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Mercoledì 29 Marzo 2017 19:59

Chiaramonti nell’ottocento: Illeciti favori concessi dal Governo in danno degli abitanti dei comuni rurali

di Giorgio Falchi

Quando si dice il bel tempo antico!

Sovente richiamiamo il passato per decantarne il bello e quant’altro i nostri ricordi, viziati dagli occhiali rosa della nostalgia, ci riportano al presente.

Leggere, per credere, quanto Giorgio Falchi (1843-1922) annotava nelle sue cronache. (c.p.)

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Il governo sardo, non dissimile da quello di Spagna che lo precedette, per tenere viemaggiormente soggette le moltitudini concedette in Sardegna privilegi ed immunità al clero, alla nobiltà, agl’insigniti di titoli dottorali ed agli abitanti delle due primarie città dell’Isola.

Onde ne conseguì che la divisione degli animi produsse la discordia dei voleri dal maggior numero degl’individui, e quindi l’impotenza a conseguire dal Governo il giustamente dovuto, e facilitò allo stesso il mezzo di vieppiù angariare con l’imposizione di gravosi balzelli gli abitanti dell’Isola persuaso che gli stessi a causa della distensione degli animi di leggieri sarebbero alterati.

E di ciò si ha una piena (...) nei mezzi fraudolenti e vessatori adoperati dai preposti dal governo alla riscossione dei diversi tributi, giacché non paghi di farsi leciti d’inasprirli a piacimento per potere in breve tempo migliorare di condizione, altresì solevano prevalersi della forza pubblica per intimidire e far tenere gli angariati contribuenti.

Né agli stessi era menomamente concesso di ottenere dalla superiore autorità i richiesti provvedimenti. Perocché[1] i sognati benefici concessi dal governo alle classi privilegiate ed alle due primarie città dell’Isola facevano si che la condizione miserevole nella quale versavano gli abitanti dei comuni rurali avesse a rimanere indifferente al maggior numero dei cittadini ed alle stesse autorità locali.

L’ultrapotenza poscia concessa al clero mercé l’ausilio del braccio secolare, non solo riusciva a violentare le coscienze dei moltissimi, ma quel ch’è peggio, ad avvilire l’umana dignità, rendendo la mancipia[2] e vilipendio degli stessi indegni ministri del santuario, spesso investiti immeritatamente di dignità ecclesiastiche, usi di vendere le cose divine per arricchirsi e di ritenersi leciti di corrompere impunemente la purità dei costumi dei parrocchiani.

Infatti in questo villaggio, al pari degli altri della Sardegna, era concessa facoltà al clero di prevalersi del braccio secolare onde per più giorni tenere in prigione ed ai ceppi coloro che osato avessero di cantare di notte tempo nelle vie del popolato amorose canzoni nei giorni di venerdì e di sabato, oppure durante la quaresima.

Similmente era fatto lecito ai parroci di trarre in arresto gl’individui che avessero avute pratiche illecite con donne altrui, di privare di sepoltura in luogo sacro i periti di morte violenta, o morti in campagna sprovisti[3] di rosario o dell’abitino della Santa Vergine.

Ed altresì potevano i parroci in presenza del popolo percuotere per tre volte con una canna i novelli sposi, che si fossero fatti leciti di coabitare insieme prima della celebrazione del matrimonio.

Altronde il governo sardo non solo impedì agl’isolani di vendere granaglie e formaggio ai commercianti che non fossero piemontesi o liguri, acciò gli stessi avessero a conseguire rilevanti guadagni in seguito a mancanza di concorrenti nelle compere; ma eziandio impinguò le tasse dello Stato mercé le regalie del tabacco e del sale stato prodotto unicamente nell’Isola.

E quasi ciò non fosse bastevole per renderlo esecrato dai Sardi, mediante giudizii statari[4] inalzò numerosi patiboli, né si ritenne (il governo sardo n.d.c.) d’imporre una tassa per ponti e strade, nonostante tali opere pubbliche non fossero nell’Isola eseguite. E si attribuì la quinta parte del prezzo delle assicurazioni barracellari, sebbene tali compagnie dallo Stato non venissero sussidiate.

Dal fin qui detto potrà dedursi, che il paterno regime cotanto decantato di casa Savoia nella nostra patria lasciò molto a lamentare; stantechè[5] il governo che ci resse fu mai sempre autoritario, rapace e persino crudele.

E similmente il nostro clero nel maggior numero fu ignorante, corrotto di costumi, nonché portato sempre ad appropriarsi le vistose rendite delle chiese, onde riuscire a migliorare la condizione economica dei prossimi congiunti.


Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti – Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004, pagg. 281-283.

 


[1] Termine non più in uso: significa poiché, affinché, sebbene, per quanto.

[2] Termine non più in uso: sta per schiavitù, soggezione di persone da parte di altre che esercitano un potere assoluto.

[3] Così nel manoscritto.

[4] Dal latino statariu(m). Sta a significare che avviene sul luogo stesso. Nel nostro caso è sinonimo di sommario nelle espressioni di giudizio, processo ed esecuzione sul luogo stesso del delitto; specie in periodo di guerra.

[5] Sta per poiché.

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Marzo 2017 18:05
 

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