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Fantasticando tra i forti dell’Arcipelago PDF Stampa E-mail
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Giovedì 15 Settembre 2011 22:33

di Carlo Patatu

Rientrato a Catania Vladimiro con moglie e figli, mi ritrovo senza equipaggio. La mia formazione contadina non incoraggia a prendere il largo, con Calipso, in solitario. Governare il timone e, a un tempo, manovrare cime, scotte, drizze, amantiglio, vang e winch (per tacere di ancora e mezzo marinaio) è cosa che non mi riesce di fare bene. In sicurezza, intendo dire.

E allora, quando non mi attardo al caffè a spettegolare, me ne vado in giro per fortini. Che nell’arcipelago maddalenino non mancano, testimoni muti di un’ossessione antica: un possibile attacco francese. Che poi non c’è stato, fatto salvo il primo e unico tentativo del Febbraio 1793, peraltro fallito. Nella circostanza, il giovane luogotenente Napoleone Bonaparte fu sconfitto a Santo Stefano. Al nocchiero maddalenino Domenico Millelire (1761-1827) fu assegnata la prima medaglia d’oro al valor militare della Regia Marina Sarda.

Soltanto a Maddalena, di forti se ne contano una dozzina e forse più, edificati tra la fine del Settecento e gli anni fra le due guerre mondiali. Ce ne sono poi a Caprera, Santo Stefano, Spargi e Isola del Porco. Ma anche sulla costa gallurese, a Est e Ovest di Palau.

Si tratta di costruzioni imponenti, realizzate con granito locale, sovente mimetizzate in modo egregio. Per renderne difficile l’individuazione ai malintenzionati che si avventuravano nelle acque infide delle cosiddette “Isole di Mezzo”. Quando radar, ricognizione aerea e copertura satellitare erano di là da venire. Parlo di opere ciclopiche, frutto di alta ingegneria militare, d’un’architettura di ottima scuola. Il tutto eseguito all’insegna del bello, oltre che nel rispetto rigoroso della natura dei luoghi.

Questi manufatti, in taluni casi di dimensioni ragguardevoli, non appaiono mai fuori posto. Mai offendono la struttura e l’aspetto originari delle aree su cui sorgono. Si sposano pure bene con la miriade di sculture granitiche possenti che vento e pioggia hanno modellato in queste isole nel corso dei millenni. Con arte, mi verrebbe da dire.

Alcune fortificazioni sono tuttora utilizzate a fini militari, come il forte maddalenino San Vittorio o Guardia Vecchia. È il primo che salta agli occhi del visitatore che s’imbarca a Palau, edificato com’è in posizione dominante. Punto privilegiato di osservazione su quanto accadeva e accade nelle Bocche di Bonifacio e non solo. Altri sono stati sapientemente restaurati e resi idonei ad accogliere manifestazioni culturali (I Colmi) o percorsi museali (Carlo Felice e Sant’Andrea alla Maddalena; La Torre e San Giorgio a Santo Stefano; Arbuticci e Stagnali a Caprera).

Punta Rossa, dirimpettaia del fiordo di Cannigione, è ancora nelle mani della Marina. Per motivi e scopi che appaiono discutibili ai più; e forse non proprio coerenti con le pretese esigenze di difesa del territorio nazionale. Infine, e sono la maggior parte, altre fortificazioni sorte fra l’Ottocento e il Novecento versano in stato di abbandono deplorevole. Qualche nome: Nido d’Aquila, Sasso Rosso, Punta Villa, Punta Tegge, La Trinita, Guardia del Turco e Carlotto a Maddalena; Poggiu Rasu e Candeo a Caprera; Zavagli e Petrajaccio a Spargi.

Visitando questi siti, specie se in abbandono, le emozioni non mancano. Intense e durature. Laddove oggi si muovono liberamente lucertole, conigli e cinghiali, fra invadenti e rigogliosi cespugli di lentisco, cisto, mirto, alloro, corbezzolo, elicriso e asfodelo, un tempo c’era un via vai incessante di militari. Che, come in un formicaio, si adoperavano con lena per mantenere efficienti decine di cannoni a scomparsa, centinaia di altre bocche da fuoco di diversa grandezza, copiose riserve di munizioni di taglia varia. Lo sguardo attento in direzione Nord. Scrutando con potenti cannocchiali la vicina Corsica, probabile luogo di avvio della temuta incursione nemica.

Mi siedo e rimiro i panorami mozzafiato che mi si offrono con generosità. Da Poggiu Rasu, lo sguardo spazia a 360 gradi. A picco sotto di me, Cala Brigantina; appena a sinistra, le aspre insenature di Cala Coticcio. Alle mie spalle, Maddalena e le isole di Nord Ovest. Resto affascinato da una fantasmagoria di colori di assortimento e intensità inimmaginabili. Da profumi conturbanti trasportati da uno sciurinu (1)  di Maestro. Specie nelle prime ore del mattino. Probabilmente esagero, ma lo dico lo stesso: ebbene, mi sento padrone del mondo.

A un tratto, il silenzio irreale che mi avvolge pare rompersi d’improvviso, travolto da un brusio crescente di voci, da suoni e rumori per niente familiari. Quei luoghi paiono ripopolarsi e riprendere vita. Ricompare d’incanto l’operosità assillante del tempo che fu, scandita dai ritmi usuali. Mi sembra di riandare, come in un sogno, alle stagioni passate, di cui le testimonianze sopravvissute mi circondano.

Ed ecco che, così come accadeva a Leopardi, “s’annega il pensier mio...”.

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Nota: (1) in dialetto maddalenino, sciurinu sta per brezza

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Settembre 2011 23:23
 

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