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Ricordo di Francesco Cossiga PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 20 Marzo 2013 14:43

di Gerardo Severino[1]

Il 13 marzo scorso, presso il Museo Storico della Guardia di Finanza a Roma, c’è stata la presentazione del libro “Parla il Capo dello Stato. Sessanta anni di vita repubblicana attraverso il Quirinale 1946 – 2006”, autore Tito Lucrezio Rizzo. Vi hanno partecipato lo scrittore, il generale c.a. Luciano Luciani, presidente del Museo Storico, il colonnello Maurizio Pagnozzi, capo Ufficio Storico della Guardia di Finanza, ed il Capitano Gerardo Severino, del quale riportiamo integralmente l’intervento. (c.p.)

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Sono particolarmente grato al professore Tito Lucrezio Rizzo per avermi dato la possibilità di intervenire a margine della presentazione del suo interessantissimo libro dal titolo “Parla il Capo dello Stato. Sessanta anni di vita repubblicana attraverso il Quirinale 1946 – 2006”, che oggi abbiamo il piacere di ospitare presso il Museo Storico della Guardia di Finanza.


Il mio breve intervento sarà rivolto al presidente Francesco Cossiga, al quale il Rizzo ha dedicato un gradevolissimo e leggibilissimo capitolo, che in verità è la ricostruzione di uno dei più “tormentati” – lasciatemi passare il termine – settennati vissuti dal Colle nell’Italia Repubblicana: una ricostruzione sapiente, rispettosa ed esaustiva, peraltro arricchita da aneddoti e testimonianze che ci aiutano a capire meglio: l’uomo, il personaggio ed il politico Cossiga.


Ricordiamo tutti quel periodo storico, ma soprattutto l’impronta energica che il presidente Cossiga seppe dare al suo ruolo preminente, ma anche alla politica ed al governo del Paese. Sarebbe superfluo, in questa sede, aggiungere altro, considerando che stiamo parlando di uno dei più importanti statisti italiani contemporanei.


La mia relazione riguarderà, invece, un aspetto del presidente Cossiga abbastanza conosciuto sia dai suoi biografi che dai giornalisti e dagli storici: lo stesso aspetto in relazione al quale ebbi l’altissimo onore di conoscerlo personalmente nell’ormai lontano novembre del 1990.

Mi riferisco ovviamente alla passione che il Presidente nutriva per le Forze Armate, sia intese come Istituzioni dello Stato, con il conseguente loro peso per le sorti della stessa Democrazia e Libertà, sia come depositarie di valori morali e tradizioni secolari, delle quali, come vedremo, il Cossiga era fine conoscitore ed esperto.


Ma per meglio descrivere e l’interesse e il pensiero che albergavano nell’animo del Presidente Cossiga riguardo al “mondo militare” prendo a prestito un brano di un articolo di Giancarlo Elia Valori, dal titolo “Vi svelo i segreti del Presidente Cossiga, per tutti il picconatore”, pubblicato sul “Giornale dell’Umbria” lo scorso 10 febbraio.


A tal riguardo il Valori scrive:
«Le Forze Armate, poi, nel pensiero di Francesco Cossiga non erano certo una semplice struttura dello Stato come le altre. O un “pegno” sofferto da pagare alla NATO o alla situazione di ‘guerra fredda’ che passava ai confini Nord dell'Italia e all'interno di buona parte dell'elettorato. Erano il modo con il quale uno Stato si legittima e si rende autorevole, erano l'asse intorno al quale organizzare il controllo del sistema politico e sociale italiano.


«Le Forze Armate costituivano e garantivano il funzionamento della Nazione, non erano un residuo d'altri tempi, come certo cattolicesimo progressista tendeva ad affermare. Da questa visione cossighiana, che è anch'essa da rimeditare oggi, discende la speciale attenzione che il Presidente ha sempre dedicato agli apparati di informazione e sicurezza. Essi, per molte delle culture che hanno formato la classe politica della cosiddetta prima Repubblica, erano il peccato originale dello Stato.


«Per Cossiga erano, per usare una metafora che una volta gli sentii utilizzare, le “coronarie del cuore dello Stato”. Senza intelligence, niente gestione, né giornaliera né di lungo periodo, dello Stato e, oserei dire, della società civile».


Sappiamo tutti che lo statista sardo amava non solo le Forze Armate, quelle propriamente dette, ma anche i corpi di Polizia, in tutte le loro “sfaccettature”, confermando in più occasioni quanto egli fosse colto in storia militare, uniformologia, distinzioni onorifiche, araldica, tecnologie militari, ecc. ecc.


Durante il suo settennato fu completamente rivista e ridisegnata la ormai vetusta tradizione araldica militare italiana, tant’è vero che nel corso del 1988 anche gli stemmi araldici del nostro Corpo, così come pure quello dell’Accademia e della Scuola Sottufficiali delle Fiamme Gialle, furono sostituiti dai nuovi modelli voluti dallo stesso Cossiga, e di cui il Museo Storico detiene oggi gli originali, con tanto di firma presidenziale.


Anche il nostro autore, il professore Tito Lucrezio Rizzo, non ha mancato di citare nel suo libro alcuni passaggi interessanti concernenti questi aspetti, ricordando doverosamente anche la passione del Presidente per quella che il Rizzo definisce “l’appartenenza virtuale a Corpi militari e di polizia”, richiamandone i titoli di capitano di fregata della Marina Militare, di vice Brigadiere del Carabinieri e di commissario onorario della Polizia di Stato, dei quali era stato insignito nel tempo.


Manca, tuttavia, fra i suoi titoli quello di “Appuntato ad honorem” della Guardia di Finanza, grado simbolico che il Corpo non conferì al Cossiga non certo per mancanza di stima nei riguardi del Presidente, quanto piuttosto per non voler “scimmiottare” – passatemi il termine – le idee altrui.


Le Fiamme Gialle ricambiarono sempre l’affetto per il loro Presidente ed in varie occasioni. Non potrò mai dimenticare la solenne cerimonia per la Festa della Guardia di Finanza, che in quell’occasione si tenne a Gaeta il 21 giugno del 1988, con conseguente parata navale che il Presidente Cossiga dimostrò di gradire non poco, tanto da seguire le varie manovre con un potente cannocchiale, rigorosamente militare s’intende.


Eppure, Francesco Cossiga era molto più vicino alle Fiamme Gialle di quanto possiamo oggi immaginare. Del nostro antichissimo Corpo, originato nel Regno di Sardegna nel 1774, egli conosceva ogni aspetto, sia militare, sia legato alla tradizione storica, araldica ed uniformologica. Ve ne darò subito testimonianza.


Ho avuto l’onore di conoscere il presidente Cossiga agli inizi di novembre del 1990, allorquando, in occasione della 2a edizione della mostra “Militaria in Europa”, che allora veniva organizzata presso il Museo della Civiltà Romana all’EUR, fui invitato a presentargli lo stand storico della Guardia di Finanza (che avevo allestito personalmente), peraltro senza alcun preavviso, come si può notare dalla foto qui riprodotta, nella quale vesto anch’io l’abito civile, non essendo preventivato, in quella circostanza, alcun mio intervento istituzionale.


Debbo tale opportunità ad un mio carissimo amico, il compianto capitano Giuseppe Ravetto, brillante ufficiale dell’Ufficio Storico dell’Esercito, a sua volta amico personale del Presidente Cossiga, il quale aveva ricevuto l’incarico, da parte dell’allora capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Canino, di far da guida al Capo dello Stato per l’intera durata della visita.


Giunto nei pressi dell’area ove esponeva la Guardia di Finanza, il capitano Ravetto, rivolgendosi al presidente Cossiga, ed a mia insaputa, disse: “Presidente, cedo volentieri la parola al brigadiere Severino che meglio di me le illustrerà lo stand della Guardia di Finanza”. Ripresomi rapidamente dal comprensibile shock, mi accinsi dunque a fare da cicerone, illustrando al Presidente ogni oggetto esposto, commentando di volta in volta le vicende storiche d’inquadramento, le tradizioni e l’importanza di quanto avessero fatto le Fiamme Gialle non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello militare.


L’impressione che ebbi, in quella circostanza, fu come se il Presidente della Repubblica conoscesse già ogni particolare della storia dei finanzieri, anche le vicende più singolari, come nel caso della descrizione del “sommergibile a pedali”, di cui avevamo esposto un modellino in scala: un marchingegno inventato da un contrabbandiere italiano per trasportare merci dalla Svizzera all’Italia attraverso il Lago di Lugano, scoperto dalla Guardia di Finanza nel non molto lontano 1948.


Lui non aggiunse altro, oltre a commentare la particolare astuzia del delinquente, ma ebbi il sospetto che il Presidente avesse già letto di queste storie, magari da giovane. Molto più tardi scoprii che tra le Fiamme Gialle vi era stato anche un Cossiga, esattamente il maresciallo Salvatore, detto Bore, originario pure lui di Chiaramonti (Sassari), primo cugino di Peppino Cossiga, padre del nostro Presidente.


Il maresciallo Cossiga, al quale lo scorso anno ho dedicato un saggio assieme allo storico di Chiaramonti, professore Carlo Patatu, prestò servizio tra le Fiamme Gialle dal 1897 al 1920, distinguendosi sia in pace che in guerra con atti di valore ed abnegazione.

Del resto, questo era un atteggiamento comune a tutta la famiglia dei Cossiga di Chiaramonti, la stessa alla quale apparteneva il dottor Salvatore Cossiga, che nel 1856 fu insignito di una Menzione Onorevole al Valor Civile da parte del Re di Sardegna, per essersi distinto durante l’epidemia di colera che aveva colpito Chiaramonti e la provincia di Sassari, salvando non poche vite umane.


L’anziano Maresciallo, il quale, come abbiamo ricostruito nel saggio, si recava spesso a Sassari, non mancava mai di fare una visitina al cugino Peppino, almeno sino al 1951, anno in cui l’ottantunenne Fiamma Gialla morì di cancro. È probabile che il futuro Presidente della Repubblica avesse ascoltato i vari racconti di guerra e di servizio che “Zio Bore”, come veniva chiamato da parenti ed amici, amava distribuire a chiunque lo circondasse, sia a Chiaramonti che altrove e che, evidentemente, gli ritornarono alla mente durante la nostra rilassante passeggiata tra le vetrine storiche.


Al termine del nostro percorso espositivo vi era un piccolo banchetto, sul quale erano state collocate cartoline postali, stampe, riviste, libri e gadget vari destinati ai visitatori. Il Presidente Cossiga ne fece letteralmente incetta, lamentandosi però con me riguardo al fatto che l’allora Comandante Generale della Guardia di Finanza – per la cronaca il Generale Ramponi – non gliene avesse fatto dono prima. Aggiunse simpaticamente: “Gli debbo tirare le orecchie”.


Com’era sua consuetudine, il presidente Cossiga non mancò di farmi delle domande proprio sulla materia che più di altre lo affascinava: l’araldica, chiedendomi se conoscevo la composizione ed i significati dello stemma araldico del Corpo, ovviamente si riferiva al nuovo modello voluto da lui stesso, il quale, come ho prima ricordato, era stato cambiato nell’88. Superai brillantemente la prova alla quale il Presidente mi sottomise, rispondendo esaustivamente al suo quesito, almeno credo.

Ricorderò sempre quel giorno come uno dei più belli della mia vita professionale, e non solo. Aver stretto la mano ad un grande italiano quale fu Cossiga è ancora oggi per me un vanto ed un privilegio, tant’è vero che una delle foto che ci ritrae la conservo gelosamente e la espongo con orgoglio sulla mia scrivania.


Ringrazio dunque il presidente Cossiga per quello che ha fatto per l’Italia e per tutti gli “uomini in divisa”, per decenni dimenticati o sviliti dai media e dal potere, e che grazie a lui rinacquero a nuova vita, amati e stimati sia nei consessi nazionali che internazionali, così come ringrazio ancora il professore Rizzo, autore di questo ennesimo successo editoriale, grazie al quale abbiamo avuto la possibilità di “entrare virtualmente” nelle misteriose stanze del Quirinale.



[1] Capitano, Direttore del Museo Storico e Capo Sezione dell’Ufficio Storico della Guardia di Finanza

Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Marzo 2013 14:56
 

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