Home » La Tribuna » La Tribuna » Le pietre che parlano

Immagini del paese

Castello 8.JPG

Statistiche

Tot. visite contenuti : 11244611

Notizie del giorno

 
Le pietre che parlano PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 12
ScarsoOttimo 
Giovedì 28 Marzo 2013 00:00

di Claudio Coda

I paesi, con i suoi vicoli e i muri in pietra, sono un bene paesaggistico al pari di un nuraghe o una chiesa romanica”. Lo dichiarava Renato Soru, nel 2006, nel predisporre il nuovo Piano Paesaggistico Regionale, con riferimento ai Centri Storici della Sardegna.

Il centro storico, paesaggio memoriale dopo che si è perso il racconto verbale, raramente cambierebbe se non per lavori di recupero conservativo e riqualificazione. L'attenta analisi dei sistemi costruttivi del tempo, sostenuti da necessari studi del degrado, ne avrebbe completato l'opera, tutta o in parte, per mantenere la scatola muraria così com'era.

È in questa direzione che la Regione Sardegna nel 1998 presentò la legge n. 29, rafforzata da contributi, con lo scopo di facilitare economicamente gli interventi, in un insieme urbanistico costituito da vie e piazze e per agevolare il riuso abitativo degli edifici dei centri minori, significativi per testimonianza storica.

Per meglio chiarire e per dare un valido aiuto, l'ente regionale suggerì perfino piani per il colore delle facciate predisponendo un manuale di qualità. Un testo al pari di un vocabolario, un vangelo che gli incaricati ai lavori, avrebbero dovuto sempre tenere sotto le ascelle.

Guardandoci attorno, a quindici anni dalla proposta, constatiamo, sia nel pubblico che nel privato, che il vademecum è stato disatteso o preso in considerazione solo per pochi interventi e che, chi era investito della sorveglianza e supervisione, a tutti i livelli, ne ha seguito ben poco lo sviluppo. Tutti presi dal “modernariato” e dal “ringiovanimento”, come se si trattasse di un abito o una pettinatura: serramenti in pvc, in alluminio, intonaci plastici, resine acriliche laddove la calce idraulica per malte e intonaci erano le miscele ideali per murature in pietra per la sua alta traspirabilità, coibentazione, plasticità e durabilità.

Si pensi che quegli intonaci durano (alcune facciate lo testimoniano) da oltre ottant'anni, se non più. Sempre lo stesso persino il colore, oramai sbiadito, ma non per questo rendendolo più interessante. I canoni estetici dovevano, a forza, essere applicati, pena l'esclusione (prevista) dall'aiuto regionale. Non la ritengo l'arma migliore, ma un ostacolo certamente sì. Prendere per mano sensibilità e rigore, quando mancano, occorreva e occorre farlo. Il risultato, sotto osservazione e critica, è molto modesto se non talvolta scadente.

Qualche giorno fa, a Castelsardo, si è tenuto un convegno: “Intorno alle superfici architettoniche della città storica”. Non conosco ancora i risultati, ma in quella sede si dovevano illustrare gli studi sui temi della conservazione del centro storico e sulle regole condivise a garanzia del rispetto memoriale.

Il borgo di Castelsardo, “città regia” degli Spagnoli dal 1448, insieme a Cagliari (1327), Sassari (1331), Oristano (1479), Alghero (1501), Iglesias (1327) e Bosa (1499), è stato individuato come cittadina campione per la stesura delle “linee guida ed indirizzi di metodo per la conservazione e la trasformazione delle finiture esterne degli edifici nei contesti di valenza paesaggistica della Sardegna”. Immagino che i risultati verranno poi riportati in un testo come quello pregevole già pubblicato dalla Regione Sardegna: “I MANUALI del RECUPERO - Architettura in terra cruda dei Campidani, del Cixerri e del Sarrabus”, di cui un buon amico mi ha fatto dono.

Castelsardo è Castelsardo, ma ciò non toglie che altri borghi meno blasonati, come il nostro, avrebbero meritato più rispetto e interesse da parte dei proprietari, progettisti, Enti Locali e Sovrintendenza. In Anglona, modelli positivi non mancano: questo è quello che abbiamo, ma anche quello che avevamo.

Girando per “cortes apertas”, nell'autunno nuorese, ci si rende conto che i custodi di quei luoghi, rispetto ai nostri, mostrano e conservano un'anima e una passione, dove la professionalità unitamente all'amore de sos benes connótos, hanno avuto un ruolo di gran peso nel recupero e riqualificazione dell'urbano. In una di quelle visite, un proprietario di una corte, dopo aver ricevuto i complimenti per il restauro della casa familiare, rispose ponendomi una domanda: 'si sarebbe disfatto di un costume sardo, una resòrza con le iniziali, unu lentólu recamàdu della nonna?'. Risposi senza indugio, 'no!'

È in questa visione che è stimolante rivedere e ripercorrere i carruggi dove la storia, da un punto di vista urbanistico, ha detto la sua. Non solo per rendersi conto di come si è proceduto nel riempimento strutturale, ma perché non si può non apprezzare, dal punto di vista architettonico, il contesto in cui è stato costruito e, presi dall'osservare, ci si accorge subito di essere più attenti del solito a ciò che ci circonda: la caratteristica del fabbricato, il colore sbiadito degli ossidi e calce usati per la tinteggiatura, arrestarsi su un particolare.

Così, prima che tutto scomparisse, qualche anno fa, avevo fissato l'obiettivo dove gli scatti sembravano piccoli quadretti: una finestra, un portale dalla forma squadrata in conci di trachite rossa sbozzata, un composito di pietre murate ben incastrate una sull'altra: una precisa abilità de su màstru ‘e muru che ne era l'artista. Strati di pietre locali, sovrapposte e legate fra loro da impasti di terra cruda ed inerti, prelevate senz'altro dalle cave delle vicinanze e poi trasportate fino al cantiere da tumbarèllas, da barróccios, in càrr'a bòes. Negli anni Venti del '900, qui in paese, esercitavano l'attività de carrettonéris i seguenti artigiani: Francesco Tolis, Nicolò Ruiu, Francesco Ruiu, Quirico Antonio Solinas, Giovanni Antonio Soddu e Gavino Denanni.

La presenza delle cave nei dintorni, risulta nel “Capitolato d'appalto” del 1883, per la costruzione della Chiesa di San Matteo e Casa Comunale e sottoscritto dal Direttore dei Lavori geometra Giovanni Serra De Calvia: “...l'impresa costruttrice è tenuta coltivare la cava di Gio. Maria Cabresu sotto San Matteo; ...dalla cava di Monte Orriu, e la trachite morata dalla cava di Antonio Luigi Madau”.

In conclusione, la costruzione di un fabbricato si realizzava con manovalanza locale, materiale reperito in zona e l'attività economica roteava da sola come la “partita di giro”, ...ma quanti colpi di mazzetta e scalpello per ottenere una forma, una muratura!

 

Le foto sono dell'autore, che ringraziamo.

 

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Titolo:
Commento (è consentito l'uso di codice HTML):