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L’8 Settembre a Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Sabato 07 Settembre 2013 09:06

La notizia dell’armistizio vissuta dal bambino che ero settant’anni fa

di Carlo Patatu

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

«La richiesta è stata accolta.

«Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Con queste parole, affidate ai microfoni dell’Eiar[1] poco prima delle otto di sera dell’8 Settembre 1943, il maresciallo Pietro Badoglio (capo del Governo) dava notizia della firma dell’armistizio con le forze alleate, sottoscritto a Cassibile di Siracusa dai generali Castellano ed Eisenhower cinque giorni avanti.

Il proclama, letto con voce stentorea e col tono dei momenti gravi, annunciava la fine della nostra guerra insensata contro l’esercito franco-anglo-americano. Si chiudeva così quel conflitto, che aveva prodotto una moltitudine di morti. Civili e militari. Giovani soprattutto. Oltre ai danni materiali inferti a città e infrastrutture. Incalcolabili.

Reggeva questo Comune il podestà Tomasino Brunu, agente carcerario in pensione. Il dottor Pietro Dedola era parroco, assistito dal giovane vice-parroco don Bucianeddu Masala. Medico condotto era il chiaramontese dottor Gavino Grixoni. Comandava la Stazione Carabinieri a cavallo il brigadiere Angelo Bignami (John per gli amici).

Io ero allora un bambino con in tasca la promozione alla seconda elementare. Sapevo ch’eravamo in guerra (mio padre, richiamato alle armi, prestava servizio nell’isola della Maddalena); ma non avevo idea delle dimensioni della catastrofe; men che mai di cosa fosse un armistizio.

Tuttavia corsi ugualmente a sentire quel messaggio radiofonico, diffuso da un altoparlante che tiu Boceo aveva collocato sotto il poggiolo sovrastante l’ingresso della propria bettola, in carrela ‘e Cheja. La folla convenuta ascoltava in silenzio. Incapace, in prima battuta, di una qualsiasi reazione, tanto era lo stupore.

Ma, subito dopo, “...la notizia di una possibile fine della guerra [fu] salutata da manifestazioni di giubilo. [...] Alla radio Badoglio aveva appena finito di annunciare la firma di un armistizio con le truppe alleate e già la gente era scesa in piazza di chiesa a festeggiare. Tutti si abbracciavano, già prefigurando il ritorno imminente dei tanti chiaramontesi richiamati alle armi e sparsi per ogni dove.

“Ma, a raffreddare gli animi, erano intervenuti subito il dottor Giulio Falchi[2], il dottor Costantino Arru[3] e zio Antonio Luigi Budroni. Lettori attenti dei pochi giornali che circolavano in paese, essi sapevano bene che la firma dell’armistizio non significava necessariamente che la guerra era finita. Come di fatto accadde.

“In ogni caso, la gente aveva avvertito che il clima era cambiato; che c’era per l’aria qualcosa di nuovo. Pertanto l’occasione sembrava propizia per dar fondo alle pur modeste risorse delle cantine padronali e brindare in allegria.

Un paio d’anni più tardi, giunse la sospirata notizia che la guerra era proprio finita. Quindi assistemmo al ritorno dei militari dalle diverse zone di combattimento e dai campi di prigionia.

All’appello ne mancavano parecchi, caduti in patria o in Paesi lontani. Chiaramonti li pianse, celebrò funzioni solenni in loro memoria, depose corone di fiori sul monumento ai caduti e sulla tomba dei combattenti già esistente in cimitero. Dopo di che, la vita riprese col ritmo sonnacchioso di sempre. Ma con in più la speranza di poter guardare al futuro con un minimo di ottimismo.

Il peggio pareva passato”.[4]

Infatti, pareva...



[1] Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, ossia l’odierna Rai.

[2] Giulio Falchi, possidente chiaramontese (1900-1993) Per i suoi compaesani di allora, che non s’intendevano di arti liberali, era noto come s’Avvocadu; e cioè l’avvocato, sebbene non avesse mai esercitato quella professione, avendo preferito dedicarsi alla gestione delle aziende agro-pastorali di famiglia.

[3] Il dott. Arru era allora il veterinario comunale.

[4] Cfr. CARLO PATATU, Scuola, Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pag. 177.

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Marzo 2015 23:49
 

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