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1974: il ministro Francesco Cossiga visita Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Martedì 17 Agosto 2010 22:03

Saluto del sindaco Carlo Patatu all’onorevole Francesco Cossiga, ministro della Pubblica Amministrazione in visita ufficiale al Comune di Chiaramonti

Signor Ministro,

mi è gradito porgerle il saluto più cordiale a nome della Cittadinanza chiaramontese, del Consiglio e mio personale, unitamente a un caloroso benvenuto nel paese di Chiaramonti. Tale saluto mi è particolarmente gradito porgerlo all'uomo Francesco Cossiga, oltre che al ministro, ricordando che questa comunità dette i natali ai suoi avi e che oggi la stessa comunità è orgogliosa di rivederlo qui in una veste così importante, con responsabilità di governo notevoli e in una situazione certamente difficile per il nostro Paese.

All'indirizzo di saluto desidero aggiungere il ringraziamento sincero per avere voluto, fra i primi atti del suo ministero, visitare questa comunità in forma solenne, alla ricerca di quel contatto fra chi ha alte responsabilità di governo e il Popolo; fra amministratore e amministrato; fra autorità e cittadino. Contatto che oggi appare sempre più difficile da intrattenere e che quasi sembra non essere più di moda praticare.

Io sono sempre stato convinto della necessità e dell'utilità, ai fini di una buona amministrazione, di tale contatto per la cittadinanza e i suoi rappresentanti di governo a tutti i 'livelli.Per questo, ripeto, la Sua visita è particolarmente gradita.

Chiaramonti, che agli inizi del secolo e fino a una trentina di anni fa era un paese turbolento, ove i fatti di sangue erano ordinaria amministrazione e la falda personale aveva sostituito la giustizia, è oggi un centro tranquillo, popolato di gente laboriosa che, quando si trova in difficoltà, non esita a emigrare anche in terre lontane, lasciando tutto e tutti col cuore gonfio di tristezza e di nostalgia.

Sono infatti una moltitudine i Chiaramontesi che hanno dovuto abbandonare questi luoghi con l’illusione e la speranza di trovare altrove quel benessere, legato a un posto di lavoro, che la nostra Società non gli ha voluto o potuto concedere.

Nel 1948, la popolazione di questo centro era di 3.172 abitanti; oggi siamo appena 2.240. Nel frattempo, 400 persone sono emigrate all'estero definitivamente (sono stati infatti cancellati anche dalle liste elettorali) e oltre 500 risultano essere emigrate all'interno, con prevalenza nel triangolo industriale del Nord Italia.

In poco più di venticinque anni, sono spariti ben novecento Chiaramontesi; e noi, se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo del vuoto che ci circonda; ci rendiamo conto che tutta una generazione è scomparsa! E il fenomeno dell'emigrazione si è oggi attenuato soltanto perché le crescenti difficoltà economiche a livello nazionale e internazionale non consentono più quella richiesta di manodopera che anni fa si registrava in passato.

Il nostro, signor Ministro, è un centro a economia prevalentemente agro-pastorale, con numerose famiglie che vivono in campagna, gente coraggiosa in verità, resistendo con tutta la tenacia di cui il Sardo è capace, alle avversità delle annate, all'aumento dei costi di tutti i generi necessari e anche a certe lungaggini delle burocrazie statale e regionali, che non hanno finora consentito la razionale utilizzazione dei pur cospicui fondi stanziati a favore della pastorizia e dell'agricoltura.

Abbiamo quindi assistito, in questi ultimi anni, a uno spaventoso esodo dalle campagne. Il che lascia intravedere un futuro non certamente sereno per l'economia della nostra Italia. E spesso io mi chiedo, e con me, credo, tutti si chiedono chi avrà ancora il coraggio di coltivare la terra quando saranno scomparsi quei pochi e volenterosi agricoltori e pastori che ancora non si sono arresi di fronte a difficoltà sempre crescenti.

Uno sbocco certamente positivo sul piano occupazionale è stato offerto, in questi ultimi anni, dalla zona industriale di Porto Torres, che assorbe attualmente un centinaio di unità lavorative; ma che ha riproposto anche qui, in termini drammatici, il problema dell'alterazione della dimensione umana dei lavoratori pendolari. Che, per le ben note carenze nel settore dei trasporti, rientrano in famiglia appena in tempo per la consumazione del pasto serale e per il riposo notturno; per loro, Chiaramonti è un quartiere-dormitorio non dissimile dai tanti disseminati nelle cinture dei centri industriali.

Paese povero il nostro, signor Ministro. Ella queste cose le conosce per averci visitato in altre occasioni, per cui non ritengo opportuno dilungarmi oltre su questo argomento. E non la tedierò neppure elencandole tutte quelle cose di cui noi abbiamo urgente bisogno e che nessun ministro, foss'anche il più volenteroso, il più dotato e disponibile di questo mondo, potrebbe concederci di ottenere nella loro totalità, se si tiene conto dei limiti in cui si è costretti a operare e del lasso di tempo spesso breve, purtroppo, che intercorre fra una crisi di governo e l'altra.

Ho ritenuto più opportuno, in questa occasione, predisporre un pro-meraoria che invierò direttamente alla sua segreteria particolare, accompagnato dall'umile e calda preghiera di ricordarsi un poco anche di noi. Quando sarà a Roma, fra gli innumerevoli e gravosi impegni che la sua alta carica comporta.

Sono certo, al riguardo, di poter contare nella sua squisita sensibilità e nella sua personale pazienza. Ma desidero, soprattutto, richiamare la sua attenzione cortese su un problema di carattere generale; un problema, cioè, che non riguarda specificatamente il Comune di Chiaramonti, ma la quasi totalità degli enti locali. Intendo riferirmi a quell'autonomia amministrativa che è istituzionalmente propria dell'ente locale e che dovrebbe consentirgli di vivere e operare con una certa disponibilità di mezzi per il conseguimento di quegli obbiettivi fissati dalla normativa vigente.

Intendo riferirmi a quell'autonomia amministrativa che, di fatto, esiste soltanto sulla carta; che è svilita ogni giorno di più da certa condizione universalmente conosciuta che mette i comuni in situazioni di precarietà estrema che i governi finora succedutisi hanno, più o meno manifestamente, dichiarato a parole di voler sanare; ma che, di fatto, esiste tuttora e rischia di compromettere definitivamente la stessa sopravvivenza degli enti locali.

Non è più un mistero per nessuno che i comuni, oggi, non sono più in grado di assicurare lo svolgimento dell’ordinaria amministrazione, perché non riescono nemmeno a liquidare puntualmente i pur modesti emolumenti al personale dipendente. Chi Le parla, signor Ministro, sente con terrore avvicinarsi il ventisette di ogni mese; perché, giunto a quella data, deve fare cose impossibili per garantire il pagamento delle competenze a impiegati e salariati.

È questa una situazione pesante; che si trascina ormai da anni e che ora è diventata insostenibile perché, alle difficoltà vecchie, già di per sé gravissime, si sono aggiunte la crisi economica che tra vaglia il Paese, la stretta creditizia, l'inflazione.

Intanto i comuni, assillati da mille problemi quotidiani, grandi e piccoli, devono tirare la cinghia, come suoi dirsi, mettersi in ginocchio dinanzi alle banche, non sempre disposte a far credito a enti in condizioni pressoché fallimentari, cercare infiniti espedienti per mantenere in piedi una baracca, la cui stabilità sembra definitivamente compromessa.

Lo Stato, ella sa bene, pone a carico dei comuni molti servizi essenziali; e pretende, giustamente, che gli stessi vengano garantiti a dovere, pena sanzioni e provvedimenti più che severi. Ma lo stesso Stato non è altrettanto equo e puntuale nella liquidazione delle competenze, contribuendo così a deteriorare una situazione di per sé già difficile.

Basti pensare alle enormi spese che gravano sui bilanci Comunali per l'istruzione pubblica, il servizio sanitario, le spedalità, il servizio elettorale e le statistiche, per citarne alcuni. Ebbene, per tutti questi servizi, le cui spese sono per il comune obbligatorie, lo Stato contribuisce con quote irrisorie, mai rivalutate alla luce delle nuove esigenze; e che, per giunta, vengono accreditate alla tesoreria comunale con inammissibili e ingiustificabili ritardi.

I mutui a ripiano dei disavanzi economici dei bilanci comunali vengono liquidati con anni di ritardo, mentre il saldo degli stessi viene operato soltanto dopo l'espletamento di complicatissime formalità burocratiche, che prevedono l'utilizzo di alcuni etti di carta stampata che deve forzatamente compiere un lunghissimo iter nei vari uffici centrali e periferici dell'Amministrazione statale, prima di ottenere i previsti bolli di approvazione.

È appena il caso di sottolineare che, per ciascun comune che richiede il mutuo a ripiano del disavanzo economico (i comuni con bilanci deficitari, in Italia, sono migliaia), deve intervenire di persona il ministro dell'Interno con proprio decreto di approvazione da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale!

La riforma sanitaria, più volte preannunciata e non ancora attuata, potrebbe sollevare in misura notevole gli enti locali da una certa percentuale di spese e, nel contempo, garantirebbe a tutti i cittadini una migliore assistenza; consentirebbe allo Stato un risparmio notevole della spesa pro-assistito e alle nuove forze-lavoro una più vasta possibilità di occupazione.

Ma l'autonomia degli enti locali viene svilita anche dalle lungaggini burocratiche previste per la realizzazione delle opere pubbliche, i cui progetti, prima di essere concretamente realizzati, devono essere sottoposti a una miriade di approvazioni da parte di uffici spesso in contrasto fra loro; e il cui risultato si traduce in spaventosi ritardi che portano, come logica conseguenza, a una diminuzione del valore reale delle somme previste. In definitiva, all'impossibilità pratica di realizzare l'opera per la quale gli amministratori hanno lavorato, sudato, viaggiato e finanche implorato.

I comuni, si sa, non hanno mai avuto vita facile. L'ho sostenuto in altre occasioni e desidero riaffermarlo anche in questa.

Fin dai tempi del Barbarossa, essi comuni hanno dovuto mostrare le unghie e servirsi dei denti per difendere la loro autonomia e la loro libertà. Oggi la storia sembra ripetersi. Con la differenza che Barbarossa, questa volta, è a Roma; ma anche a Cagliari. Non in Germania.

Mi auguro che, per riaffermare i propri dritti legittimi, i comuni non debbano essere costretti a un nuovo giuramento di Pontida e a una nuova battaglia di Legnano, con tanto di gonfaloni e Carroccio. Uno Stato democratico non può e non deve permettere che si arrivi a tanto. Perché se si dovesse arrivare a un tale punto, ne sono certo, i comuni sapranno scendere in campo e affrontare apertamente lo Stato, novello Barbarossa, per evitare che vengano abbattute le mura dell'autonomia e delle libertà comunali.

Signor Ministro, in sintesi (un'analisi più approfondita richiederebbe un lasso di tempo certamente più lungo), ho voluto rappresentarle lo stato di malessere non soltanto del mio comune; ma di quasi tutti i comuni d'Italia, che rischiano la paralisi amministrativa.

Ho preferito, oggi, richiamare la sua attenzione su problemi di carattere generale perché, ancor prima che sindaco di Chiaramonti, mi sento cittadino di questa Italia tanto povera e tanto malata; ma tanto amata.

E io sono certo che ella, con la sua indiscussa autorità, nell'alto posto che occupa e nella sede ancor più autorevole del Consiglio dei ministri, vorrà e saprà affrontare questi problemi per avviarli a soluzione. Sono pienamente consapevole che si tratta di provvedimenti difficili da adottare e da attuare praticamente; perciò mi auguro che siano affrontati uno per volta; ma senza esitazioni e senza paure.

In quest'opera ardua, che richiederà da parte sua sforzi notevoli e pazienza infinita, ella, signor Ministro, sarà confortata dalla fiducia e dal sostegno degli amministratori comunali. I quali, in definitiva, non pretendono miracoli che l'uomo non può fare. Specie se si tiene conto dei limiti in cui spesso si è costretti a operare. Si chiede soltanto che s’incominci a percorrere la strada della riforma della Pubblica Amministrazione con serietà e con l'intento di giungere al traguardo. Anche a costo di sacrifici duri e impopolari. Ogni passo sarà una conquista; tanti passi finiranno col portarci alla meta.

Da parte nostra, di noi Sardi voglio dire, credo che saremo particolarmente orgogliosi se il nome in un Sardo, di un oriundo Chiaramontese sarà legato al successo di questa riforma.

Ecco perché, oggi, i Chiaramontesi non le chiedono promesse, non si aspettano da lei impegni particolari o scadenze per questo o quel problema locale. Di fronte a questioni di carattere generale tanto gravi e tanto urgenti, noi tutti le saremo grati se vorrà dichiarare la sua disponibilità a operare per la soluzione dei problemi proposti alla sua attenzione. Ciò le chiedono i Chiaramontesi, ritenendo di dovere mettere in secondo piano le pur gravi e impellenti questioni di carattere locale.

E mi auguro pure che ella abbia la possibilità di visitare tanti comuni, poiché soltanto dal contatto diretto con le popolazioni, e con gli amministratori che le rappresentano, potrà scaturire, della situazione reale, una chiara immagine che le sarà certamente utile per l'adempimento dei compiti del suo ministero, oltre che per lo studio delle giuste soluzioni da dare ai vari problemi che le si pongono.

Mi auguro inoltre che ella possa ancora onorarci con altre visite, mentre sono certo che la sua presenza nel Governo della Repubblica tornerà a vantaggio soprattutto della Sardegna . Che, dopo tanti anni, ha nuovamente la possibilità di far sentire la propria viva voce in seno al Consiglio dei ministri.

Tanti auguri, ministro Cossiga! E buon Lavoro.

Chiaramonti, sala del Consiglio comunale, li 05.12.1974

 

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Agosto 2010 22:08
 

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