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La Tribuna: Sempre a proposito “de s’acabadora”... PDF Stampa E-mail
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Venerdì 24 Settembre 2010 12:36

La testimonianza di uno studioso di cose sarde su Michela Murgia a Ozieri nel 2009

di Antonio Canalis

Il dibattito su "S'acabadora", effettivamente, interessa e incuriosisce. A tale proposito riporto una mia testimonianza. Nell'agosto del 2009, Michela Murgia presentò a Ozieri il suo recentissimo libro "Acabadora" (oggi molto noto per aver vinto recentemente il Premio Campiello).

Il folto pubblico in sala, naturalmente, era incuriosito da questa inquietante figura che sembrava squarciare i veli di un passato oscuro e misterioso. Magari perché era ormai dibattuto da tempo e controverso argomento di prova per le coscienze il problema dell'eutanasia.

 

Michela, nel suo intervento ozierese, fu molto esplicita: gli antropologi - e in particolare quelli sardi - le avevano detto chiaro e tondo che non esiste alcuna documentazione, né alcuna prova che "s'acabadora" usasse metodi cruenti per esercitare le sue vere o pretese funzioni.

Secondo gli studiosi, doveva trattarsi al più di esercizio di riti o pratiche magiche, alla stregua della "medicina" contro il malocchio, per scacciare i passeri che devastavano le spighe di grano e simili pratiche del mondo rurale. Anche "su matzucu”, o “su giualeddu", avevano quindi funzione magica, portatrice di dolce morte e, comunque, termine di lunghe sofferenze d'agonia. Ma si collocavano sotto il cuscino del moribondo. E basta!

L'autrice, però, aveva sposato comunque la tesi, per s'acabadora, della donna misteriosa portatrice di una morte liberatoria. E per giustificare questa scelta mise le mani avanti. Chiarì che il suo era un romanzo e non un saggio, per cui poteva restare largo margine di spazio aperto alla fantasia, magari anche a scapito della verità.

Intervenni nel dibattito. Ero arrivato con in mano il libro di Franco Laner, altoatesino appassionato di cose sarde d'archeologia e comune amico mio e di Mario Unali. Un libro uscito dieci anni prima, nel 1999, che però era un saggio, e non riguardava esattamente l'argomento del libro di Michela Murgia.

Franco Laner, "continentale", aveva comunque sfruttato la diffusa credenza "de s'acabadora" per sostenere che qualcuno, anche una figura misteriosa della memoria popolare collettiva, doveva porre fine alla sofferenza della tesi di Giovanni Lilliu che i nuraghi fossero fortezze. Una tesi, secondo Laner, ormai da lungo tempo in agonia.

Si sottolineava l'esigenza di dare spazio ad altre ipotesi più consone alla vera funzione degli antichi monumenti ciclopici che costellano ogni contrada dell'Isola. Lo stesso Lilliu, senza però ammettere alcunché, osservava che se mai era compito degli archeologi che venivano dopo di lui affacciare altre interpretazioni e trovare argomenti per dar gambe ad esse.

Conclusi l'intervento schierandomi per la tesi meno cruenta del personaggio "de s'acabadora", che tanto incuriosisce i lettori del libro di Michela Murgia. Sebbene, aggiunsi, mi restasse qualche residuo dubbio per il fatto, testimoniato da tanti, che il personaggio femminile misterioso di inquieta nomea volesse comunque restare solo con il "paziente" per esercitare i suoi poteri "magici".

 

 
Commenti (2)
Che tempo che fa
2 Lunedì 09 Maggio 2011 14:41
peri52

Trasmissione televisiva della Rai tre. Mi chiedevo se é la stessa persona. Volevo tramite questo sito complimenarmi con la Signora Michela Murgia. Alcune volte basta pensare le cose e poi, per qualsiasi ragione, esse accadono.


Saluti Salvatore quel de Milan inviato speciale Famiglia Patatu


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Si, Michela Murgia è l'autrice del bel libro "S'Accabadora", ed. Einaudi, pagg. 164, € 18,00. Ti consiglio di leggerlo: è molto interessante. Giriamo a lei i tuoi complimenti, che sono anche i nostri. Saluti. (c.p.)

credenze antiche
1 Sabato 25 Settembre 2010 14:53
mario unali
Bene ha fatto Antonio Canalis a riprendere il significato di s’accabadora utilizzato da Franco Laner, comune amico, nel suo libro del 99, “Accabadora, tecnologie delle costruzioni nuragiche”. Attraverso questo vocabolo s’invita, infatti, la cultura ufficiale “a finirla” smettendo di sostenere tesi impossibili e campate in aria e senza fondamento sulla cultura sarda e nuragica in particolare.

Altra cosa caro Antonio, studioso di cose sarde a 360°, sono queste pratiche medianiche ed empiriche che si tramandano sin dalla notte dei tempi. Io ebbi a sorridere quando fui coinvolto in prima persona a ricercare una piccola parte di “su giuale”, che sarebbe servito a portare la dolce morte per questa persona cara che tanto soffriva. In effetti, con tutto il mio scetticismo accettai di buon grado, più di tutto quando anche mia madre mi confermò di conoscerne l’esistenza attraverso i racconti della mia bisnonna. Ebbi una certa soddisfazione nel vedere i visi rilassati e contenti degli astanti i quali dopo pochi minuti aver posto su giualeddu sotto il cuscino videro spirare con l’ultimo respiro il morto, che accennò un lieve quanto improbabile sorriso.


Detto questo, voglio ricordare anche la funzione di amuleto del giogo, il quale porta benessere e felicità a chi vi transita sotto. Io ne tengo una copia prorio all’ingresso del mio studio. Solo qualche scettico ignorante lo ha evitato temendo di essere preso per “corrudu” e rimanendo nell’ingresso sotto una frizzante pioggerellina. Lo invitai comunque ad entrare e a fronte di una ferma rinuncia alzando gli occhi al cielo gli dissi: - Custa est abba chi infundet maccos -.


Saluti Mario Unali

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