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Ma è proprio vero che la legge è uguale per tutti? PDF Stampa E-mail
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Lunedì 20 Marzo 2017 00:00

Per la Costituzione siamo tutti uguali davanti alla legge; ma alcuni lo sono più di altri

di Carlo Patatu

La legge è (quasi quasi) uguale per tutti. Lo affermava la buonanima di Giovanni Guareschi, giornalista e scrittore, già direttore di Candido e autore delle vicende che videro protagonisti gli indimenticabili don Camillo e Peppone. Oltre mezzo secolo fa. Ma l’assioma è ancora attuale.

Soprattutto dopo l’esito del voto al Senato che ha salvato dalla decadenza Augusto Minzolini (noto Minzo), senatore di FI, già direttorissimo del TG1 e condannato con sentenza definitiva a due anni e mezzo di reclusione per peculato e truffa ai danni della Rai.

La legge Severino, infatti, prevede che chi subisce condanne superiori ai due anni di reclusione non può candidarsi ad alcuna carica pubblica e, se ne è titolare, deve essere dichiarato decaduto. Senza se e senza ma.

E qui viene il bello.

Mentre per sindaci e assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali la rimozione dall’incarico è automatica, per i membri del Parlamento si rende necessaria una deliberazione della Camera di appartenenza. Nel nostro caso, per l’appunto, il Senato.

Ed ecco che scatta il privilegio di orwelliana memoria: tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri[1]. Rispetto a noi, comuni mortali, deputati e senatori più uguali lo sono. Tant’è che, a seconda degli umori e delle circostanze, sono liberi di votare a favore o contro la prevista decadenza. In barba a quanto prevede la citata Legge Severino, licenziata dal Parlamento cinque anni fa e che, in proposito, non prevede eccezioni di sorta.

Ma allora, perché chiedere agli interessati di ergersi a giudici di sé stessi? E cioè di autocastrarsi? Non sarebbe stato più semplice demandare l’adozione del provvedimento di decadenza ai presidenti di Camera e Senato? Troppo semplice. I cosiddetti onorevoli, infatti, lungi dall’essere animati dal dovuto senso di Giustizia e da rispetto rigoroso per le leggi che essi stessi hanno approvato, votano un po’ come gli pare. Oggi in un modo, domani in un altro, più tardi chissà.

Da qui lo scandaloso caso Minzolini, il cui epilogo, per la verità, non stupisce, dati i tempi che corrono.

La crisi dei partiti - affermava nel 1974 l’allora presidente della Camera Sandro Pertini - ha gettato il Paese in uno stato di malessere profondo. Perché il problema è semplice: non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Ma Sandro Pertini, oggi, sarebbe considerato un giurassico, un personaggio fuori moda. Un sopravvissuto.

C’è da chiedersi se la democrazia possa reggere a lungo, in presenza di simili comportamenti da parte di chi siede a Palazzo.

La democrazia – è Abramo Lincoln che parla - è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo. Da noi pare che non sia proprio così. Personalmente sono più propenso a temere che, come sosteneva Winston Churchill, la democrazia funziona quando a decidere siamo in due e l'altro è malato. E poiché in questo frangente sono abbastanza pessimista circa il futuro dei nostri figli e nipoti, probabilmente non era lontano dal vero il cavaliere Benito Mussolini, quando furbescamente asseriva che regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano.

Di sicuro aveva ragione (e ce l'ha ancora) il Marchese del Grillo, che sbeffeggiò i poveracci di un'osteria romana dicendo: Io so' io e voi nun siete un cazzo!

Ma davvero siamo a questo punto?

A giudicare da quanto è accaduto in Parlamento sui casi Lotti e Minzolini (tanto per restare alla cronaca di questi giorni), ma anche a Genova sulle comunarie-farsa di Grillo, non si è indotti all’ottimismo.

Speriamo bene.



[1] Cfr. GEORGE ORWELL, La fattoria degli animali.

 

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