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Su carrettonèri - 4a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Sabato 21 Gennaio 2017 12:46

Un mestiere scomparso ormai da tempo, quando i cavalli motore sconfissero quelli a quattro zampe

di Carlo Patatu

Il mondo arcaico e affascinante dei tumbarellàjos scomparve definitivamente nei primi anni Cinquanta.

Via le carrozze trainate dai cavalli, via càrros a bòe[i], carrettònes e carrettonèris, sostituiti dalle più confortevoli e veloci autovetture, dai più capienti e instancabili autocarri, dai trattori agricoli, con al traino carrelli e accessori i più disparati a semplificare anche il lavoro dei campi.

E così fecero irruzione nelle strade del paese i camioncini di Antòni Manghina[ii] noto Piaghesu[iii], di Bucianu Puggioni[iv] (ma lo guidava suo cognato Gregorio Moretti, che noi ragazzi chiamavamo Fernandel per via della rassomiglianza straordinaria col celebre attore francese), di Cesare Piroddi e di Farìcu Cossu. I quali si erano pure organizzati per il trasporto di persone sui cassoni dei rispettivi automezzi. In modo semplice e spartano, all’occorrenza sistemavano alcune panche in quello che era lo spazio destinato alle merci. Riuscivano così a collocarvi fino a una dozzina o più passeggeri. In particolare quando gruppi di fedeli si recavano in pellegrinaggio a visitare i santuari di altri paesi, o partecipavano a sagre campestri quali s’àrdia de Sàntu ‘Antìne[v] a Sedilo o Nòstra Segnòra ‘e Cràsta[vi] a Oschiri. Ma anche in occasione delle rare trasferte della neonata squadra di calcio.

Si viaggiava all’aperto, molto scomodi ma altrettanto allegri. Cantando in coro, i viaggiatori sopportavano stoicamente il freddo, la pioggia e la polvere delle strade non ancora asfaltate. E pure qualche sassaiola, se la partita si era conclusa male per i padroni di casa. Si registrò, alla fine degli anni Quaranta, un incidente piuttosto grave, accaduto sulla statale per Tempio Pausania. Al rientro in paese, dopo avere accompagnato in quella cittadina la giovane nipote del parroco, Mariuccia Dedola, che aveva scelto la via del convento e indossato il saio assumendo il nome di suor Geltrude. Uno di quei camioncini carichi di amiche della novizia si ribaltò, causando lesioni gravi a una giovinetta, che restò claudicante a vita.

Fu così che i vecchi carrozzieri e tumbarellàjos a poco a poco si ritirarono in buon ordine, arrendendosi al nuovo che avanzava. Ineluttabile, impetuoso, travolgente. Di essi uno solo, Farichèddu Accorrà, seppe riciclarsi, sostituendo cavallo e barroccio con un motofurgone Guzzi e, più tardi, con un Leoncino OM nuovo di zecca. Quindi comparvero il Tigrotto OM di Placido Soddu (figlio d‘arte, suo padre era il barrocciaio Giuannantòni) e, via via, il camioncino di Billìa[vii] Sale e poi dei suoi figli Cìscu[viii] e Nino.

A sostituire le carrozze romantiche e ormai fuori mercato di tìu Garibaldi e di tìu Càralu intervennero i servizi di autonoleggio con conducente (in forma più o meno abusiva) di Giulièddu[ix] Cherchi con una Fiat 1500 scura ed elegante, ma con un motore che faceva le bizze, sostituita poi da una 600 Multipla; Carluccio Satta (figlio di tìu Càralu) con una Fiat 1100 scura; il mio amico e compare Pierino Soddu con la prima Multipla comparsa in paese; ancora Farìcu Cossu con una Fiat 1400 marrone; Salvatore Stincheddu, inizialmente con un’autovettura monumentale di colore nero e di cui non ricordo il modello, poi sostituita con una Fiat Multipla; compare Mario Loche, prima con una Fiat 600 berlina e successivamente con una Fiat 1100. Infine operò come noleggiatore, ma per breve periodo, Salvatore Lezzeri (figlio di quel Domenico di Salùi già citato a proposito della Balilla).

Per qualche decennio, costoro portarono in giro per le strade della Sardegna migliaia e migliaia di viaggiatori. Segnatamente diretti a Sassari. In un primo tempo con autovetture che, essendo male in arnese, marciavano talvolta a singhiozzo; successivamente con macchine più moderne, confortevoli e finalmente affidabili.

Pur senza rendercene conto nell’immediato, eravamo già entrati in un’era nuova, nella quale (era tempo!) chi si apprestava a partire era certo di giungere a destinazione in orario. E, soprattutto, di rientrare a casa in giornata. O comunque nel tempo stabilito. Del che, come ho già detto, prima non v’era certezza. Non sempre.

Oggi di quei servizi di autonoleggio non resta traccia. I personaggi che ne sono stati i fautori generosi e coraggiosi per un arco di tempo abbastanza lungo, sono per lo più scomparsi fisicamente. I rari superstiti, ormai anziani, hanno chiuso l’attività da tempo per godersi la pensione. Nessuno dei loro figli o parenti ha ritenuto di trovare un qualsiasi interesse a sostituirli. La diffusione delle autovetture private (oggi, mediamente, più d’una per famiglia) ha tagliato l’erba sotto i piedi a quella categoria benemerita di trasportatori; l’aumentata frequenza delle corse, il prezzo conveniente del biglietto, il rispetto puntuale degli orari e la qualità più che soddisfacente garantita dai servizi automobilistici dell’Arst e degli Eredi Fara di Ploaghe hanno fatto il resto. Quanto al trasporto merci, ora sono i fornitori stessi a farsi carico di recapitarle direttamente al domicilio dei clienti e di scaricarle dove questi desiderano. Tutto compreso.

È chiaro come il sole che oggi va meglio di ieri. Molto meglio. Non c’è paragone che possa reggere al confronto. Sarei invitato, cortesemente ma con fermezza, a farmi vedere da un medico se mi azzardassi a sostenere il contrario. Tuttavia di quegli anni così difficili, di quella stagione connotata dalla guerra e segnata da tante privazioni mi resta un ricordo grato e, tutto sommato, gradevole. E non soltanto perché a quel tempo non avevo idea di cosa fosse il peso degli anni che poi mi si sono accumulati sulla gobba; ma soprattutto perché di persone tanto cortesi e pazienti, indulgenti coi bambini quanto rispettose del prossimo e resistenti alla fatica quotidiana oggi non se ne vedono molte in circolazione. Né qui, né altrove.

Istintivamente, ma anche a ragion veduta, tirate le somme mi verrebbe da dire che va bene così com’è adesso. Ma, riflettendoci sopra con calma, non mi riesce di scacciare certi rigurgiti di malinconia, condizione che mi pervade di tanto in tanto. È probabile che non mi sia del tutto abituato all’idea che sto vivendo in un tempo altro. Marcato da differenze culturali sostanzialmente profonde rispetto a quello ch’è stato il tempo mio. A quello cioè ormai lontano della mia infanzia, alla stagione primaverile della mia vita. Il ciclo esistenziale comporterà che, in futuro, anche dai ragazzi di oggi sarà rimpianto il tempo loro. Quello che oggi giustamente gli appartiene. Ma gli capiterà fra una sessantina d’anni o giù di lì. Proprio come adesso accade a me.

La ruota gira...

4 – fine


Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 85-89

 


[i] I carri tirati da una coppia di buoi aggiogati.

[ii] Antonio Manghina.

[iii] Ploaghese. Proveniva da Ploaghe, ma era originario di Sennori.

[iv] Sebastiano Puggioni.

[v] San Costantino.

[vi] Nostra Signora di Crasta, località in cui sorge la chiesa campestre.

[vii] Diminutivo di Giovanni Maria.

[viii] Diminutivo di Francesco.

[ix] Diminutivo di Giulio.

Ultimo aggiornamento Sabato 21 Gennaio 2017 14:33
 

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