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Su carrettonèri - parte 3a PDF Stampa E-mail
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Giovedì 19 Gennaio 2017 10:25

Un mestiere scomparso ormai da tempo, quando i cavalli motore sconfissero quelli a quattro zampe

di Carlo Patatu

Di carrettonèris del passato remoto posso citare Chìccu[i] Tolis, Giuannantòni[ii] Soddu (che ebbi modo di conoscere ancora vivi, ma non più in servizio) e Jàgu Unale detto Busciànu[iii].

Perché Busciànu? Che significa?

Ebbene, quel barrocciaio svolgeva la propria attività pincipalmente lungo la tratta Chiaramonti-Tempio Pausania, una quarantina di chilometri. Trasportava in città prodotti locali e ne riportava in paese altri tipici della Gallura. Gli capitava sovente di dover trascorrere la notte lungo la strada, trovando ospitalità, come tanti suoi colleghi, presso la cantoniera Anas in località Femina Morta.

In una di tali circostanze, gli accadde di rinvenire una bùscia[iv], confezionata alla buona con pelle di gatto e contenente una discreta somma di denaro. Chi l’aveva perduta era forse un commerciante; oppure un allevatore di ritorno da una fiera del bestiame, dove probabilmente aveva venduto con profitto almeno un giogo di buoi.

Uomo riservato e di poche parole, Jàgu Unàle si limitò a raccomandare al cantoniere che lo aveva ospitato di indirizzare pure a Chiaramonti, a casa sua, chi avesse lamentato la perdita di un qualche oggetto. Il che avvenne nei giorni seguenti. Fu così che la borsa col denaro rientrò nelle tasche di chi l’aveva smarrita.

Quel gesto da galantuomo, a parte la gratitudine del proprietario, gli valse il soprannome di Busciànu (trovaborse o qualcosa del genere), appioppatogli da un amico burlone.

Da tìu Chìccu, che ebbi occasione di frequentare con assiduità, essendo amico di suo nipote Farìcu[v] Soddu, sentii raccontare che, fra i tanti viaggi fatti col suo carretto, gli accadde una volta di dover trasportare al manicomio una donna che, da tempo ormai, dava segni evidenti di pazzia. Il servizio gli era stato comandato dal Comune, al quale si erano rivolti i familiari della poveretta, non più in grado di sopportarne le violenze e gli accessi di follia pressoché quotidiani.

Sia pure con riluttanza comprensibile, il sindaco, sentito il medico condotto, ne aveva disposto il ricovero e l’accompagnamento coatto all’ospedale psichiatrico sassarese di Rizzèddu[vi].

Sistemata con fatica e alla bell’e meglio sul biroccio, la donna continuava a urlare e a dimenarsi. Non ne voleva sentirne proprio di mettersi in viaggio su quel carretto poco accogliente, pur non sospettando alcunché circa la destinazione della trasferta. In nessun modo essa intendeva rassegnarsi a lasciare la propria casa. A nulla valsero le moine, le raccomandazioni e le false promesse dei familiari che la salutavano in lacrime. Intanto il carrettiere, lasciando ai due accompagnatori l’incombenza di assistere la povera pazza e contenerne le escandescenze, diede di frusta al cavallo e si mise in moto.

Il viaggio, che di per sé si annunciava lungo e disagevole, si prospettava ancor più faticoso per via delle urla della poveretta e del suo continuo agitarsi; calci e pugni vigorosi partivano in continuazione a destra e a manca. A farne le spese erano soprattutto i due robusti familiari che l’assistevano. Qualche ceffone lo rimediò pure il carrettiere, che cercava di rendersi utile, pur standosene seduto sulla stanga destra a guidare il barroccio, con briglie e frusta a portata di mano. Per tacere del cavallo. Il quale, ancorché abituato a rumori di ogni genere, non avendo evidentemente confidenza con le urla di chi dava di matto, manifestava segni d’inquietudine.

Di tanto in tanto. Uomo prudente e navigato, oltre alla scorta dei viveri tìu Chìccu portava sempre con sé un fiasco di vino e una piccola riserva di acquavite. Di abbardènte[vii] fatta in casa, forte e generosa; e che lo aiutava a combattere il freddo pungente delle giornate invernali. Senza pensarci su due volte, trasse la fiaschetta dal tascapane, ne cavò il tappo stringendolo coi denti e, ottenuto un cenno di assenso dai due accompagnatori, l’accostò alla bocca della povera donna. Che, stranamente, ci si attaccò con le labbra, ciucciandone il contenuto con molta avidità e, a quanto pareva, con altrettanto gusto. Dopo di che si addormentò, vinta da un sonno lungo e profondo.

Il viaggio poté procedere finalmente in santa pace. Con grande sollievo del carrettiere e dei due accompagnatori. Ma pure del cavallo.


3 – continua

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 76-78

 


[i] In lingua sarda, Francesco.

[ii] Giovanni Antonio.

[iii] Giacomo Unali, soprannominato Busciànu. V. Supra pag.00.

[iv] Una sorta di borsello utilizzato per riporvi il tabacco, ma anche il denaro.

[v] In sardo, Salvatore.

[vi] Zona della città allora periferica e oggi ampiamente urbanizzata. Le belle palazzine del manicomio, soppresso a seguito della legge Basaglia (n.180/1978), oggi ospitano uffici, ambulatori e servizi vari dell’Asl n. 1-Sassari.

[vii] Acquavite distillato dal vino o dalle vinacce.

Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Gennaio 2017 12:30
 

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