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La Tribuna: Penne sguainate PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 02 Febbraio 2011 21:22

di Claudio Coda

Giorni fa Oliviero Beha, ammetteva all'intervistatore di essere un tipo che sta sulle scatole, non solo per ciò che dice e scrive, ma anche "ontolog,icamente" coe persona. E ancora: arguto e innamorato della polemica, pronto ad affrontare la dura realtà con la penna "sguainata".

Noto un assioma tra lui e te. Ecco un amichevole tracciato e in cui mi ci infilo seguendone il percorso.

Veniamo al punto d'interesse.

Noi paesani guardiamo l'acqua che scorre: talvolta limpida, talvolta torbida. Niente di più.

Come hai ricordato, il simbolo della cultura è la presenza di un edificio destinato alla scuola: "il palazzo scolastico". Questi ergono in tutta l'Anglona per maestosità e serio rigore architettonico di primi '900. A Chiaramonti niente. Il plesso delle elementari era sparso di qua e di là, ospitato in maggior parte in locali privati: magazzini e ammezzati. Questo sino agli anni '60, per la scuola media arriviamo agli anni '80.

È un caso fattuale se abbiamo atteso cinquant'anni e passa per avere un casermone senza storia e senza stile che potesse richiamarne solo un po'? Unitamente alla Casa Municipale: un orribile manufatto che presiede, standosene seduto, sulla piazza di San Giovanni. Un amico architetto lo definì "scatola di cartone". Ovviamente riferito al contenitore e non, con rispetto al luogo, per il contenuto.

Quegli stessi plessi che possono, orgogliosi, mostrare i comuni attorno.

Chi avrebbe dovuto decidere in tal caso? Certamente i vari amministratori in successione, che per logica erano sempre i maggiorenti, non sempre autorevoli; ma il fatto della postazione economica consentiva loro di avere prestigio, cariche e potere decisionale.

Ma gli stessi non avevano radici storiche legate al paese, essendo arrivati e locati, credo, intorno al 1850, più o meno, provenienti da altre strade. A tal proposito mi viene in mente una quartina attribuita al poeta Melchiorre Murenu che esprimeva la condanna dell'"Editto delle chiudende", citato come una delle pagine più nere della storia della Sardegna:

"Tancas serradas a muru,

fattas a s'afferra afferra,

si su chelu fit in terra,

che l'aian serradu puru".

Mi fermo qui. Non ho elementi e non conosco la vera storia per fare parallelismi. Ma la quartina la conosco bene.

Ma veniamo ai nostri. Forse ritenevano che investire in cultura avrebbe costituito mora al loro status? Forse che sì, forse che no! Le rendite distribuite ai privati per canoni d'affitto dei magazzini erano un riguardo verso amici e compari? Forse che sì, forse che no! Per dirla come il Vate.

Mio nonno Giacomo (non aveva nessun rapporto di parentela con i diversi amministratori, essendo lui arrivato da Tempio con natali a Biella) aveva locali in sovrappiù nella via centrale e qui erano "collocate" due classi elementari. Altre erano sparse per carruggi stretti e male illuminati. I "bisognini" venivano espletati dietro l'angolo. Io ho frequentato la prima e la seconda elementare nei locali di famiglia e quindi potrei dire che a scuola ero "di casa".

Dicevo degli amministratori del periodo: erano i più copiosi di sostanze terriere, con vaste tanche, giumenta, bestiame grosso e minuto di tutto il circondario. La condizione di possidente" evidentemente li esonerava dall'avvertire i bisogni altrui in termini culturali; ma anche dei servizi primari.

Ma non erano mecenati con loro stessi, poiché abitavano in palazzotti spartani, disadorni e di poco interesse. A riprova, in questo paese, non esistono edifici degni di nota. Non come a Nulvi, Osilo, Ploaghe e perfino Martis. Nei centri indicati sono presenti architetture di primo '900 che fanno pari pari, con debite proporzioni, a quelli di Sassari. Questi ornano i centro e attirano l'attenzione del passante.

Questo per il passato.

E per il presente? Stessa solfa. C'è un metodo per misurare il benessere e la qualità di vita di un centro urbano. È quello che comunemente si utilizza come parametro: il terziario. Poniamo a paragone le attività presenti qui, con quelle dei paesi menzionati. Niente a confronto. D'altronde, come si fa a fare imprenditoria e rendere servizi, aprendo le serrande alle nove del mattino, taluni alle dieci o addirittura saltando la giornata? La mia famiglia per anni ha operato in quel settore, ma eravamo operativi dalle otto del mattino e forse saremmo stati disponibili anche prima, per vendere e incassare. Insomma, fare commercio.

E sin qui il braccio operativo. La mente è tutto un altro paio di maniche.

E ancora. Facciamo finta, con difficoltà, ad immaginare di abitare in un centro che comprenda, assemblandoli: Chiaramonti, Martis, Perfugas, Plaoghe, Viddalba, Nulvi (più o meno l'Unione dei Comuni che è già realtà) e che i diversi abitati siano dei quartieri, spostandosi da uno all'altro, considerato che le distanze lo consentono.

Per semplificare: per le manifestazioni culturali di certo richiamo ci recheremmo al quartiere di Martis o Nulvi; per fare nuoto al rione di Perfugas o Ploaghe; per le passeggiate in centro a Nulvi o Ploaghe; per fare shopping al rione di Perfugas o Ploaghe; per visite museali al quartiere di Viddalba o Perfugas; per sale conferenze a Martis o Perfugas. Insomma il problema non esisterebbe in quanto tale.

Dimenticavo: al rione Chiaramonti cosa rimane? Noi! Spettatori e non attori.

 

 
Commenti (2)
Gavino Tolis - medaglia d'oro
2 Giovedì 03 Febbraio 2011 20:22
c.c.

Onore ad un concittadino che non è stato spettatore. Purtroppo.


"Beato quel paese che non ha bisogno di eroi" (Bertolt Brecht)

spettatori
1 Mercoledì 02 Febbraio 2011 21:49
peri52

Importante è essere consapevoli del ruolo, per cui siamo partecipi comunque. Se vogliamo cambiare spetta ad ognuno. Sono stanco di andare al cinema quindi voglio essere protagonista. Intervento molto significativo. Complimenti a Claudio Coda.


Salvatore quel de Milan

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