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Quelle scritte fasciste sui muri PDF Stampa E-mail
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Martedì 19 Aprile 2011 17:31

di Carlo Patatu

È in corso il rifacimento delle facciate e del tetto di casa Falchi. Bene. Ce n'era bisogno. Si tratta d'interventi auspicati da più parti. E da tempo. Li registro con piacere.

 

Ricordi d'infanzia mi legano a quella casa e a persone che vi dimorarono. Le condizioni di abbandono del palazzotto col tetto in parte crollato, la facciata scrostata e il bel portone privo dei battenti di ottone lucido mi procuravano tristezza ogniqualvolta passavo in Carrela 'e S'Avvocadu (Largo Azuni).

Sic transit gloria mundi...

Eppure, fin dall'avvio, i lavori hanno suscitato qualche chiacchiericcio. Voci di dissenso, sommesse e felpate come al solito, si sono levate qua e là. Per lamentare che? La scomparsa della scritta fascista che vi campeggiava da oltre settant'anni: NOI SIAMO CONTRO LA VITA COMODA.

Il fatto che quel distillato di etica mussoliniana figurasse stampato a chiare lettere sulla casa di una famiglia benestante fece storcere il naso a più d'uno. Da adolescente ne sorridevo. Sapevo, al contrario, che S'Avvocadu (il dott. Giulio Falchi) la vita se la conduceva comoda. Altro che! La sua pennichella pomeridiana non poteva (non doveva) essere disturbata dal chiasso dei miei giochi di strada. Quindi, a quell'ora, a casa. Per ordine di mia madre e forzatamente rispettoso della sua quiete. Cui aveva diritto, peraltro.

Ma perché quella scritta?

Così come accade adesso, chi stava al Governo nel Ventennio (1922-1943) svolgeva un'azione efficace di propaganda. Martellante e continua. Essendo la televisione ancora in mente Dei, Benito Mussolini coagulava intorno a sé attenzione e consenso anche facendo riprodurre sui muri passi significativi dei propri aforismi.

Quelle frasi, scritte con vernice nera indelebile, erano brevi ma significative. Sempre di senso compiuto. E pure firmate. Accanto, infatti, vi figurava immancabilmente l'immagine del Duce. Più spesso in elmetto e coi fasci littori. Ritratto di profilo, cipiglio guerresco. Era quello l'uomo che Pio XI definì "...della Provvidenza...".

Un po' tutti gli edifici importanti del paese furono presi d'assalto dai pennelli di servizievoli "camicie nere". Che allora spopolavano anche qui.

Nella palazzina di Angelo Truddaju (proprio di fronte a S'Avvocadu, ora casa Spanu-Doneddu) si leggeva (si legge tuttora): LA CAMICIA NERA É UNA TENUTA DI COMBATTIMENTO.

Un altro aforisma di cui ho memoria compariva sulla facciata del palazzo Lezzeri-Murgia (ora Solinas) in via San Matteo: QUESTA È L'EPOCA NELLA QUALE BISOGNA COMBATTERE E VINCERE. “L’appetito!...”, sbottò ironico, dopo averla letta, un soldato mal vestito e in zoccoli che si trovava a passare in quei pressi in tempo di guerra. Sulla facciata del caseggiato ex asilo infantile (oggi sede del del Consiglio comunale e centro sociale) si leggeva: CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE, VINCERE E VINCEREMO! Sappiamo com'è andata a finire.

Altre frasi di cui non ricordo più il contenuto "impreziosivano" il vecchio municipio, il palazzo ex Rottigni (ora Migaleddu) e la palazzina ex GIL (Giovantù Italiana del Littorio) in via Grazia Deledda; le case di Marcheddu Brunu (allora abitata dal calzolaio Antoni Unale) in via San Matteo; di Chiccu e Bore Cossiga (oggi Demelas-Demontis) e di Francesco Tolis noto Cicciu Boe (oggi proprietà Ruiu-Sanna) in piazza Repubblica. La scritta stava proprio là dov'è il murale “Benennidos”.

Se non sbaglio, l'unica superstite (e leggibile) campeggia nella ex casa Truddaiu, in Carrela 'e s'Avvocadu. A suo tempo, il proprietario tiu Angheleddu aveva incaricato della cancellazione un muratore. Che, con perizia certosina, aveva picchettato le lettere con la martellina, realizzando involontariamente una sorta di bassorilievo. In breve, un lavoro di cesello. Benvenuto Cellini non avrebbe saputo far meglio.

Risultato: la si legge ancora. Meglio di prima. Tant'è che l'ufficio tecnico del Comune pare abbia opposto un rifiuto alla sua cancellazione, dovendo i proprietari rinnovare la facciata. Diversamente da quanto lo stesso ufficio ebbe a disporre in altre occasioni. Precedenti e analoghe.

Ma allora, ha senso il chiacchiericcio per la scomparsa della scritta di casa Falchi?

No, per me non ne ha. Lo ritengo inutile e fuori tempo massimo. Essendo state le altre scritte distrutte col nostro accordo silente, non vedo perché si debba gridare allo scandalo solo ora. Semmai avremmo dovuto conservare almeno quelle della ex casa comunale e del vecchio asilo, trattandosi di edifici pubblici. La loro scomparsa, guarda caso, è da addebitare proprio al Comune, che provvide alla ristrutturazione di quei caseggiati.

Le scritte fasciste erano documenti storici di un periodo tragico. Vissuto e patito anche dalla nostra comunità. Pertanto sarebbe stato opportuno conservarne qualcuna. A futura memoria. Ecco perché, indipendentemente dai divieti municipali, bene farebbero Giuseppe e Mariella Spanu a lasciarla così com'é, la scritta in bassorilievo sulla loro palazzina. Solo uno stupido potrebbe rimproverargli certa "nostalgia" per un "regime" che, oltre tutto, essi non hanno nemmeno conosciuto.

Ma la frittata è fatta. Inutile chiudere la stalla ora: i buoi sono scappati da un pezzo!

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Maggio 2011 17:23
 
Commenti (1)
Cancellare e scoprire
1 Mercoledì 20 Aprile 2011 12:13
Gianluigi MArras
sono d'accordo con te Carlo, tra l'altro la pulizia dall'intonaco ha messo in mostra altri splendidi architravi, provenienti con ogni probabilità dalla vecchia parrocchiale!

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Grazie, Gianluigi! Il tuo parere autorevole mi conforta non poco. In relazione alla Casa Falchi, mi riprometto di scrivere ancora qualcosa, dando fondo ai miei ricordi. Ma lo farò quando i lavori saranno stati ultimati. Anch'io credo che quei residui di "splendidi architravi" provengano dalla vecchia parrocchiale; oppure da una delle tante chiesette dell'agro ormai scomparse. Ma, come te, propendo per la loro provenienza da Su Monte 'e Cheja. (c.p.)

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