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Don Masala – seconda parte PDF Stampa E-mail
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Martedì 10 Marzo 2015 00:00

di Carlo Patatu

 

Assistere i malati e i moribondi che abitavano in campagna (erano tante, a quel tempo, le famiglie che vivevano stabilmente nell’agro) era compito esclusivamente suo. Essendo giovane, poteva scarpinare agilmente per sentieri e mulattiere.

Inoltre si dedicava con piacere a quel genere di attività. I pastori lo accoglievano nei loro ovili con tanta cordialità; sovente lo invitavano anche a colazione e non finivano mai di ringraziarlo di essersi scomodato per andarli a trovare.

D’altra parte, è risaputo che allora la gente di campagna viveva prevalentemente in solitudine, intrattenendo contatti sempre sporadici con persone che non fossero de su ‘ighinu[1].

Tant’è che, una volta entrato in confidenza con quei parrocchiani, furono in molti a chiedergli di battezzare i propri figli in veste di padrino, oltre che di sacerdote. Di conseguenza, contava un numero considerevole di compari e comari de battijmu[2], come si dice ancora da queste parti. E quindi una larga schiera di figliocci. Cosa di cui menava vanto.

Un giorno gli si presentò in casa un giovane. Trafelato, il ragazzo gli comunicò che il nonno era sul punto di andarsene all’altro mondo; ma che non voleva andarci prima di avere ricevuto l’assoluzione dai peccati e la santa comunione.

Quindi non c’era tempo da perdere.

Anche perché quel vecchio abitava in frazione Oluitti[3], distante oltre dieci chilometri dal centro abitato. Per fare presto, ma anche per attenuare la sfacchinata di quella trasferta impegnativa, chiese in prestito il cavallo a un barrocciaio, che già altre volte lo aveva disimpegnato in simili frangenti.

Fece sellare la cavalcatura, montò in arcioni e, afferrate le briglie, partì di gran fretta. Il cavallo (un baio) era robusto e poco incline al galoppo; ma resistente. Insomma, un fondista. Il proprietario lo attaccava usualmente alle stanghe del proprio barroccio e gli faceva percorrere quotidianamente decine di chilometri; viaggiando fino a Sassari e oltre, trasportava carichi considerevoli di mercanzie.

Ma a don Masala quel cavallo andava particolarmente a genio perché aveva una dote rara: poteva montargli in sella chiunque. Era proprio mansueto. Come l’ombra, diceva il proprietario.

La giornata primaverile era illuminata da un sole più che tiepido. La cavalcata, pertanto, si annunciava piacevole.

Prima di montare in sella, il prete aveva indossato cotta e stola, come di prammatica. Dentro una custodia, rivestita di seta giallina finemente ricamata, aveva inserito la preziosa teca d’argento con l’ostia consacrata. Il tutto con movimenti che, seppure rapidi, lasciavano trasparire grande rispetto e devozione. La custodia, assicurata intorno al collo da un nastro robusto di seta di colore rosso vivo, gli pendeva sul petto, fra le due liste della stola bianca.

Il viaggio procedeva tranquillo; ma don Masala era piuttosto in ambasce per la sorte del vecchio parrocchiano. L’incedere piuttosto lento del cavallo poteva essere sopravanzato facilmente da quello ben più rapido (com’egli era solito dire) di sora nostra morte corporale[4]. Pertanto aveva fisso in mente il timore di non giungere in tempo. E di abbandonare così al diavolo l’anima del vecchio di Oluitti.

Ma, a quel punto, non gli restava che sperare in bene. Il baio, sordo agli incitamenti del proprio cavaliere, continuava imperterrito a seguire il ritmo usuale; da quell’andatura non lo avrebbe smosso nemmeno una cannonata.

Giunto nei pressi della chiesetta di San Giuseppe, il cavallo, che fino ad allora aveva marciato con passo regolare, drizzò le orecchie e volse la testa in giro; quindi si diede a fremere e a emettere nitriti per nulla rassicuranti. Aveva colto nell’aria qualcosa che lo eccitava; ma che il prete non sapeva (non poteva) individuare.

Il baio, che aveva percorso quasi dieci chilometri senza dar noie e con la tranquillità consueta, d’improvviso appariva galvanizzato e nervoso. In breve, aveva fiutato la presenza nei paraggi di una cavalla in calore.

Dal fiutarla a localizzarne la posizione il passo fu breve.

Poco distante, una splendida murina[5] se ne stava al pascolo a brucare beata. All’interno di un recinto, essa appariva incurante delle brame del maschio assatanato e delle ambasce del cavaliere maldestro che gli stava in sella. Il cavallo del barrocciaio morse il freno, valutò la distanza che lo separava da quella inaspettata fonte di piacere e si lanciò in un galoppo sciolto nella direzione giusta.

Aveva voglia don Masala di tirare le briglie con quanta forza aveva! A nulla servirono i suoi richiami, urlati col poco fiato che gli era rimasto in gola. Tutto inutile. Non c’era verso di fermare quella furia infernale. A separare le due bestie ormai non restava che un muretto, che il cavallo elettrizzato pareva proprio intenzionato a superare d’un balzo. E senza pensarci su due volte.

A quel punto, prevedendo ciò che poi sarebbe accaduto, don Masala lasciò andare le briglie, portò le mani al petto e, stringendo la teca preziosa con l’ostia consacrata, non poté fare a meno di gridare: “Gesu Christu meu muntenidebos chi semus mortos![6]”.

Con un salto da manuale, il cavallo superò agilmente l’ostacolo, raggiunse la femmina e fece rapidamente il proprio dovere. Quindi, visibilmente rilassato, tornò accanto al prete. Che era finito a gambe all’aria; ma senza farsi troppo male. Qualche ammaccatura qua e là; roba di poco conto.

Don Masala raggiunse ugualmente (ma a piedi) il casolare del moribondo. Che nel frattempo si era ripreso. Evidentemente aveva deciso di rimandare la dipartita ad altra occasione.

In ogni caso, la trasferta non fu inutile. Confessione e comunione andarono a buon fine, seguite da un brindisi in favore sia del confessore che del confessato: se l’erano vista brutta entrambi.


2 – continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 87-95

 



[1] I vicini di casa; nel nostro caso, di ovile.

[2] Di battesimo.

[3] Località all’epoca in agro di Chiaramonti, da cui dista poco più di dieci chilometri sulla direttrice per Erula; ora fa parte di quel comune, costituitosi nel 1988.

[4] Cfr. FRANCESCO D’ASSISI, Laudes creaturarum, vv. 27

[5] Dal manto di colore scuro.

[6] Gesù mio tenetevi forte, ché siamo morti!

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Marzo 2015 12:14
 

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