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Peccati di gola e di lussuria PDF Stampa E-mail
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Lunedì 06 Marzo 2017 14:21

Corna dorate per il fine carnevale del 1927

di Claudio Coda

All'indietro nel tempo: proprio novant'anni fa. Grande sfilata tra le vie del paese, la domenica 27 febbraio, prima della Quaresima.

L'anno precedente i sentimenti di gioia erano stati inibiti, per i gravi lutti che aveva scosso profondamente la popolazione proprio nei giorni carnevaleschi. Pertanto, s'è voluto lasciare una scia luminosa tra grida giulive, sfrenate, chiassose.

Il Comitato era composto dai signori Giuseppe Baiardo, Andrea Luca Carboni, Gavino Casu, Giacomo Coda, Nicolino Madau, Michelino Montesu, Raffaele Sechi e Giulio Schintu. L'ordine pubblico, garantito dai militi guidati dal capo manipolo e podestà Luigi Raffo.

La comitiva partiva da Codìnas, come avviene oggi, preceduta dalla “vetturetta” del tempiese Agostinangelo Russino con accanto il fior fiore dell'aristocrazia nostrana[1], almeno così si annotava al tempo. Seguivano tre carri trainati da buoi, dalle corna dorate, e sas rìbbas -le sponde-, ornate con rami d'alloro e composizioni floreali. Emergevano le rose.

Nel primo carro la reginetta -era stata eletta in una serata di beneficenza organizzata il 29 gennaio- tutta vestita di bianco col manto porporino e un diadema in capo; ai lati altre reginette e quattro littori che portavano le insegne del fascio. Inoltre i trombettieri, che facevano squillare lo strumento a gloria della trionfatrice.

A gàrrigu piénu, su càrru !

Seguivano il secondo e il terzo carro, stipati di dame e gentil damigelle dai costumi smaglianti, pittoreschi, che lanciavano coriàndolos, stelle filanti e caramelle sul pubblico plaudente ed acclamante. Dietro i carri seguiva una carrètta, condotta a mano dal prof. Truddàra, nome stravagante per l'occasione, ma si era a carnevale e così per il sig. Lazzèri, che dispensava al pubblico saggi consigli della scienza medica. Dovevano essere due gran bell'imbusti -che a Chiaramonti non sono mai mancati- riconosciuti per la loro facile enfasi oratoria e, per l'occasione, anche graffiante. Già nei nomi l'indizio.

La popolazione, tutta, rimase felice di questa gioiosa esplosione e le vie furono cosparse di coriandoli e caramelle, tanto che, grandi e piccoli, si “tuffavano” a raccattarle.

Il servizio di vigilanza e sicurezza gestito dai militi che sgomberavano, quasi con forza, i lati de s'istradòne

occupati dal pubblico. Tutto andò per il meglio e non s'era mai visto, almeno in paese, una sfilata del genere, che non aveva nulla da invidiare alla città:

“...a festa passata è rimasto il ricordo, la Quaresima era lì con la sua calma tradizionale che incute in tutti un mistico senso di ravvedimento e di penitenza, ad espiazione dei peccati di gola e di lussuria commessa durante il carnevale“[2]].

E dopo, tutti genuflessi in confessionale, dal parroco don Giovanni Battista Cocco, benevolo quanto mai, ma risoluto nell'esigere s'àttu 'e dolòre.

Ho motivo nel credere che... uno solo bastasse!

 

Le foto sono dell'autore, che ringraziamo.

 


[1] Da annotazione del tempo (archivio Claudio C.)

[2] D da annotazione del tempo (archivio Claudio C.)

Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Marzo 2017 17:59
 
Commenti (1)
Tra balli e funerali
1 Sabato 11 Marzo 2017 15:33
Ange de Clermont

L'anno 1927 morirono sia mio nonno Giovanni Matteo Tedde, noto Tebachéra, già finanziere, emigrato in Francia e in Panama, partecipe per un anno alla Grande Guerra e infine felice mezzadro dei Baravaglia-Madau a Teriales, secondo la testimonianza di zia Maria Denanni sia la nonna materna di mia moglie, Domitilla Ruju in Mannu, di fatto gestrice del Tabacchino e di un negozio di coloniali in Piatta.


Lasciava sette figli, il primo Lucio, figlio di primo letto del marito Sebastiano Mannu. Di lei conserviamo le struggenti lettere d'amore a Sebastiano, noto Bottiglia, fine ciabattino (le aveva regalato un paio di scarpette tutte disegnate finemente) e vignaiuolo.


Il fratello della defunta Giovanni Maria divenne direttore didattico nel Cagliaritano, mentre il di lui figlio Paolo divenne Presidente della Corte d'Appello di Oristano (morto alcuni anni fa prematuramente) la cui figlia Patrizia Ruju è attualmente magistrato. Tutta gente che ha lasciato Chiaramonti senza più farvi ritorno.


Nonostante il fascismo le feste tradizionali non venivano dimenticate sia civili che religiose, anche se dubito che alcuni dei capifesta citati fossero praticanti, presi com'erano dal carnevale e dal carnale secondo la memoria orale, ma non scritta.


Queste "trance de vie paesane" aprono spiragli sulla vita dei nostri antenati.


Tra 90 anni, nel 2107, ci saranno claramontani per ricordare questi nostri giorni? O forse, archeologi, alla ricerca del sito chiamato Chiaramonti? Se le nascite continueranno a diminuire e la gente lascerà il paese come l'anno scorso (28 emigrati e 21 deceduti) avverrà davvero così!

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