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La dipartita singolare di Lev Tolstoi PDF Stampa E-mail
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Il decesso avvenne mentre era in viaggio, in una sperduta stazione ferroviaria della grande Russia

di Carlo Patatu

Giorni or sono ricorreva il 106° anniversario della scomparsa di Lev Tolstoi (Jàsnaia Poliana 9 Settembre 1828 – Astàpovo 20 Novembre 1910).

Scrittore, educatore e attivista sociale, Tolstoi era molto popolare e molto amato nella Russia zarista. Figura profetica anche per l’aspetto fisico e per la sua lunga barba incolta, era diventato famoso soprattutto per i suoi romanzi (Guerra e pace, Anna Karenina, Resurrezione) e per la scuola popolare che aveva fondato e gestito a lungo nel proprio villaggio di Jàsnaia Poliana, dove fu sepolto.

In breve, per i russi del tempo Tolstoi era una sorta di simbolo, un punto di riferimento importante, persona molto ascoltata. Aveva un esercito di seguaci ed estimatori.

Sposò Sòf'ja Andrèevna Bers, con la quale aveva rapporti non proprio idilliaci. Pare che la donna fosse una sorta di Santippe; ma anche lui ci metteva del suo.

Stravagante com’era e non potendo più sopportare quella donna, poco meno di un mese prima di morire fuggì di casa di nascosto. Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre 1910, ormai ottantaduenne, abbandonò moglie e figli (ne aveva avuto 13) e si mise in viaggio, in incognito, su un vagone ferroviario di seconda classe, diretto chissà dove e mentre incombeva l’inverno, il generale inverno di quelle parti.

Ma durante il viaggio si ammalò e fu costretto a fermarsi nella stazioncina di Astàpovo, un minuscolo villaggio sperduto nell'immenso impero russo e che, nel volgere di poche ore, divenne il centro del mondo. Sceso dal treno, fu ospitato nell’alloggio del capo stazione, il quale si sentiva onorato di prestare i propri servigi a un tal personaggio. Sotto lo sguardo vigile delle forze di polizia (preoccupate che la morte dell'amico del popolo potesse provocare disordini) e quello materno della Chiesa ortodossa (che non perdeva la speranza di veder tornare a lei il grande scomunicato).

Ad Astàpovo affluirono giornalisti, fotografi e cineoperatori, oltre ad amici e familiari di Tolstoj. Una marea di gente che seguiva commossa, minuto per minuto, l’evolversi della malattia. Arrivò anche la moglie Sof'ja, a disposizione della quale le autorità misero un’intera carrozza ferroviaria in un binario morto della stazioncina. Ma si dice che lui si rifiutò di vederla. A coloro che gli portarono la richiesta di udienza avrebbe risposto: “Quella proprio no!”.

Per sei giorni – sei giorni che tennero il mondo col fiato sospeso – la stampa renderà noti i minimi dettagli della vicenda: Tolstoj morì, come si direbbe oggi, in diretta, in modo spettacolare. Per la prima volta, un evento privato diventava pubblico. All’annuncio della scomparsa, la folla che circondava la stazione ferroviaria cadde in ginocchio e intonò un canto per onorare il Grande vecchio che se ne andava.

Si apprese poi che Lev aveva escluso la moglie dal testamento. Ciononostante, Sonja poté continuare a vivere agiatamente grazie a una pensione concessale dallo zar Nicola II in persona. Sonja morì di polmonite (come la quintogenita Marija) nel 1919, durante la guerra civile russa, poco dopo la requisizione di Jàsnaja Poljana da parte del locale comando bolscevico

Leone Tolstoj, grande patriarca, uomo straordinario e spirito irrequieto, morì com’era vissuto, comportandosi d’istinto, come gli dettavano il cuore e la coscienza. A dispetto di quel che ne avrebbero detto familiari, parenti, amici e non.

A giudicare dall’emozione che suscitò la sua scomparsa, aveva ragione lui.

 

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