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Accabadora o giuàle per la dolce morte? PDF Stampa E-mail
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Lunedì 13 Settembre 2010 10:05

di Carlo Patatu

 

L'intervento di Mario Unali pubblicato qualche giorno fa, mi ha fatto andare a ritroso con la memoria. E così mi sono ritrovato bambino e chierichetto. Con tanto di sottana nera e cotta bianca. È stato un viaggio per me gradevole. Non foss'altro perché mi ha permesso di rivisitare un angolo riposto dei ricordi. Giovanili e infantili.

 

Tornando a noi, devo dire che, accompagnando il parroco padrino Dedola o il suo vice don Masala (sarà poi mio padrino di cresima) più volte andavo per le case ad amministrare l'estrema unzione. S'ozu Santu, come si dice ancora da queste parti. Il sacerdote vestendo cotta, stola e tricorno. Un borsello di seta portato a tracolla custodiva il contenitore dell'olio per la sacra unzione. Io armato di aspersorio e secchiello con l'acqua benedetta. Meglio non fidarsi, il malato poteva essersene già andato...

Di solito, la cerimonia era breve. Familiari e parenti si riducevano a chiamare il prete all'ultimo momento. Intanto perché non doveva (non poteva) essere gradevole, per un infermo ancora lucido e cosciente, vedersi ungere fronte, bocca, mani e piedi quale viatico per un al di là misterioso quanto terrificante. E poi c'erano quelli che, per tutta la vita, non avevano fatto a meno di smoccolare contro la chiesa, i preti e i sacramenti; ma che non avevano mancato di dire ai familiari di "giamare su preideru", quand'era il momento. "A s'ultim'ora". In breve, ad agonia in corso.

Ma talvolta i familiari, nella concitazione del momento, non ci azzeccavano. E accadeva che, al nostro arrivo, il presunto moribondo sgranasse tanto d'occhi e chiedesse preoccupato cosa mai ci facesse il prete in casa sua. E qui sia padrino Dedola che don Masala davano fondo alle loro arti sottili per convincerlo che, trovandosi a passare da quelle parti, non avevano voluto rinunciare al piacere di salutarlo. E di augurargli una pronta guarigione. Quello annuiva. Non so se bevendosi la frottola pietosa del prete o facendo finta.

Bene. Una volta, mi accadde di seguire don Masala a casa di un malato. Abitava in uno dei carrugi del centro storico. Non ricordo più se via delle Balle o Carruzu Longu. Un vecchietto giaceva a letto, capigliatura e barba candide, vistosamente incolte. Respirava a fatica e non dava segno di coscienza. Mentre io assistevo in ginocchio, don Masala gli amministrò l'estrema unzione, non prima di averlo assolto dai peccati commessi, ancorché non confessati. Dopo di che, scambiate poche parole coi familiari, la visita si concluse. C’era però da scommettere che, di lì a poco, ci sarebbe stata una nuova chiamata. Questa volta per la benedizione della salma e per il tocco della campana a morto, "s'isperu". Come d'uso.

Ma il vecchietto era duro a morire. Non mangiava, non beveva, non parlava. Dava soltanto segni evidenti di grande sofferenza. Il volto gli si contraeva, di tanto in tanto, con smorfie di dolore che angosciavano parenti e amici. Di esalazione dell'ultimo respiro neanche l'ombra.

Passarono così alcuni giorni, che i familiari trascorsero in veglia. Comprensibilmente segnati da tanto strazio e da nottate insonni.

A quel punto, una vicina di casa, dopo un rapido consulto con le comari, prese il coraggio a due mani e chiese ai figli se al moribondo non fosse capitato, in passato, di dar fuoco a "unu giuàle"[1].

Nessuno sapeva rispondere. Ma che c'entrava "su giuàle"? C'entrava, c'entrava! Eccome se c'entrava. Chi si era reso colpevole di dare alle fiamme "unu giuàle" (foss’anche un solo pezzo), non poteva sfuggire all'ira divina. Che lo condannava, inesorabilmente, a patire un'agonia lunga e dolorosa.

Si era, forse, in presenza di uno di quei casi malaugurati? Probabilmente si.

E allora, che fare? La ricetta, l'unica efficace, era di andare subito alla ricerca di "unu giuàle", da infilare sotto il cuscino del moribondo. Questo il solo rimedio per esorcizzare la maledizione e porre così fine all'agonia straziante. D'altronde, quand'anche quell'espediente si fosse rivelato inutile, di certo non avrebbe fatto danno.

I familiari approvarono. Qualcuno procurò "unu giuàle". Che la mano pietosa di una donna, rimasta sola col malato, gli avrebbe infilato sotto il guanciale recitando una preghiera. Seguirono attimi di attesa, trascorsi da parenti e vicini di casa in cucina. Dove il clima era surreale e la tensione si tagliava a fette. Finalmente la donna dalla mano pietosa ricomparve, per annunciare che quell’anima benedetta aveva finito di soffrire. Deo gratias!

Il racconto dell'epilogo di questa vicenda mi mise in grande agitazione. Oltre tutto, io avevo visto quell’uomo sul letto di morte. In quella stanza! Ovviamente la storia me la bevetti tutta. Senza che un qualsiasi dubbio turbasse la mia fede di bambino. E ciò fino a quando non venni a conoscenza dell'esistenza de "s'accabadora". Soltanto allora un dubbio atroce fece capolino nella mia mente di ragazzo ingenuo e credulone. Il dubbio, cioè, che quella mano pietosa non si fosse limitata a infilare "su giuàle" sotto il cuscino; ma avesse fatto qualcosa di più.

Mi confortava non poco l'idea che quell’espediente si fosse rivelato efficace a por fine alle sofferenze del vecchietto. Che comunque era destinato a morire. Sia pure con travaglio enorme.



[1] Il giogo, strumento in legno che legava una coppia di buoi per il tiro dell’aratro o del carro

 

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Marzo 2015 23:58
 

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