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Mercoledì 26 Ottobre 2016 13:30

La domus de jàna di Baldédu

di Claudio Coda

 

Lacune da colmare, almeno da parte mia, nella percezione del territorio, che è abbastanza vasto e generoso di siti archeologici come quello di Baldédu[1].

Domenica 23 ottobre sono stato a visitare la domus de jàna[2], cogliendo la ghiotta occasione dell'escursione culturale, ma anche salutare, organizzata dal Comune di Chiaramonti, in collaborazione con L'Università di Sassari (presente il dr. Luca Doro) e la Soprintendenza (la dott.ssa Nadia Canu).

Tale visita, è bene precisare, si è potuta realizzare per gentile concessione della famiglia Marras, proprietaria del terreno. A seguirci, a proteggerci, la Compagnia dei Barracelli locali e l'autoveicolo attrezzato dell'Avis di Perfugas.

Un'invasione di campo la nostra, si direbbe, che era formata da un nutrito gruppo di gioventù e maturi signori e signore, armati di macchine fotografiche e smartphone pronti ad ascoltare, e riprendere, ogni minimo particolare. Volti alquanto sorridenti e piacevolmente soddisfatti per sentirsi coinvolti in questa sgambata baldése. Non ho fatto l'appello al gruppo, abbastanza omogeneo, ma immagino sia vicino al centinaio di persone.

Così, dopo una spassosa camminata -perlomeno 6 km a.r.- all'aria aperta, prima piacevolmente frizzantina e poi quasi ferragostana, tutti a prendere contatto fisico dell'esercizio spirituale degli antichi abitanti de Baldédu.

Le significative ricerche, degli ultimi quarant'anni, a completamento di ipotesi già formulate, ci hanno consentito di capire, in maniera più esaustiva e diretta, la storia e le architetture funerarie dell'Età Eneolitica.[3]

Il contesto orografico lo abbiamo attraversato tra sughere battute dal vento, ampi pianori trachitici dalle molteplici sfumature, rendendoci conto, fisicamente, dell'asprezza e dell'incanto dei luoghi. I riferimenti archeologici, a cui le guide Doro e Canu hanno magistralmente fatto riferimento, utilizzando un linguaggio degno di ammirevole ascolto e sufficientemente chiaro, sulla morte, sui riti e onoranze ci è parso subito chiaro e leggibile.

Ora sappiamo che il corpo del defunto, talvolta, veniva dipinto di ocra rossa e gli scheletri, inumati, colorati di rosso (tracce del colore, hanno fatto notare, lo si può vedere nella nicchia posta a destra dell'ingresso della domus di Murrone). Così pure le pareti dell'aula tombale.

Questa modalità non solo in Sardegna, anche nel resto d'Europa.

Ma perché di rosso ?

Perché richiamava il sangue in maniera tale che i defunti, dall'assorbimento del plasma, trovassero il veicolo per risorgere. Il sangue, così mi pare di aver capito, lo consideravano essenza della forza vitale, e lo spirito, separatosi dal corpo, continuava a vivere partecipando ad un altra vita. L'idea era che l'estinto avesse ancora una sua esistenza corporea, anche se polvere, conservando tutti i sentimenti umani vissuti in passato. Una mera continuità con tutte le sue esigenze, i suoi bisogni e gusti avuti prima. Nella penombra del sepolcro, deponevano cibo e bevande che richiamano, alla mia memoria, le nostre usanze paesane consistenti nell'apparecchiare -la vigila del 2 novembre- la tavola con tutte le ottime cibarie in dispensa: ciccionèddos al sugo, pane, vino, dolci e frutta in attesa della visita, nella notte, dei cari parenti andati a miglior vita.

Ho appreso, proprio or ora, che a casa di una cara amica, oggi, erano impegnati nella preparazione de sos pabassìnos per la ricorrenza prossima. Evidentemente le usanze chiaramontesi sono a ciclo continuo, si ripetono annualmente con cadenza temporale.

A Baldédu, la casa delle fate, di tipo ipogeico, è scavata in uno spuntone trachitico e veniamo a conoscenza che, sicuramente, lì vicino, esisteva un nucleo abitativo, anche se di piccola formazione.

L'accesso alla cella è possibile attraverso un'apertura strombata a riquadri. All'interno, nella parete destra, sono visibili ed eseguiti ad altorilievo, corna taurine stilizzate a spirale; altra forma essenziale, per grafica, una figura maschile con un abbozzo fallico. Nella parete frontale, altra apertura di cella, non ancora recuperata e, a lato destro, sono presenti doppi rilievi corniformi, uno sopra l'altro, sormontati da segni geometrizzanti a V (tondeggiante) eseguiti come coronamento dell'insieme o come festoni separatori tra la parete e il soffitto piuttosto ribassato. Questo motivo è ripreso pure nel lato sinistro.

Lo spazio, quello visibile al momento, rispetto agli ambienti de Murrone che sono numerosi per quantità e per ampiezza, è abbastanza ristretto. Ed è proprio in riferimento alla ristrettezza degli ambienti che si sono espresse, tra i partecipanti, congetture e scambi d' informazioni provenienti da ricordi scolastici o da appropriate letture.

Una tra queste, molto verosimile perché documentata è che: i defunti venivano deposti in posizione rannicchiata, tipo fetale, con la convinzione secondo la quale l'uomo doveva ritornare nel grembo della madre terra che a sua volta doveva restituirgli la vita. Un po' contorta la mia esposizione, ma prendetela bonariamente per quel che vale.

A corredo della visita, un sensato pannello esplicativo del sito realizzato da A. Farina, disegnatore della Soprintendenza; nei grafici, alquanto professionali, la veduta aerea del territorio, la pianta e la sezione dell'edificio funerario.

Durante la visita, in un momento di pausa e riflessione, mi è tornata alla mente l'immagine del poeta chiaramontese Bainzu Truddaiu[4] che, in questi luoghi, ha vissuto buona parte della vita prendendoli come musa ispiratrice per il suo universale canto poetico: [...Bois est chi m'àzis dàdu ispìnas lóngas e ròsas a mattulàdas piénas...][5]

P.s.

Una piccola annotazione mi permetto di aggiungerla, anche per averla sentita pronunciare da diversi ospiti arrivati, in maggior parte, da Sassari: sarebbe stato utile e piacevole, a percorso conclusivo (erano le 13.30) che qualche struttura ricettiva dei pressi, o del territorio di Chiaramonti, si fosse inserita nel programma organizzando un pasto, anche sobrio, con proprie specialità, tanto da riempire gli stomaci, già borbottanti e vuoti. E ne avevano tutta la ragione.

Ma non solo: era l'occasione, per fare sistema, per valorizzare il territorio che, nonostante l'asperità orografica, non l'ha certamente nel talento culinario. Così l'accoppiata domus de jànas, spianate sarde, quattro fette di salsiccia, lardo, formaggio, pancetta e un piatto di gnocchetti al sugo avrebbe fatto il resto (anche i vegani si sarebbero arresi).

Ma alla prossima...

 


[1] Località di cardeti situato ai confini del territorio di Chiaramonti/Erula/Perfugas (si percorra la SS 672, direzione Tempio e voltare per su Bullone).

[2] Volgarmente definite “casa delle fate”.

[3] Periodo del passaggio dall'età della pietra levigata (neolitico) all'età del bronzo (3° millennio a.C. - 2° millennio a.C.).

[4] Poeta pastore (Chiaramonti 1921- 2001).

[5] Libera traduzione : “...Voi che mi avete dato lunghe spine e rose a fasci pieni...”- da “Ròsas e Ispìnas de Baldédu” - Ivo Melis editore Cagliari 1992.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Ottobre 2016 09:53
 

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