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Santa Giusta l’altro ieri - I parte PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 04 Maggio 2016 00:00

Un tempo la chiesa campestre a lei intitolata era raggiungibile soltanto a piedi, a cavallo o in carro a buoi; ora ci si va comodamente in automobile

di Carlo Patatu

Il 6 e il 7 prossimi sarà festa grande nella chiesa campestre di Santa Justa ‘e s’abba. Da sempre i chiaramontesi venerano questa santa con sentimento, partecipazione e solennità tali da considerarla, a tutti gli effetti, la vera patrona del paese.

A lei, e non a san Matteo, si sono invocati molti miei compaesani, quando si sono trovati nella necessità di farlo. A lei, e non al patrono vero, si sono rivolti impetrando grazie e protezione, guarigioni e quant’altro. I numerosi ex voto che coprono parte delle pareti della sagrestia e della chiesa rurale a lei intitolata la dicono lunga sulla devozione che questa comunità le ha manifestato e continua a manifestarle. Immutata nel tempo. Per contro, nessun ex voto per l’evangelista già agente daziario.

La festa campestre di santa Giusta cade la domenica successiva all'Ascensione. Ma noi chiaramontesi, da sempre, facciamo più festa nel giorno della vigilia; e cioè il sabato. Per noi è un po' la sagra di Primavera.

Soprattutto lo era in passato, quando la chiesa la si raggiungeva a piedi o a cavallo, percorrendo a frotte e in allegria sentieri anche irti e carrarecce disagevoli. Il tratto più difficile, specie al rientro, era sa pigàda 'e Èdras. Una sorta di mulattiera ripida, incassata fra due costoni di arenaria e avvolta per intero da un intrico di querce e siepi. Quanto bastava per essere costretti a percorrerla a piedi; o, tutt'al più, stando a cavalcioni, scomodi, sul basto di un asino paziente e di taglia ridotta. In sella a un cavallo, in quella specie di galleria arborea, era impossibile accedere.

Giunti in quel sito ameno che è la conca di Santa Jùsta ‘e s’àbba[i] e messe al riparo le provviste per una ricca colazione al sacco, si dava libero sfogo ai giochi di gruppo: altalena, salto con la corda e tène-tène[ii]; ma anche al ballo sardo, sul ritmo di una fisarmonica. Che, manco a dirlo, spuntava da qualche parte come d’incanto.

A mezzogiorno, tutti alla ricerca di un angolo ombroso, di un fazzoletto di verde su cui stendere una tovaglia per poi imbandirvi ogni ben di Dio: spianate e tùndos[iii] saporiti, salsicce profumate e gustose, formaggio piccante, ricotta mùstia[iv] affumicata, pancetta, olive, vino rosso. Il tutto prodotto rigorosamente in casa. Il vino era anch’esso di produzione locale. L'acqua, fresca e abbondante, la si poteva attingere lì, a due passi.

Il dopo pranzo vedeva ragazzi e ragazze più spesso dediti ai giochi di società, o di gruppo che dir si voglia. Con indovinelli-trabocchetto che comportavano l'irrogazione di immancabili penitenze (si fa per dire!) a carico dei perdenti; e cioè di chi non aveva imbroccato la risposta giusta a un quesito malandrino. Era, questo, uno dei tanti espedienti ingenui per giungere a stampare un bacio innocente (ma non sempre) sulle gote arrossate e bollenti di una bella ragazza. Roba da far sorridere, al giorno d'oggi.

Nel pomeriggio, era d’obbligo assistere in chiesa alla cerimonia dei vespri solenni. Il parroco, che in mattinata celebrava la messa, si fermava a pranzo ospite de s'eremitànu[v]. Perché allora c'era un custode, che abitava in due stanzette addossate alla chiesa sul lato destro e che ora non ci sono più.

Concluso il rito vespertino, gruppi di fedeli si trattenevano ancora davanti all'altare, per cantare in sardo sos gòsos de Santa Jùsta (In Sardìgna ses naschìda / in sa famòsa Arborèa / dàe zènte non plebèa / tùe rezèsti sa vìda..., per concludere poi col ritornello ...difènde su Règnu Sàrdu, sànta Jùsta gloriòsa[vi]). Si cantava un po' per fede e molto per il piacere che dava lo stare insieme, partecipare al coro in un canto dolce, melodioso e malinconico a un tempo.

Il rientro in paese, a sera, era sempre festoso e interrotto da soste frequenti. Per altri giochi o per una visita a qualcuno dei casolari, allora abitati e disseminati lungo il percorso. Ma le ragazze dovevano essere a casa immancabilmente prima del tramonto. Mentre altri gruppi di allegroni e festaioli amavano attardarsi sul sagrato. Talvolta fino a notte fonda, discorrendo di stramberie e cantando a bòghe pièna[vii] fino a quando c'era una briciola di pane e una fetta di salsiccia da mettere sotto i denti. E non si era prosciugato il fiasco (s’impagliàda) di vino portato al seguito.

(1 continua)

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Nota:

Il testo è tratto da un mio libro di prossima pubblicazione intitolato Il paese che non c’è più.

 


[i] Santa Giusta delle acque, per distinguerla dall’altra omonima, Santa Justa de Nuraghe Longu, di cui resta qualche rudere.

[ii] Acchiapparella.

[iii] Tipiche pagnotte a forma di mammella.

[iv] Un po’ stagionata.

[v] Il custode della chiesa, che aveva in uso gratuito un paio di stanzette e un fazzoletto di terra coltivato a orto e frutteto. Inoltre era autorizzato dal parroco a girare per i paesi viciniori e visitare, una volta l’anno, i devoti di santa Giusta chiedendo un obolo. Che, in parte, era devoluto alla parrocchia.

[vi] Nata in Sardegna, nella famosa città di Arborea, ricevesti la vita da genitori non plebei... difendi il Regno Sardo, santa Giusta gloriosa...

[vii] A squarciagola.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Maggio 2016 00:07
 

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