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Il finanziere Leonardo Satta, l'Eroe di Creta Rossa PDF Stampa E-mail
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Lunedì 14 Febbraio 2011 01:00

di Gerardo Severino

Continuando le nostre ricerche sugli eroici finanzieri caduti nella 1^ guerra mondiale, ci siamo imbattuti in un'altra bella figura di fiamma gialla e di combattente. Mi riferisco al finanziere Leonardo Vincenzo Satta, figlio di Antonio e di Vittoria Quadu, nato a Chiaramonti il 12 febbraio 1888, una della tantissime vittime della "Grande Guerra".

Abbiamo pensato di proporre la biografia di questo purissimo eroe, approfittando dell'ospitalità del sito internet della famiglia Patatu, sul quale da anni vengono dedicate le più belle pagine di storia locale e nazionale, peraltro apprezzate da migliaia di sardi (e non) sparsi in tutto il mondo.

Leonardo Satta, nato in una terra che per quasi un secolo aveva dato alla Guardia di Finanza migliaia e migliaia di uomini (ricordiamo, infatti, che anche in Sardegna venivano reclutati, sin dal 1819, i Regi Preposti delle Gabelle, dal 1862 denominati Guardie Doganali), seguì l'esempio di molti suoi coetanei, decidendo quindi di far parte della grande famiglia delle Fiamme Gialle.

Leonardo mise la prima volta piede in una caserma del Corpo il 15 luglio 1908, data in cui fu ammesso a frequentare il corso di formazione presso l'allora Legione Allievi di Maddaloni, in provincia di Caserta. Terminato il periodo d'istruzione e promosso al grado di guardia, Leonardo Satta fu destinato alla Legione Guardia di Finanza di Messina, ove giunse il 1. dicembre di quel fatidico anno.

Il termine fatidico non è causale, poiché appena 27 giorni dal suo arrivo in Sicilia, esattamente il 28 dicembre 1908, quella stessa città, così come la dirimpettaia città di Reggio Calabria, fu letteralmente distrutta da un terribile terremoto, seguito da un altrettanto terribile maremoto. Fra le migliaia di morti, numerosi furono i finanzieri, compreso lo stesso comandante della Legione, il Colonnello Francesco Roco, perito sotto le macerie assieme alla sua famiglia.

Leonardo Satta, primo fra i primi, si buttò anima e corpo nelle estenuanti operazioni di soccorso, scavando anche a mani nude pur di salvare il maggior numero possibile di vite umane. E ciò verrà in seguito riconosciuto dallo Stato, il quale concederà anche a lui una medaglia di benemerenza nazionale.

Dopo la tragedia, Leonardo continuò a prestare servizio nella martoriata Messina, ove nel frattempo erano state costruite dagli stessi finanzieri decine di baracche di legno da adibire a caserme del Corpo e ad uffici finanziari.

Il 1. aprile del 1911, Leonardo Satta lasciò la Sicilia alla volta della bellissima città di Roma, destinato ad operare in una delle tante Brigate che componevano allora la Legione di Finanza capitolina. In realtà, di lì a qualche mese, scaduta la ferma triennale, il giovane Satta, probabilmente preso dalla nostalgia di casa, decise di tornarsene a Chiaramonti.

Era il 15 di luglio 1911 e Leonardo mai avrebbe immaginato che la sua "libertà" sarebbe durata veramente poco. Dopo quell'estate e, soprattutto, dopo aver potuto finalmente partecipare, dopo tre anni d'assenza, alla festa patronale di San Matteo (21 di settembre), il giovane si vide recapitare la classica cartolina di precetto speditagli dal Distretto Militare di Sassari.

Ma cosa era successo?

L'Italia si stava apprestando ad affrontare l'ennesima guerra coloniale, guerra che ebbe di fatti inizio il 28 settembre 1911, allo scopo di strappare all'impero ottomano le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. Il conflitto passerà alla storia come "Guerra Italo-Turca", ovvero anche come "Campagna di Libia" e durerà circa un anno.

Inizialmente destinato al Deposito del Reggimento di Fanteria di stanza ad Ozieri, il fante Leonardo Satta fu, quindi, mobilitato nei ranghi del 45. Reggimento Fanteria "Reggio", allora di stanza a Sassari, con il quale raggiunse molto probabilmente la sponda africana, anche se nel foglio matricolare non se ne fa espressamente cenno.

Smobilitato dal Regio Esercito il 20 marzo 1912, quando la guerra con la Turchia non era ancora terminata (lo sarà infatti il 18 ottobre seguente), Leonardo Satta fece ritorno a Chiaramonti, ove riprese a lavorare nei campi, assieme al padre Antonio. Trascorsero così oltre due anni, durante i quali Leonardo mai avrebbe pensato che il vincolo con le Forze Armate non fosse stato ancora sciolto, riservandogli così ulteriori sorprese.

Il 1. marzo 1915, in vista della mobilitazione generale disposta dal Ministero della Guerra, nell'imminenza della partecipazione italiana al 1. conflitto mondiale, Leonardo Satta fu richiamato alle armi, ma non più dal Regio Esercito, ove aveva recentemente servito. Il 1. marzo del 1915, il giovane si dovette presentare, infatti, presso il Comando del Circolo della Regia Guardia di Finanza di Sassari, in quanto assegnato all'8. Battaglione Guardia di Finanza che di lì a qualche mese si sarebbe formato a Napoli, città che raggiunse verso la fine di aprile.

A metà maggio, Leonardo Satta e gli altri finanzieri dell'8. Battaglione si trasferirono in Carnia (Friuli), accampandosi dapprima a Tolmezzo ed in seguito a Paluzza, ove di lì a qualche giorno iniziarono le operazioni militari vere e proprie.

E vennero le tristi giornate del Pal Piccolo, a metà giugno, gli aspri combattimenti sul monte Freikofel, ove il reparto subì pesantissime perdite, e di nuovo il Pal Piccolo ed altre località della Carnia, pesantissimamente attaccate da preponderanti forze austriache. Nell'anno di guerra che Leonardo Satta visse in quel tratto di fronte, centinaia e centinaia erano stati i finanzieri che aveva visto cadere al suo fianco, dilaniati dalle granate, asfissiate dai gas venefici, colpiti dagli infallibili cecchini di "Cecco Beppe" (come veniva allora citato l'imperato d'Austria). Era, quella, una estenuante guerra di trincea e la trincea avrebbe rappresentato per molti di loro l'ultima dimora terrena.

Agli inizi di febbraio del 1916, la Compagnia di Leonardo Satta fu destinata a cima Creta Rossa (1170 metri d'altitudine), ove avrebbe dovuto rafforzare e mantenere i trinceramenti di quel tratto di fronte. Oltre a lavorare materialmente alla costruzione dei camminamenti, le povere fiamme gialle erano costrette a respingere i continui assalti, anche all'arma bianca, pur di frenare l'agguerrito nemico di sempre, ma anche ad estenuanti turni di guardia, ove, alla neve ed al ghiaccio di quel terribile inverno, s'univano i colpi di mauser esplosi dagli austriaci dall'altra parte della barricata e del filo spinato.

E fu proprio un cecchino austriaco che fermò per sempre il valore del nostro Leonardo. Il 16 febbraio 1916, il finanziere Satta, mentre s'accingeva ad uno dei tanti assalti, fu colpito al capo da un proiettile, che gli entrò nel cranio nonostante indossasse l'elmetto "Adrian", che certamente non era d'acciaio come quello degli austro-ungarici.

Dopo i primi soccorsi prestatigli presso l'infermeria da campo, Leonardo cercò di minimizzare l'accaduto, chiedendo di ritornare in linea. Ma la situazione era piuttosto grave e nessun medico avrebbe potuto assecondarlo. Trasferito, il giorno 18 febbraio, presso l'Ospedale da Campo n. 96, ubicato a Piano d'Arta, sempre in Carnia, Leonardo subì un delicato intervento chirurgico per l'estrazione di una scheggia di pallottola. Ma la ferita era gravissima e neppure l'intervento del chirurgo poté salvarlo.

Leonardo Satta esalò, infatti, il suo ultimo respiro l'11 marzo 1916. Aveva da poco compiuto i 28 anni d'età, quando morì lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia, per una guerra tutto sommato non sentita da nessuno e per la definitiva unificazione di un Paese come il nostro, che oggi, a 150 anni da quello storico avvenimento (proclamazione del Regno d'Italia del 17 marzo 1861) s'interroga ancora se ne è valsa la pena o meno.

Ebbene, concludiamo questo breve ricordo con la celebre frase tolta dai "Diari" di Nathaniel Hawthorne: "Un eroe non può essere eroe se non in un mondo eroico", un mondo al quale gente come Leonardo Satta aveva evidentemente creduto, e sino in fondo.

Meditiamo, dunque, su questi esempi luminosi, in memoria dei quali è doveroso, da parte nostra e dei nostri figli, amare sino in fondo la Patria: una, indivisibile ed unita nel comune sentimento dell'onore e del dovere, così come molti eroi ce l'hanno tramandata.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Febbraio 2011 14:25
 

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