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Su carrettonèri - parte 2a PDF Stampa E-mail
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Martedì 17 Gennaio 2017 17:47

Un mestiere scomparso ormai da tempo, quando i cavalli motore sconfissero quelli a quattro zampe

di Carlo Patatu

Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, il trasporto dei materiali e l’approvvigionamento degli esercizi commerciali erano appannaggio di carrettonèris o tumbarellàjos. I quali, alla guida del proprio carrettòne a due ruote, altrimenti detto tumbarèlla[i], tirato da un cavallo robusto e paziente, assicuravano il collegamento pressoché regolare coi paesi del circondario e con Sassari.

Si trattava, com’è evidente, di un servizio che presentava non pochi limiti e più d’un inconveniente. Soprattutto a fronte delle prestazioni fornite dai moderni mezzi di trasporto. Che sono veloci, sicuri e confortevoli. Su carrettonèri, per forza di cose, sovente doveva trascorrere più giorni fuori casa. Il viaggio di andata e ritorno per Sassari (poco meno di 80 chilometri) di giorni ne richiedeva uno o due. Talvolta anche tre. Dipendeva dalla natura del carico, oltre che dalle condizioni meteorologiche lungo il percorso. Inoltre l’incedere lento del cavallo e l’esigenza di sostare ogni tanto per consentirgli di riprendere fiato dilatavano ancor più i tempi di percorrenza. Che adesso calcoliamo in ore e minuti, ma che allora si contavano in giorni, quando non in settimane.

Su carrettòne o barròcciu[ii] era un carro in legno stagionato e di costruzione robusta; un piano rettangolare montato su due ruote gigantesche con raggi massicci e racchiuse da cerchi di ferro a fare da battistrada. Due stanghe parallele sporgevano sul davanti ad accogliere il cavallo o il mulo da tiro (anche l’asino; ma con minore frequenza). Bardato a dovere con cavezza, briglie, paraocchi, tiranti, bàttile[iii], piccola sella, sottopancia e finimenti vari, il quadrupede era il motore di quella specie di camioncino rudimentale e arcaico. Sui lati, a delimitare il piano di carico, due sponde rimovibili (a bandiera) alte poco meno di un metro. All’occorrenza, dipendeva dal genere della merce trasportata, era possibile chiudere il piano per l’intero perimetro, ricavando così un cassone non dissimile nella forma da quelli degli autocarri di oggi.

Fissata all’esterno della sponda destra, una manovella, collegata a un tirante con una vite senza fine, agiva sul freno di marcia, costituito da pattini di legno che premevano sui due battistrada in ferro. Per il freno di stazionamento, uno o due sassi collocati sotto le ruote, a incastro e dalla parte giusta, andavano più che bene. Un sistema pratico, economico e sicuro. Sotto il piano di carico de sa tumbarèlla, appesi ad appositi ganci fra una ruota e l’altra, dondolavano un lume a petrolio per i viaggi notturni, il secchio di lamiera zincata per l’acqua e il sacchetto dell’avena. In breve, la luce di posizione e i serbatoi del carburante per il cavallo.

Lungo la strada compariva, di tanto in tanto, uno slargo con un abbeveratoio, in sardo chiaramontese s’abbadòrzu. In genere consisteva in una colonnina squadrata di pietra o cemento sormontata da una piramide. Un tubo metallico fuoriusciva da un lato della colonna e, privo di rubinetto di arresto, scaricava in continuazione il getto d’acqua all’interno di una sorta di lavandino, collegato da una canaletta a due vasche attigue, ampie e comunicanti. Una, più alta e capace, per abbeverarvi il bestiame grosso (buoi, mucche, cavalli, asini, muli); l’altra, più bassa, per quello minuto (pecore, capre, maiali, cani e così via).

Di abbeveratoi ce n’erano un paio anche all’interno dell’abitato. Uno occupava lo spiazzo attiguo al palazzo Urgias (già sede del mulino a gas povero[iv]) in quella che oggi è via dell’Europa Unita. Ora quell’area è adibita a parcheggio. Smantellato negli anni Cinquanta, s’abbadòrzu fu poi ricostruito (e successivamente abbattuto) là dove la via Grazia Deledda confluisce nel viale Marconi, in zona Lìttu. A testimoniarne l’antica collocazione, resta ancora intatto il muro di sostegno che trattiene la scarpata a monte, edificato coi conci di quella ch’era stata la facciata dell’antica parrocchiale di Su Mònte ‘e Chèja[v].

Lasciato il paese verso Sud-Est, se ne incontra ancora uno a Màtta ‘e Suèlzu, appena oltrepassato il cimitero in direzione Sos Codinàlzos. Un altro fiancheggia la provinciale per Su Sàssu-Erula in località Sàntu Miàli, poco prima della deviazione per l’antica e ormai abbandonata carrareccia che portava a Corràles e che lambisce la chiesetta campestre di Santa Maria de Àidos. Ce n’erano (ce ne sono) molti altri sparsi qua e là per l’agro. Fra i quali sono tuttora in funzione Spurulò (a metà strada fra Chiaramonti e Martis) e Santa Giusta, a due passi dall’omonima chiesa campestre.

Lungo gli itinerari più trafficati, non era infrequente imbattersi in più d’una... stazione di servizio, ovvero in un’ostèra[vi]. Dov’era possibile trovare qualcosa da bere e da mettere sotto i denti. Per cavallo e carrettiere. All’occorrenza era possibile consumarvi anche un pasto caldo, riposarsi e trascorrervi persino la notte. Ma poteva essere anche luogo d’incontri non sempre simpatici. Né raccomandabili. I clienti erano per lo più dei viandanti. Talvolta avventurieri dalla coscienza non proprio immacolata.

I gestori di quelle locande, persone in genere gradevoli, estroverse e affabili, mettevano a disposizione de sos passizèris[vii] una stalla per cavalcature e bestiame da tiro, più un locale, talvolta non molto dissimile, per i barrocciai. Dotato, quest’ultimo, di pagliericci rudimentali che usualmente non profumavano di bucato. Era quanto di meglio passava il convento e bisognava adattarsi. Di solito, gli avventori non erano persone schizzinose. E neppure esigenti. A quel genere di trattamento avevano fatto l’abitudine, avendolo già messo nel conto. Insomma, faceva parte dei rischi del mestiere. Chi non gradiva quel genere di accoglienza doveva rassegnarsi a marciare anche di notte. Cavallo e contrattempi permettendo. O cambiare attività.

Confesso che, trovandomi al loro posto, non so su quale di queste opzioni mi sarei buttato. Di ostèra ce n’era una anche in paese, negli anni Quaranta. A due passi dall’abbeveratoio attiguo al vecchio mulino Schintu. E pertanto nota come S’Ostèra ‘e s’abbadòrzu. Ne ricordo un’altra ai piedi di Scala di Giòcca, alle porte di Sassari, della quale resistono tuttora i ruderi, dominati dal sovrappasso di Chighìzzu e ormai soffocati da una fitta vegetazione di cespugli rampicanti. Negli anni a cavallo dell’ultima guerra, quell’ostèra ebbe come gestori una coppia di chiaramontesi, Antonio Cherchi e sua moglie Mariangela Cossu.


2 – continua

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 73-76

 


[i] Barroccio o biroccio.

[ii] V. nota che precede.

[iii] Coperta o cuscino sotto sella.

[iv] Impiantato nel 1908 dal commerciante Salvatorangelo Schintu; cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti - Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004, pagg. 151-154.

[v] Alla lettera, il monte di chiesa; più propriamente, il monte San Matteo. La facciata fu abbattuta dal Comune nwgli anni Cinquanta del Novecento perché ritenuta pericolante. Al tempo, la sensibilità per i monumenti e l’archeologia lasciava molto a desiderare. Tant’è che la facciata della chiesa secentesca, già edificata sui ruderi del Castello dei Doria, fu distrutta nell’indifferenza generale dei chiaramontesi.

[vi] Osteria, ma col significato che in Spagna si da alla parola hostaria.

[vii] Viandanti, viaggiatori, clienti.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Gennaio 2017 17:54
 

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