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Il voto agli italiani all’estero? Sì, ma a condizione che… PDF Stampa E-mail
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Domenica 11 Dicembre 2016 00:00

Perché deve decidere sulle mie sorti e sui miei soldi versati allo Stato con le tasse anche chi, essendo italiano e residente all’estero, nulla sa dell’Italia e qui non paga alcunché?

di Carlo Patatu

Torniamo sugli italiani residenti all’estero. Il cui voto al referendum, come abbiamo visto, non si è discostato dalla media registrata sul territorio nazionale.

Abbiamo detto che la legge 459 del 2001, voluta tenacemente da Mirko Tremaglia, si presta a brogli, o comunque a determinare situazioni non proprio corrette. Infatti il voto a domicilio per posta, in assenza di un qualsiasi controllo, può essere espresso anche da persona diversa dall’interessato. Qualcuno, un giorno o l’altro, dovrà porre rimedio a questo pasticcio.

Oggi desidero sottoporre ai pazienti lettori un altro aspetto di quella legge. Un aspetto che attiene a un principio fondamentale: il diritto di voto deve essere riconosciuto indiscriminatamente a tutti coloro che risultano iscritti nelle liste elettorali soltanto perché residenti all’estero? Senza nessun’altra condizione?

Al momento così è.

E allora io mi chiedo: perché un italiano residente all’estero, anche di seconda o terza generazione, deve decidere sulla politica in generale, comprese le modalità di spendita dei soldi che io pago con le tasse, se lui le tasse le paga esclusivamente nel paese di residenza? E se nella Patria di origine non ha mai messo piede e con essa non ha alcun legame, nemmeno sentimentale? Non lo trovo giusto, pur con tutto il rispetto, la considerazione e l’affetto che nutro per i miei fratelli emigrati.

Accade che tanti figli e nipoti di emigrati della prima ora non sappiano nulla dell’Italia, né delle nostre problematiche, perché fanno ormai parte integralmente, anche per cultura, del paese che li ospita. Eppure noi li chiamiamo a eleggere 12 deputati e 6 senatori, in totale 18 parlamentari, e a decidere sui problemi nazionali. Ed essi, che sovente nulla sanno di quanto accade da queste parti, non sapendo che fare potrebbero anche consegnare la scheda elettorale ad altra persona perché la compili in loro vece, quando non la relegano in un cantuccio o la gettano nella spazzatura.

Negli anni 1750-1760, i primi 13 stato americani, non del tutto indipendenti perché ancora colonie inglesi, si ribellarono a Sua Maestà britannica chiedendo, in cambio del pagamento delle tasse, una rappresentanza nel Parlamento inglese. Perché anch’essi potessero contribuire a decidere sui soldi che versavano alla Madre Patria. Richiesta sacrosanta.

Il loro slogan era “No taxation without representation". E cioè niente tasse senza il diritto di essere rappresentati in Parlamento. Ora per gli italiani all’estero, parafrasando quello slogan, si potrebbe dire No representation without taxation ". E cioè niente rappresentanza, niente diritto di voto se non pagate le tasse anche qui, in Italia.

Dire tutto ciò è antipatico, me ne rendo conto. So perfettamente che si è emigrati per forza e non per scelta; che negli anni Sessanta gli emigrati hanno contribuito a rafforzare la nostra moneta e che per ogni lavoratore in miniera lo Stato italiano riceveva gratis un certo quantitativo giornaliero di carbone.

Altri tempi.

Credo sia giunta l’ora di rivedere quella legge elettorale anche sotto questo aspetto. Non si può concedere il voto anche a chi non sa nemmeno dove sta l’Italia, nè quali sono le problematiche che l’affliggono. Occorre trovare un marchingegno che salvi capra e cavoli, consentendo agli italiani all’estero di votare, ma a condizione che…

Io la penso così.

 

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