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Mercoledì 13 Gennaio 2016 00:00

Un astuto parroco chiaramontese rivolge supplica al Papa

di Claudio Coda

 

Sulla figura del carmelitano Stefano Maria Pezzi, nella storia della seconda metà dell'800, i chiaramontesi ne sapevano molto più di noi per averla vissuta appieno.

Racconti dell'epoca ci arrivano dai diari del filantropo chiaramontese Giorgio Falchi e ora, dopo aver letto alcuni vecchi incartamenti relativi alla costruzione della casa parrocchiale, mi riaffiorano alla mente.

Il Falchi non fu mai tenero nei confronti del vicario, difatti, nei suoi quaderni riportava: “[...] per il suo tenore di vita e moralità non era riuscito a farsi amare dai suoi parrocchiani, né ad edificarli come virtù”.[1] e nello specifico della costruzione dell'abitazione riportava che, nella manfrina, erano coinvolti la Commissione Parrocchiale, [...] “perché persone affiliate alla sacrestia ed a lui devotissime”[...] , e pure […] “in grazia dell'interessamento dell'ex gesuita canonico Panedda”[...][2], il suo amico della Curia vescovile turritana.

Ora, dalla documentazione passata tra le mani, emerge che l'abile Pezzi andò molto più in alto per realizzare l'opera: il Papa! Non mi è rimasto, quindi, che rileggere la vicenda dall'altra sponda e comènte cust'istória, è stata vissuta da sotto il campanile.

Il carmelitano Stefano Maria Pezzi, ingombrante figura (allontanata dal paese per sommossa popolare al grido di “a fora su vicariu Pezzi!”) resse la parrocchia di S. Matteo per 33anni[3] e nel 1879 doveva, ancora, sbrogliare l'ingarbugliata vicenda del legato testamentario[4] di donna Lughia Tedde Delitala definita al tempo “nobildonna con i mustacchi da granatiere, capace di cavalcare e di sparare meglio di un uomo[5].

Erano passati 124 anni dal giorno del lascito (redatto dal notajo Vano il 16 febbraio 1755) della nobile, e non vedendo ancora il buon fine della causa[6], vista la mala parata per l'erigenda chiesa, si era “imbarcato” nel campo edilizio per la costruzione della propria abitazione: la casa parrocchiale.

Così aveva iniziato i lavori in quell'area denominata “sa terra Ruja”, al tempo, estrema periferia versante s'istradòne per Martis. Questo terreno era in possesso dei parroci sin dal 4 febbraio del 1798 - forse anche prima - per testamento del reverendo Alonso Cossiga, poi deceduto nello stesso anno, e da lui donata, sempre per disposizione, al sacerdote chiaramontese Baingio Crabesu.

Questi, con legato pio del 30 dicembre 1833, la donò, a sua volta, alla parrocchia con clausola di celebrarsi, ogni anno e per tutto il mese di gennaio, una messa solenne in suo suffragio. Le sue ultime volontà furono rispettate per i 48 anni successivi e sino al 1926. Almeno così agli atti.

I lavori della canonica andarono avanti sino a che le finanze lo permisero. Poi a batter cassa. E a chi si rivolse padre Pezzi nell'estate del 1879? Al papa Leone XIII, quello che ordinò cardinale il fratello e pure chi gli fece da padrino all'ordinazione sacerdotale.

La supplica non per chiedergli soldi, ma per liberarsi dal peso gravoso di dire messe in suffragio (quelle indicate nei legati pii ricevuti negli anni precedenti) per l'avvenire.

Sul conto della Causa Pia[7] [7], al tempo, erano depositate 1.333,96 £[8], somme derivanti (dal 1868 al 1879) dalle vendite di beni immobili che padre Pezzi, per conto della parrocchia, si era disfatto.

Questa, la supplica papale:

“Beatissimo Padre

“Il Sacerdote padre Stefano Maria Pezzi Carmelitano Vicario Parrocchiale di Chiaramonti umilmente espone alla Santità Vostra che non potendo continuare l'edificazione della nuova Casa Parrocchiale, coll'assenso di Monsignor Arcivescovo[9] prese a prestito, a conto della Parrocchia la somma di lire italiane 1333,96, che dedotte le spese, pervenute dal 1868 al 1879 alla Causa Pia di Chiaramonti dalle liquidazioni dei beni immobili della stessa.

“La detta somma per consuetudine immemorabile è devoluta al Parroco e Vice Parroco prese per celebrare un numero corrispondente di messe dette. Non potendo però la Parrocchia per mancanza di finanze restituire tutta intera la somma di lire 1333,96, perciò l'Oratore rinunzia di buon grado alla metà dell'enunciata somma, ossia a lire 666,98 a favore della Parrocchia, qualora la Santità Vostra gli conceda la riduzione e il condono delle Messe corrispondenti alla surriferita somma e permetta all'Amministrazione Parrocchiale di restituire all'Oratore appena la somma medesima potrà, l'altra metà, ossia la somma di lire 666,98....[...]”.[10]

La risposta di papa Pecci, datata 16 settembre 1879, arriva con un testo vergato in latino, di cui fornisco un'interpretazione:

“ [...] tenuto conto di quanto esposto, e così pure dell'attestazione e del voto dell'Ordinario (diocesano), assentendo benevolmente a favore, accorda allo Stesso le facoltà necessarie ed opportune con le quali possa liberare, a tutti gli effetti, l'Oratore dall'obbligo di adempiere alla recita delle Messe, di cui si parla nelle suppliche, in tutto secondo il voto pronunciato. Non ostanti elementi contrari di qualsiasi tipo” [...].[11]

Ricevuta la benedizione papale e costruita la Casa Parrocchiale[12] il 9 novembre del 1879, evidentemente conclusi i lavori, il carmelitano Pezzi informava l'arcivescovo turritano che alcuni locali di quel fabbricato erano di sua proprietà, ovvero: “due magazzeni e la stalla posta a piano terra”.

Così, qualche anno dopo, poco prima che finisse il proprio apostolato in paese, li vendette al merciaiuolo chiaramontese Salvatore Angelo Schintu dimostrando, alla faccia dei chiaramontesi impertinenti, che era “roba sua”!

 


[1] Cfr. “CHIARAMONTI - LE CRONACHE DI GIORGIO FALCHI” di Carlo Patatu, pag. 117, AF F 3°, p. 18

[2] Cfr. “CHIARAMONTI - LE CRONACHE DI GIORGIO FALCHI” di Carlo Patatu, pag. 110, AF F, parte 1a fasc. 2°

[3] Dal 1859 al 1892.

[4] Beneficio testamentario, delle sue ultime volontà, alla Chiesa e alla Compagnia di Gesù di Ozieri; dai proventi dei beni anche la costruzione della nuova chiesa parrocchiale in abitato per abbandonare, definitivamente, quella medievale in su monte 'e cheja.

[5] In tal modo il viceré di Sardegna – marchese Carlo Amedeo di San Martino d'Agliè di Rivarolo - la descriveva in una lettera (verso il 1735) inviata al re Carlo Emanuele III.

[6] Verso la Regia Intendenza di Finanza di Sassari; conclusasi poi con Atto di Transazione del 19 luglio 1880 con l'Amministrazione Comunale di Chiaramonti.

[7] Istituzione benefica frutto di donazioni e lasciti testamentari in piena disponibilità della parrocchia.

[8] All'incirca 5.555 euro dell'oggi,

[9] Arcivescovo turritano Diego Marongio Delrio (dal 1871 al 1905).

[10] Annotazioni parrocchiali.

[11] Annotazioni parrocchiali.

[12] Un palazzotto a due piani (e una soffitta mansardata) così suddiviso al tempo: al p.t. tre magazzini con stalla-cantina e cortiletto retrostante; al p. 1°: 6 ambienti di varie dimensioni.

Ultimo aggiornamento Martedì 12 Gennaio 2016 13:35
 

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