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Su carrettonèri - parte 1a PDF Stampa E-mail
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Domenica 15 Gennaio 2017 18:19

Un mestiere scomparso ormai da tempo, quando i cavalli motore sconfissero quelli a quattro zampe

di Carlo Patatu

Con qualche forzatura, si può affermare che quello de su carrettonèri[i] è un mestiere che non è scomparso. Si è trasformato. Col tempo si è modificato nella forma, lasciando però intatta la sostanza. Che inerisce pur sempre al trasporto di persone e cose.

Negli anni compresi fra le due guerre mondiali, accanto a carri e carrozze al tiro di quadrupedi più o meno nobili, comparvero timidamente anche qui i primi veicoli a motore. Che, nel breve periodo, ebbero gioco facile nel soppiantare i mezzi di trasporto arcaici fino ad allora in uso, facendoli poi sparire del tutto. Sconfiggendo agilmente quelli a quattro zampe, i cavalli-motore furono gli artefici di una rivoluzione epocale. Industria e trasporti trassero per primi grande beneficio dalle macchine funzionanti a vapore, a gas povero, a carbone e, in rapida successione, con motori a scoppio, diesel, elettrici, atomici e persino a energia solare.

Una rivoluzione che, per giungere a compimento, da queste parti richiese tempi piuttosto lunghi. Qui tutto si muoveva (più o meno, è ancora così) con una lentezza persino esasperante. In assenza di sussulti, quel mutamento si snodò pigramente per qualche decennio, subendo un’accelerazione particolarmente marcata dalla fine dell’ultima guerra in poi. E cioè a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta del Novecento.

Quella stagione coincise con l’inizio della mia adolescenza. Ecco perché fin d’allora ebbi l’impressione, poi divenuta immodesta certezza, di appartenere a una progenie che aveva avuto in sorte il privilegio di partecipare a un cambiamento radicale quanto straordinario delle abitudini quotidiane, degli stili di vita, dei rapporti sociali. Individuali e collettivi. Nell’ambito di questa comunità e altrove. Una trasformazione che quelli della mia età avvertirono, prima di tutto, sui versanti della comunicazione e dei trasporti. Ma non solo. E ciò avvenne sebbene i tempi lunghi e lo scorrere lento delle ore, dei giorni, degli anni non consentissero di apprezzare all’istante il pur travolgente mutamento che, già prima della guerra, aveva fatto capolino all’orizzonte angusto del mio vivere quotidiano, limitato alla cinta daziaria di questo pezzettino di Anglona[ii].

Da bambino, a parte l’ormai collaudato cavallo di San Francesco[iii], per recarmi all’ovile di nonno Pulina, a Pilùchi[iv], i mezzi usuali di locomozione erano l’asino e il cavallo. Eccezionalmente, nelle grandi occasioni (la tosatura delle pecore, il Lunedì di Pasqua e l’ammazzamento del maiale) mio nonno ricorreva al carro a buoi. Quando cioè la compagnia dei gitanti era piuttosto numerosa e, per necessità e consuetudine, ci si doveva portare appresso qualche provvista e un po’ di bagaglio in più.

Mio nonno, talvolta era lo zio Mario a sostituirlo, giungeva in paese col carro. Di buonora. Noi, ch’eravamo già bell’e pronti, ci caricavamo sopra le cose che mia madre aveva preparato fin dal giorno avanti e poi via per S’Istradòne, direzione Martis. Fino a Spurulò, dove deviavamo a sinistra, prendendo la carrareccia verso Santa Giusta. Un’ora di strada o poco più. Dipendeva dall’umore dei buoi e di chi ne teneva in mano le redini, oltre che il pungolo. Ancora mi par di sentire l’afrore dei buoi aggiogati che schiumavano e grondavano sudore; e sbarravano gli occhi a dismisura tirando con fatica il carro solido e pesante in taluni tratti impervi del tragitto. Per di più disseminato di speroni di trachite affioranti qua e là. Quasi fossero stati collocati bell’e apposta a rendere oltremodo improbo il compito già faticoso di quelle povere bestie. La strada che conduceva fino al poggio di Pilùchi era una sorta di percorso di guerra, che il ricordo mi restituisce alla memoria come molto lungo. Sull’altura, in posizione dominante e ben visibili da lontano, comparivano d’improvviso, stagliandosi contro il cielo, le sagome familiari della quercia annosa piegata dal Maestrale (sostegno robusto per un’altalena rudimentale), della tettoia di felci per il ricovero degli attrezzi, della casa colonica e dell’amata pinnetta. Credo d’avvertire ancora i miasmi di flatulenze in libertà, accompagnate da rumori intestinali sordi a me ben noti e seguiti talvolta da evacuazioni improvvise e abbondanti provocate ai buoi da su puntorzu[v]. Che mio nonno e lo zio Mario maneggiavano con disinvoltura. Specie quando quei due motori manifestavano segni di cedimento alla fatica. O perdevano il passo.

1 – continua

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 69-71

 


[i] Il carrettiere.

[ii] Regione storica della Sardegna settentrionale.

[iii] E cioè il camminare a piedi.

[iv] Località a circa 4 chilometri dall’abitato di Chiaramonti; cfr. CARLO PATATU, Su telèfono ‘e giàju, in Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 47-52.

[v] Frusta in pelle legata in cima a un bastone munito di punteruolo metallico usato per stimolare i buoi aggiogati a tirare il carro o l’aratro.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Gennaio 2017 17:54
 

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