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Una carriera... stroncata PDF Stampa E-mail
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Giovedì 20 Ottobre 2016 20:11

Vestivo la divisa di figlio della lupa ed ero sulla soglia della promozione a balilla, quando la caduta del fascismo interruppe la mia carriera paramilitare. Che poteva essere… brillante, chissà?

di CarloPatatu

 

A me m’hanno rovinato Toscanini e Carlo Erba, ripeteva ossessivamente quel musicista improbabile che era Totò nel film Totò a colori.

Io potrei dire altrettanto nei confronti di Dino Grandi[1] e dei suoi sostenitori. Ma non lo faccio per vergogna. Oggi. Allora, forse, lo avrei fatto, data l’età.

La vecchia foto pubblicata qualche ora fa da Mario Unali su fb mostra un bel gruppo di balilla chiaramontesi dal cipiglio duro, i quali posano sull’attenti. Di certo alla fine di una manifestazione patriottica.

Ebbene, quella foto mi ha fatto fare qualche passo indietro nel tempo. Quando anch’io indossavo una divisa fascista: sono stato figlio della lupa. L’uniforme me l‘aveva regalata mio zio Giommaria, fratello di mia madre, carabiniere, prima di partire per il fronte russo. In guerra fu ucciso poco dopo il rientro in patria. Mancavano un paio di mesi alla fine del conflitto.

Ricordo vagamente che, nei giorni di sabato (il cosiddetto sabato fascista), in luogo della scuola partecipavo alle adunate e alle esercitazioni ginniche. In occasione di ricorrenze particolari, si svolgevano manifestazioni patriottiche, alle quali interveniva l’intero apparato paramilitare, composto dai figli e figlie della lupa, balilla, moschettieri, avanguardisti, pre-militari, giovani italiane, donne italiane e massaie rurali, al comando dell’autorità suprema del paese: il commissario politico.

Ho pure un vago ricordo del dottor Marcellino e dell’avvocato Giulio Falchi in veste di commissari politici. In divisa nera, camicia compresa e fez col pon pon, impettiti e compresi in quel ruolo, che gli conferiva, in quest’ambito territoriale, un potere immenso. Da loro dipendevano carriere e posti di lavoro. Ma anche la serenità e la libertà personale dei chiaramontesi, se questi manifestavano idee o ponevano in essere comportamenti non in linea con le direttive del Duce. Che stava pensoso a Roma, a Palazzo Venezia.

Io, che avevo sei-sette anni, partecipavo con entusiasmo alle manifestazioni e mi sentivo importante infagottato in quella divisa da soldatino di piombo. Disarmato, ovviamente. E aspettavo con ansia il compimento degli otto anni, per indossare l’uniforme di balilla, che segnava un po’ il passaggio all’adolescenza.

Ma arrivò prima il dissenso del Gran Consiglio, a Palazzo Venezia, la notte del 25 Luglio 1943. Le sorti della guerra erano segnate da tempo, ma soltanto allora gli alti gerarchi del fascismo si decidevano a prenderne atto, sfiduciando così il capo che in quell’avventura disastrosa ci aveva cacciato tre anni avanti.

All’epoca avevo sette anni ed ero stato appena promosso alla seconda elementare. Addio divisa di balilla! Mia madre aveva in uggia Mussolini perché aveva mandato in guerra suo fratello e mio padre, lasciandola sola a badare a quattro figli: io, Ida, Iolanda e Tore. Pertanto, non appena ebbe notizia della caduta di Mussolini, mandò in frantumi il busto del duce in grandezza naturale, in gesso e color bronzo che troneggiava su una mensola a casa nostra. Poi, aperto un cassetto del comò, ne tirò fuori la mia divisa e, con impeto di rabbia, la gettò sul fuoco del camino.

Le fiamme distrussero in breve tempo quegli indumenti e, con essi, la mia carriera improbabile di buon soldato fascista. Poiché all’epoca non capivo (non potevo capire) quanto accadeva, la cosa mi dispiacque molto. Ma quel dispiacere si dissolse subito, soverchiato da altri avvenimenti e altre emozioni.

Ecco perché anch’io, come accadde a Totò in quel film, potrei dire che la carriera di paramilitare fascista me l’ha rovinata Dino Grandi.

Altrimenti…

 



[1] Membro del Gran Consiglio del Fascismo che, su sua proposta, nella notte del 28 Luglio votò la sfiducia a Mussolini, determinando, di fatto, la caduta del regime.

 

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