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S’acabadora, su giualeddu e-i su mazuccu PDF Stampa E-mail
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Venerdì 10 Settembre 2010 14:27

Ovvero, come anche da queste parti fosse in uso l’arte di “agabbare”; e cioè di dare un "aiutino" a passare a miglior vita nei casi di agonia lunga e travagliata

di Mario Unali

Ho letto con interesse l'articolo del professor Paolo Pulina, che mi ha richiamato alla mente alcune pratiche simili all'agabbadora, con strumenti un po' diversi, in uso nella nostra zona fino a poco tempo fa.

Faccio questa piccola premessa: quando si faceva o meglio si costituiva un nuovo giogo di buoi "su ju” in sardo, e questi erano giunti per la prima volta, il più anziano della famiglia diceva una sorta di "benedizione", che nella sua essenza conteneva concetti di abbondanza e benessere, riferiti al giogo stesso, ai raccolti che questo col suo lavoro avrebbe contribuito a ottenere e alla famiglia tutta del proprietario.

Se un giogo si rompeva o per altri motivi era dismesso, quando se ne costruiva uno nuovo, quello vecchio non doveva assolutamente essere bruciato, causa di maledizioni a tutta la famiglia. Doveva invece essere sotterrato a marcire, da solo, sotto l'azione degli agenti atmosferici, in modo che invecchiando e decomponendosi tornasse come materia organica alla terra e nutrimento alla robusta pianta da cui si poteva generare.

Alcuni anni fa ho sentito diversi racconti di persone anziane (in particolare G.S, ultraottantenne). Raccontavano di chiaramontesi che non, trovandosi nella situazione di dover assistere un familiare "de intradura" vicino a morire, dopo aver consultato i familiari dell'ammalato, si fecero costruire "unu giualeddu" da un amico artigiano, che fu utilizzato allo scopo di "agabbare" la persona malata.

Agabbare”, cioè "aiutare a portare alla fine", nel senso di dolce morte. Contribuire dunque a recidere quel filo vitale che ti tiene legato ai vivi alleviando le sofferenze della dipartita. Si usava perciò prendere un pezzo del giogo (su giuale n.d.r.) dismesso; in assenza, se ne poteva fare una piccola copia su semplice tavola, oppure con una comune canna, e mettere l'oggetto sotto il guanciale del moribondo agonizzante per alleviarne il dolore e affrettarne la morte.

Una dolce morte dunque fatta di umanità da parte dei parenti che vedevano al contempo diminuito anche il loro disappunto, non potendo in altro modo lenire le sofferenze del congiunto.

Il popolo dei Sardi conosceva dunque il modo per rendere più lieve e meno doloroso il trapasso, mettendo in essere la terapia contro il dolore che tanto sa di popolazioni civili e progredite.

Dimenticavo di dire che da noi, quella sorta di randello usato dall'accabadora si chiamava "su mazuccu".


NB: le foto sono dell'autore, che ringraziamo

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Settembre 2010 14:42
 

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