando il consiglio comunale di Chiaramonti, su proposta del sindaco Ezio Schintu, gli ha conferito la cittadinanza onoraria durante una seduta straordinaria e solenne. Al suo fianco, i presidenti di Provincia e Regione. La sala consiliare gremita come non mai. Nella circostanza pronunciò un discorso. Incipit in sardo logudorese.

Poi, andando a ritroso, sono tornato con la memoria alla mattinata del 5 Dicembre 1974, quando Cossiga venne a Chiaramonti in visita ufficiale in veste di ministro di prima nomina della Pubblica Amministrazione. A me, che ero sindaco, il dovere di riceverlo.

Ricordo che il prefetto mi telefonò il giorno prima, per annunciare la visita del neo ministro. Il che, confesso, mi mise tosto in ambasce.

Salutato il prefetto e riposto il telefono, riordinai le idee e mi accinsi a predisporre quanto la mia poca esperienza in materia mi suggeriva di fare.

Convocato per l’indomani mattina il consiglio comunale in seduta straordinaria e urgente, consegnai alla guardia municipale un fascio d’inviti per tutte le autorità del paese e la cittadinanza. Il ministro vantava sempre con orgoglio le proprie radici chiaramontesi: il bisnonno paterno Bainzu (pastore e poeta) e il nonno medico Chiccu Maria. Pertanto l’accoglienza non poteva che essere degna della nostra migliore tradizione.

Poi, assistito dal segretario comunale, mi ripassai il protocollo. Stante mia scarsa confidenza coi palazzi del potere, avevo addosso una certa ansia all’idea di ricevere un personaggio di tale caratura. Non mi ero mai trovato a tu per tu con un ministro. Mi chiusi nel mio ufficio e ci restai fino a ora tarda. A pensare e stendere il testo dell’indirizzo di saluto all’illustre ospite.

Il giorno seguente, all’ora convenuta, cinta la fascia tricolore, mi recai ai confini dell’abitato, a Codinas. Qui lo attesi. Cossiga giunse poco dopo le dodici, così come preannunciato. Il corteo e la scorta dei motociclisti si fermarono. Da una berlina scese agilmente il ministro tendendomi la mano e precedendomi nel saluto. Alquanto impacciato, sfarfugliai parole di benvenuto, che egli accolse con un sorriso ampio e per me rassicurante. Dopo di che fece scendere dalla berlina il prefetto e m’invitò a sedere al suo fianco.

Raggiungemmo la casa comunale, dove si era radunata una gran folla. Com’era prevedibile e da me auspicato.

Entrati nella sala consiliare strapiena, lo invitai a prender posto sullo scranno del sindaco. Rifiutò cortesemente e, con un sorriso malizioso, mi disse:

“Qui è lei il numero uno. Pertanto questo posto è suo. E poi, caro il mio giovane sindaco, impari a non cedere ad altro la sua poltrona. Non si sa mai!... Potrebbe metterci radici”.

Pronunciai con emozione il mio discorso (chi ne ha interesse può leggerlo cliccando qui). Lui rispose con amabilità, ringraziando i presenti e me per tanto onore. Rinvangando le sue origini chiaramontesi e non dimenticando di ricordare che proprio nonno medico era stato costretto a lasciare Chiaramonti, paese natio, per trasferirsi frettolosamente a Siligo. Ma non ebbe a specificarne la ragione.

Dopo i discorsi, gli donai un pacco di vecchie foto, che ritraevano il paese come l’avevano conosciuto Bainzu e Chiccu Maria Cossiga. Quindi andammo nel mio ufficio per una vernaccia. Mentre salivamo le scale, gli chiesi chi mai avesse costretto suo nonno a scappare.

“Come, non lo sa? – mi rispose stupito -. E allora glielo dico subito. Mio nonno aveva una simpatia, ricambiata, per certa Rosa Madau. Ma i familiari della giovane, ricchi proprietari terrieri, non gradivano d’imparentarsi con uno che, sebbene fosse medico e avesse servito onorevolmente la patria come ufficiale, non aveva i titoli, e cioè tanche fertili con ricchi armenti, per pretendere di salire sull’altare insieme a quella donna. E gli diedero un ‘consiglio’. Di quelli che non si possono eludere. Capito?”.

Lo accompagnai all’uscita e lo salutai con calore. Quindi, fra gli applausi della folla, si allontanò in auto. “Non posso fare a meno – mi disse partendo - di salutare i miei cari parenti: zio Gavino Murgia e zia Giovanna Battista Cossiga, sua moglie”.

Rientrato a Roma, mi scrisse una lettera bella e affettuosa di ringraziamenti. La conservo gelosamente fra le cose care.

Questo il mio contributo, personale e modesto, nel ricordo dell’uomo appena scomparso. Un politico accorto, intelligente e di lunga memoria che ha percorso una carriera travolgente. Fino a raggiungere la massima magistratura dello Stato. È stato sotto i riflettori fino all’ultimo giorno della sua vita. ha condotto la propria vita all’insegna della imprevedibilità. E, cosa inusuale in questa Italia, si è dimesso più volte da cariche importanti: da ministro dell’Interno e da Presidente della Repubblica. Chi se l’aspettava?

Fra lo stupore generale, uscì dal Quirinale pretendendo che fosse eseguito l’inno sardo “Cunservet Deus su Re”. Oggi ci è stata resa nota l’ultima sua picconata: niente funerali di Stato. Niente autorità alle esequie. Che, per sua volontà, si svolgeranno a Sassari, per essere sepolto accanto al padre Giuseppe.

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Novembre 2017 10:02
 

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