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Su tempus de sas serenadas PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Lunedì 15 Agosto 2011 21:35

Dopo avere letto “I cantadores a chiterra” (pubblicato il 5 Agosto scorso), Veronica Scanu, cara amica chiaramontese trapiantata da qualche decennio a Londra, mi ha manifestato il desiderio di saperne di più, a proposito di cantigos de serenadas.

Accolgo con piacere la richiesta, che cercherò di soddisfare per quanto potrò. Non sono un esperto dei canti e della poesia in limba. Ma soltanto un appassionato. Mi piacciono i cantadores, provo piacere a leggere poesie in sardo, mia lingua materna. Ma relativamente alle varianti in uso in Anglona, Logudoro, Meilogu, Gallura e barbaricino in genere. Escluso il campidanese. Che capisco a stento. E che, lo confesso, non mi va.

Detto questo, ribadisco (l’ho già scritto altre volte) che, quand’ero giovincello, era consuetudine fare serenate alle ragazze del cuore. Di Sabato. Estate e inverno. A notte fonda. Una chitarra e un po’ di faccia tosta erano gli ingredienti indispensabili. Le ragazze gradivano comunque. Bastava il pensiero.

Il più gettonato era il canto in Re. Anch’io mi ci sono cimentato, talvolta. Pur non avendo una bella voce. È un canto malinconico che ben si presta a esprimere sentimenti d’amore e passione. Immancabilmente, quel canto giungeva al cuore delle ragazze. Che, eludendo la sorveglianza di mamme arcigne e di padri all’antica, se ne stavano emozionate dietro le imposte, a luce spenta, ad ascoltare rapite i canti che si scioglievano per loro. Sempre a tarda notte.

Ecco, per il piacere di Veronica Scanu e di quanti possono avere interesse alla questione, riporto alcuni testi di serenadas, da cantare in Re o come Muttos, tratti dai miei ricordo e da un libretto di Enzo Espa[1].

Una delle canzoni più eseguite, peraltro d’autore ignoto, era questa:

Inoghe mi faghet die

cantende a pramm'adorada,

tue in su lettu corcada

e deo frittu che nie!

Il canto che segue, molto popolare, lo si cantava, e lo si canta ancora, in coro. Il testo poetico, autore l’avvocato sarulese Badore Sini e datato 1926, fu musicato da G Rachel e portato al successo dal Coro Barbagia prima e da Maria Carta poi:

Non potho reposare, amore, coro,

pensende a tie so donzi momentu,

no istes in tristura, prenda ’e oro,

ne in dispiaghere o pensamentu,

t’assiguro chi a tie solu bramo,

ca t’amo forte, t’amo, t’amo, t’amo!

Ma se appena mi lascio vincere dai ricordi giovanili, riaffiora subito la bella figura di nonno Pulina. Che, da buon ploaghese, quando nel suo ovile a Piluchi si faceva festa, non mancava mai di cantare in Re, a sa piaghesa antiga:

Passizeri avventuradu

ch’attraessas de continu,

nara s’in calchi caminu

sa tùrture has incontradu;

si de me t’hat preguntadu

de su cantu in armonia.

Altri versi che di frequente sgorgavano limpidi e spontanei dalle ugole dei giovani chiaramontesi impegnati in sas serenadas erano:

Abberimi sa janna, frisca rosa,

ca so tremende che fozas de canna...

Ma c’erano pure le cosiddette serenadas a dispettu. Che spasimanti delusi cantavano sotto la finestra di chi li aveva respinti. O che mostrava di essere prejumida, carica di presunzione. In breve, faceva la preziosa. Di queste canzoni ne ricordo una, fra le tante che circolavano a quel tempo:

Mancu in sonnu bi creìa

d’esser maccu a m’abbasciare

a sos pes de un’istrìa

chena pinnas pro ‘olare!

Non t’illudas, carrabusu,

chi unu cantu de amore

intendas dae como in susu.

Tue non meritas amore!

Ecco, cara Veronica, io mi fermo qui. Altri, se vorranno, potranno integrare o emendare quanto ho appena scritto.



[1] Cfr.: ENZO ESPA, Serenate di Sardegna, Testum Edizioni, Ghilarza (OR) 2000

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Agosto 2011 21:05
 
Commenti (2)
Canti in Re
2 Domenica 21 Agosto 2011 16:15
veronicascanu

Caro Carlo,


tante grazie per il bellissimo articolo con tanto di quotazione di alcuni canti. Hai soddisfatto a pieno la mia curiosità.


Mi fa sempre piacere leggere i tuoi articoli e in particolare le poesie in lingua sarda. Mio padre non avrebbe mai immaginato che un giorno ne sarei stata interessata. Ma, sai, la lontananza dal paese natio ti fa risvegliare certi sentimenti che uno pensava di non avere.


Un caro saluto da Londra.


---


Grazie a te. Te lo dovevo. Ricambio i saluti, da estendere a Londra, che mi manca molto. (c.p.)

cantone de serenada
1 Martedì 16 Agosto 2011 08:27
Domitilla Mannu

In tempos mios, est a nàrrere in sos annos sessanta, sas serenadas si sighiant a fàghere ma sos pitzinnos impitaiant, pro su pius, sa limba italiana, cantaiant sas cantones de Sanremo e gai.


M'ammento custa cantone, chi apo intesu in domo dae poveru babbu, chi de serenadas nd'at fatu meda in vida sua ca sonaiat sa chiterra e cantaiat:


Acollu chi faghet die


ponzende grinas in mare


e deo allu a tocare


bella, su sinu a tie.


---


Hai ragione, Domitilla. Anch'io, dalla fine degli anni Cinquanta in poi, mi sono ridotto a far le serenate utilizzando addirittura un registratore a batteria preso in prestito da Mario Budroni. Il chitarrista della mia greffa, Claudio Ferralis di tiu Battistinu, non finiva mai di accordare la sua chitarra. Pertanto ci faceva perdere ore di sonno, prima d'iniziare "il giro". Il registratore o il mangiadischi erano indubbiamente più pratici, ma infinitamente meno romantici.


Di tuo padre, Mastru Tigellio, mi riprometto di parlare più in là. Era in personaggio a tutto tondo. Fra l'altro, gli piaceva stare coi giovani. E non soltanto perché, con la sua chitarra, ci accompagnava in qualche sarabanda notturna; ma soprattutto perché dei giovani condivideva l'allegria, la trasgressione e le belle serate conviviali. Che finivano immancabilmente nelle ore antelucane.


Tornando alle serenate, mi piace ricordare che la tua finestra era molto gettonata, essendo tu una fra le più belle e simpatiche ragazze del paese.


Grazie del contributo e tenedi contu! (c.p.)

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