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Bologna la Dotta, la Grassa, la Rossa PDF Stampa E-mail
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Giovedì 24 Aprile 2014 16:24

di Carlo Patatu

 

Di certo, Bologna è sempre la Dotta. Rossa lo è un po’ meno. Grassa... beh!, un tantino di dieta l’ha fatta; ma, crisi o non crisi, diciamo che grassa lo è ancora. Ne fa fede il ben di Dio che, per pochi euro, ti mettono sotto il naso in ristoranti e trattorie.

Torno nell’antica Felsinea degli etruschi per trascorrervi una vacanza pasquale. Non ci mettevo piede da molti anni, ormai. Da quando giravo l’Europa in tenda e sacco a pelo. Ebbene, la ritrovo sempre accogliente, pulita, vivibile, ordinata, elegante, allegra. Culturalmente stimolante.

Durante i quattro giorni che ci trascorro, quasi non mi accorgo che il tempo è di marca londinese; che il cielo plumbeo permette al sole primaverile rade e fugaci apparizioni. Non me lo consente l’eccitazione di abbandonarmi al passeggio lungo portici chilometrici, ammirando vetrine raffinate o fermandomi, di tanto in tanto, a godere degli spettacoli di strada che giovani artisti viandanti improvvisano qua e là. Cosa non si fa per campare!...

Percorro per intero la maestosa via dell’Indipendenza, incrocio via Rizzoli che mi regala prospettive indimenticabili: le Due Torri e il Palazzo che per 23 anni accolse prigioniero re Enzo (1220-1272)[1], figlio naturale di Federico II di Svevia (1194-1250). Quindi m’inoltro per piazza del Nettuno ed entro in Piazza Maggiore. La “Piazza Grande” di Lucio Dalla (...una famiglia vera e propria non ce l'ho, la mia casa è Piazza Grande...), salotto multirazziale e animato. A qualunque ora. Si fregia di quinte straordinarie come la facciata di San Petronio (mezzo impacchettata per i lavori di restauro), Palazzo d’Accursio (sede della Municipalità), Palazzo del Podestà (anch’esso impacchettato), Portico dei Banchi (che sconfina nell’Archiginnasio) e Palazzo dei Notai. Sorseggio un ottimo caffè osservando lo spettacolo offertomi dall’umanità varia che vi transita. Una goduria.

M’incammino senza meta per via Clavature (ricorda chiavi e serrature pregiate che vi si fabbricavano in epoca medievale) e vago per vicoli e stradette dai nomi suggestivi: via degli Orefici, degli Artieri, Caprarie, Calzolerie, Drapperie e Pescherie Vecchie. D’improvviso mi si apre piazza della Mercanzia, con le torri Degli Asinelli e Garisenda che mi s’inchinano. Quasi a cascarmi addosso. Profumi inebrianti provengono da cucine storiche e m’invitano a sedere a uno dei tanti tavoli multicolori che intralciano il percorso. Mi lascio tentare da mille e una specialità della rinomata cucina bolognese. Ah! Bologna la Grassa...

Andare per chiese, piazze, palazzi storici e musei mi consente un tuffo nel passato; e così rivivo stagioni lontane della storia movimentata della città e non solo. Mi affascinano la maestosità della basilica di San Petronio, la cattedrale di San Pietro, Santo Stefano e le “Sette Chiese”, la splendida San Domenico impreziosita da un affresco del bolognese Guido Reni (1575-1642) e da due sculture di Michelangelo (1465-1564) a coronare la magnificenza del sarcofago del Santo.

Vivo momenti di grande emozione visitando la mostra dedicata a Vermeer (1632-1675), col pezzo forte rappresentato dalla “Ragazza con l’orecchino di perla”, esposta a Bologna eccezionalmente fino al 25 Maggio. In altre sale, fanno da corona a quel ritratto stupendo alcuni Rembrandt (1608-1669) e altre tele di scuola fiamminga.

Non può mancare la visita alla Stazione Centrale, a rendere omaggio alle 85 vittime della strage del 2 Agosto 1980. L’orologio in facciata è fermo alle 10,25 di quel giorno fatale; una lapide ne ricorda i nomi, fra i quali una bambina sarda di soli tre anni, Angela Fresu.

Inutile dire che mi piacerebbe tornarci. Presto, possibilmente. Magari in giornate di sole. Anche per apprezzare ancor più il panorama stupendo che si gode dai colli e da San Luca. Oltre che per il resto, naturalmente. Ma, soprattutto, per scoprire quel che ancora non ho visto. E che è tanto.

Per visitare la nostra galleria di foto, cliccare qui.

[1] Fu dal 1238 re di Torres e di Gallura, re di Sardegna e vicario imperiale nell’Italia centro-settentrionale per conto del padre, l’imperatore Federico II di Svevia. Fu inoltre sovrano del Logudoro dal 1238 al 1245.

Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Aprile 2014 12:19
 

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