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Carrasciale e su soziu ‘e su sabone PDF Stampa E-mail
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Giovedì 23 Febbraio 2017 14:15

Carnevale e sale da ballo a Chiaramonti negli anni Quaranta del Novecento

di Carlo Patatu

Subito dopo la fine della seconda Guerra Mondiale (1940-1945) ci fu un’esplosione di gioia, che si manifestò soprattutto in occasione del Carnevale 1946. Il primo dopo cinque anni di angosce e privazioni.

In genere la stagione dei balli, che si svolgevano in un magazzino abbellito alla meglio con festoni multicolori e alcune panche disposte lungo le pareti, iniziava a Capodanno per concludersi il Martedì di Carnevale. Un improbabile banco di mescita offriva vino, liquori fatti in casa e qualche gassosa. Un altro banco metteva in bella mostra un cesto con mandarini e un altro con caramelle e qualche cioccolatino. Si ballava il Sabato notte, la Domenica pomeriggio e notte.

Alla fine di ogni ballo, il gestore lanciava l’invito, con tono perentorio: donne al buffet!. E i cavalieri di turno, non mancavano di ubbidire, invitando le rispettive dame a prendere qualcosa. Queste si facevano pregare un po’, ma per finta; quindi cedevano e si accostavano a uno dei due banchi, scegliendo di accettare una bibita, oppure un mandarino o qualche caramella. Non mancando di ringraziare, naturalmente. Il ballo successivo aveva inizio soltanto dopo la conclusione di questo rito.

Per la musica, il gestore contrattava un fisarmonicista di Sassari. Il quale, non potendo praticare la pendolarità per la carenza di mezzi pubblici, si stabiliva in paese per tutta la stagione carnevalesca (Gennaio e Febbraio, in genere). Il repertorio non era molto vasto: tanghi argentini, valzer, mazurche, polche e, di tanto in tanto, un ballo sardo.

Sos sozios, così si chiamavano le sale da ballo, in paese erano solitamente due, massimo tre. Di questi uno era il più importante, con la sala più capiente e l’organizzazione più puntuale. Gli altri erano più modesti e pertanto praticavano prezzi popolari. Ed erano conosciuti come su soziu ‘e su sabone[1]. Il perché non so.

Ricordo che, nella seconda metà degli anni Quaranta, unu soziu funzionava nel magazzino di tiu Angheleddu Truddaju, in Carrela ‘e s’Avvocadu[2]. In tempo di guerra aveva ospitato l’ammasso obbligatorio del grano. In altra stagione, i balli di Carnevale si svolsero nella sala di tiu Antoni Lumbardu, noto Brillante, poi adibita a bar da Cischeddu Multineddu, in via Porrino. Altri due rispettivamente nel magazzino di Andrea Solinas in via Redipuglia e in altro magazzino angusto di tiu Brocca a Codinas[3]. Ma si trattava di sozieddos[4], e cioè sozios de su sabone.

Ricordo pure che, nell’ultima settimana di Carnevale, si svolgeva l’elezione de sa Reginetta ‘e Carrasciale[5]. L’avvenimento era molto atteso, trattandosi di una sorta di sondaggio che premiava bellezza e simpatia. Il gestore della sala metteva in vendita delle coccarde[6], che i cavalieri acquistavano in quantità per appuntarle poi sul petto della dama che invitavano a ballare. Quando la serata danzante volgeva al termine, dichiarata chiusa la vendita delle coccarde, un’apposita giuria procedeva alla conta. La dama che ne aveva conquistato il maggior numero era dichiarata reginetta e, fra gli applausi dei presenti, riceveva un diadema confezionato con cartone rivestito di carta stagnola.

Naturalmente le altre concorrenti non sempre la prendevano bene. Anche perché, in quel gioco, invece che simpatia e bellezza, finiva col prevalere la consistenza del portafoglio di chi partecipava alla gara. Come al solito, chi disponeva di più (e non erano in tanti, allora, ad avere il portafoglio gonfio) decideva la vittoria.

A questo punto, si riprendeva a ballare; ma con una variante: stavolta erano le ragazze a scegliere il cavaliere, per appuntargli sul petto le coccarde che ciascuna di esse aveva conquistato. Alla conta finale, il cavaliere che ne aveva raccolto di più era proclamato Prinzipinu[7], conquistando così il diritto ad avere una bottiglia di liquore in premio e a sedere accanto alla Reginetta, su un carro tirato da un giogo di buoi e riccamente addobbato, sfilando per le strade del paese nel pomeriggio del Martedì di Carnevale.

Accadde una volta che, per vendicarsi di un danaroso cavaliere che aveva sponsorizzato l’elezione a reginetta di una sua giovane nipote acquistando una valanga di coccarde, le altre ragazze si coalizzarono fra loro e fecero confluire le rispettive coccarde (tutte) su un giovane bonaccione, piuttosto bruttino, rusticamente abbigliato e alquanto grossolano. Ebbene, la Reginetta di quel Carnevale dovette subire l’onta di sfilare sedendo sul carro accanto a quel poveretto, che non sapeva nemmeno dove stava. Fra le risate generali. Con piena soddisfazione di chi aveva organizzato il golpe.

Ah!, le donne!

La stagione del Carnevale favoriva pure la nascita di relazioni sentimentali. Non sempre durature. Segnatamente coi forestieri, che avevano così l’occasione di avere contatti, anche in senso fisico, con la fauna locale femminile. Il che, per la verità, non tornava gradito ai maschietti nostrani. Che reagivano sovente in modo scomposto e talvolta persino violento.

C’è da dire che la stagione del Carnevale era attesa con ansia un po’ da tutti; e da tutti goduta per quanto era possibile. In particolare dalle donne che, quando andavano a su soziu in maschera col volto coperto, avevano il privilegio di rifiutare il ballo ai cavalieri non graditi, per abbandonarsi felici fra le braccia di chi volevano loro. Un primo passo sulla strada dell’emancipazione femminile.

 


[1] Alla lettera, la sala del sapone. Probabilmente il riferimento era al sapone allora fatto in casa mediante la bollitura con soda caustica dei residui meno nobili del grasso di maiale. Insomma, per significare che quei locali erano d'infimo grado.

[2] Largo Azuni. Il locale è oggi di proprietà dei coniugi Spanu-Doneddu.

[3] Il rione La Croce.

[4] Modeste sale da ballo.

[5] La reginetta del Carnevale.

[6] Consistevano in pezzi di nastro modellato in forma di fiocco infilati in uno spillo.

[7] Il principino.

Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Febbraio 2017 01:23
 
Commenti (2)
Sos sòtzios de su sabone
2 Lunedì 06 Marzo 2017 17:21
Tore Patatu

"Sos sotzieddos" venivano chiamati "sòtzios de su sabone" perché, solitamente, avevano il pavimento a "ismaldu".


Questo pavimento era costituito da un impasto di fanghiglia, spesso prelevata da una cava di su Giumperi. Da bambini, con lo stesso materiale, ci divertivamo a costruire aeroplanini e figure stilizzate di animali, che chiamavamo appunto "freguras de sabone".


L'impasto di fanghiglia, "su ludu", veniva sistemato nel pavimento della stanza, livellato alla meno peggio, e lasciato ad asciugare. Dopo un paio di giorni, aveva bisogno di essere ulteriormente rassodato. Operazione che veniva eseguita con metodi assolutamente empirici e con manod'opera a basso costo. Solitamente si invitavano dei ragazzotti scalzi a correre per ore sul pavimento di fango, per farlo "ammaldare". Cioè, per farlo diventare "ismaldu", il cemento dei poveri.


Durante i balli, con l'umidità che veniva a crearsi nella stanza, arricchita anche da qualche bicchiere di acqua o di vino maldestramente versati per terra, il pavimento diventava scivoloso a tal punto che sembrava di ballare su una superficie di sapone.


Da cui, "su sòtziu de su sabone".

Potenza del Carnevale... a beneficio della demografia
1 Giovedì 23 Febbraio 2017 17:46
c.coda

E proprio di un carrasciàle di novant'anni fa (a fine febbraio del 1927) ho letto qualcosa da qualche parte.


Organizzarono una parata di carri (ovviamente trainato da buoi) a chiusura dei festeggiamenti, per le vie del paese. Nel primo carro, sa Reìna tutta vestita di bianco e con un mantello purpureo e il diadema in testa. Ai suoi lati, stavano le Reginette (quattro ragazzi) che portavano in mano le insegne del Fascio; altri figuranti, con “sas trumbèddhas arghentàdas”, strombazzavano a gloria della trionfatrice. Seguivano, nel secondo e terzo carro, “sas dàmas e damerìnas gentìles” dai costumi sgargianti. Ancora a seguire, su di una carrètta, il “prof. Truddara” che dispensava saggi consigli della scienza medica al buon “Lazzeri”. Un'acclamazione festante e plaudente seguiva i gruppi, tra il lancio di caramelle, confetti e coriandoli.


Ricordo un detto: a rìere a carrasciàle, a piànghere a novembre! Molte maritate e nubili rimanevano incinte in quel periodo ricorrente: il nono mese, cadeva proprio a novembre. Potenza del Carnevale a beneficio dell'incremento demografico.

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