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Sos romagliettes[1] PDF Stampa E-mail
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Giovedì 13 Aprile 2017 23:21

Usanze e consuetudini pasquali vigenti a Chiaramonti nel tempo che fu

di Carlo Patatu

L’arrivo della Pasqua era atteso sempre con impazienza. Soprattutto dai bambini. I quaranta giorni della quaresima non passavano mai. In chiesa, le funzioni religiose si svolgevano in un’atmosfera già mesta. Ci si preparava gradualmente all’avvento della settimana di passione, che precede la Domenica delle Palme e la settimana Santa.

Mia madre, molto legata alla consuetudine, si dava allora un gran da fare a predisporre ogni cosa per i dolci pasquali. La presenza in casa di una mezza dozzina di figli, il parentado ‘largo’ e le persone di riguardo (parroco, medico, su ‘ighinu[2]...) consigliavano di fare molti pabassinos, copulettas, cozzulos de pistiddu, cadaginas[3], per accompagnare gli auguri tradizionali con qualcosa di tangibile.

Per la verità, mia madre si rassegnava volentieri a quella che, per lei, era la vera settimana di passione. Durante la quale, armata di bilancia e misurini, pesava farine, zucchero in cristalli e a velo, pecorino fresco, mandorle, uva passa e altre diavolerie che, messe insieme sapientemente come lei sola sapeva fare, una volta passate al forno a legna si trasformavano in prelibatezze che deliziavano i nostri palati. Non conoscevamo ancora le caramelle; del cioccolato avevamo sentito parlare soltanto nelle favole che ci raccontavano a scuola.

Le funzioni religiose della quaresima impegnavano quotidianamente i fedeli (in prevalenza donne) e i sacerdoti, che le officiavano assistiti da un nugolo di chierichetti, della cui schiera feci parte negli anni della mia infanzia. Il parroco Dedola, il suo vice don Masala e il vecchio canonico Grixoni, indossati i paramenti di colore violaceo, celebravano le consuete messe mattutine e le funzioni serali; il Venerdì pomeriggio c’era pure la Via Crucis cantata. Durante quella funzione, seguivamo mestamente il prete in corteo, sostando in preghiera nelle previste stazioni predisposte all’interno della chiesa.

Niente feste, né matrimoni durante la quaresima. Che doveva essere un periodo di penitenza e digiuno effettivi. In verità, a me non riusciva di comprendere perché mai dovessi ridurmi a subire volontariamente altre privazioni, in aggiunta a quelle che già c’imponeva lo stato di guerra. Che diavolo di peccati potevo avere mai commesso a quell’età, per dovermi sottoporre al digiuno settimanale e ad atti di contrizione nel segreto della mia coscienza o standomene inginocchiato in confessione davanti al prete? Ma tanto esigeva mia madre; e poi me lo imponeva il privilegio di essere chierichetto.

Durante la settimana Santa, le funzioni assumevano una solennità particolare e si svolgevano nella chiesa interamente parata a lutto. I simulacri dei santi erano ricoperti da panni viola; l’altare maggiore e le cappelle laterali disadorni, senza fiori; i canti liturgici intonati alla mestizia. Il Giovedì sera si svolgeva il lavaggio dei piedi degli apostoli, impersonati dai soci della confraternita di Santa Croce, i quali indossavano la tunica con mozzetta, cordone e copricapo bianchi. Quindi si legavano le campane, per non suonarle fino al giorno di Pasqua, in segno di cordoglio. In luogo dei rintocchi squillanti, a richiamare i fedeli in chiesa provvedeva il frastuono de sa matràcca[7], strumento curioso costruito con una tavola rettangolare spessa un pollice e dotata di uno o due ferri girevoli a forma di U incardinati su ciascuna delle due facce. Una maniglia collocata sul lato corto permetteva d’impugnarla a mo’ di valigia. Tenendola in posizione verticale e facendola ruotare per un quarto di giro, alternativamente a destra e a sinistra, sa matràcca produceva un rumore infernale. Figuratevi il fragore di una ventina di tali strumenti, agitati con insistenza e vigore da altrettanti ragazzi che giravano per le vie del paese.

giornata del Venerdì Santo si apriva di primo mattino con sa missa ‘e su fue fue[8], seguita da sas chircas mudas[9]. Durante quella funzione, celebrata seguendo canoni inconsueti e per me allora incomprensibili, il prete si allontanava di tanto in tanto dall’altare maggiore e si spostava da una parte all’altra della chiesa, percorrendo alternativamente e per intero le due navate; forse alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che, evidentemente, non riusciva a trovare. Da qui la denominazione de su fue fue. Finita la messa, si formavano due cortei distinti, rispettivamente con i simulacri della Madonna addolorata e del Cristo flagellato. A un certo punto, pur avendo seguito percorsi differenti, grazie a una regia sapiente e collaudata dalla consuetudine, le due processioni s’incrociavano nello slargo di Caminu ‘e cunventu[10]. Sempre al solito punto. Ci si fermava per qualche minuto, con le statue tenute immobili dai portatori, l’una di fronte all’altra. Poi i due cortei riprendevano in silenzio il rispettivo percorso, per rientrare in chiesa così come ne erano usciti, ciascuno per conto proprio. In breve: il Cristo e sua madre si erano incontrati, ma non si erano riconosciuti.

Il momento culminante della giornata era nel pomeriggio; quando, nel corso di una cerimonia lunga e complessa, si procedeva alla deposizione di Gesù crocifisso; ovvero a s’iscravamentu[11]. Nella chiesa solitamente affollata, i fedeli seguivano con partecipazione sincera le varie fasi di quel rito antico. Che tutti, ormai, conoscevamo a memoria; ma che continuava a emozionarci come la prima volta.

C’è da dire che il personaggio principe di quella rappresentazione sacra non era il Cristo in croce, bensì il predicatore. Era lui il protagonista vero della funzione liturgica del Venerdì Santo; colui che, parlando dal pulpito con voce altisonante, talvolta in lingua sarda e sempre senza microfono, sfruttando l’innata abilità oratoria (oltre che l’arte della retorica appresa in seminario), con accento commosso e a tratti persino indignato, era capace di far vibrare tutte le corde del sentimento in quella platea di persone semplici, devote e composte.

Al momento opportuno, si rivolgeva con enfasi a due centurioni, imponenti negli sgargianti costumi orientali e fieri nel portamento, ordinando di levare la corona di spine dal capo di Gesù crocifisso. Similmente procedeva per liberarlo dai chiodi delle mani e dei piedi. Dopo di che li invitava con tono accorato a deporre amorevolmente quel corpo martoriato sulla lettiga, già predisposta al centro della chiesa e ricoperta, a fare da materasso, con innumerevoli mazzetti di fiori campestri. Variopinti e profumati.

Finita la predica, si formava la processione, che si avviava a percorrere le strade del paese, seguendo l’itinerario tradizionale: Piatta, S’ulumu, Carruzu longu, Carrela ‘e s’Avvocadu, Littu, S’istradone e Carrela ‘e cheja[12]. Il simulacro del Cristo deposto era seguito dalla Madonna vestita a lutto; sul petto un cuore d’argento trafitto da sette spade, metafora dei sette dolori.

Al ritorno in parrocchia, i fedeli si mettevano ordinatamente in fila e si avvicinavano a turno alla lettiga poggiata su due cavalletti di legno collocati nella navata centrale, fra il pulpito e l’altare maggiore. Quindi, fatto il segno della croce, adulti e bambini baciavano compunti i piedi martoriati del Salvatore. Dopo di che, ricevevano dai priori di Santa Croce (un uomo e una donna) uno dei mazzetti di fiori che i soci di quella confraternita avevano confezionato pazientemente il giorno avanti, legandoli con filo da cucito. Romagliettes, diciamo noi nella variante locale del sardo.

Mia madre ne conservava sempre uno nel primo cassetto del comò; l’unico che chiudeva a chiave. Quel romagliette era per lei una specie di reliquia; un oggetto sacro da non profanare e da custodire con cura fino all’anno successivo, quando i solerti priori gliene consegnavano uno nuovo. Quello dell’anno precedente, ormai secco, veniva da lei distrutto bruciandolo con devozione.

Per i giovanotti la musica era diversa.

I romagliettes se li portavano a casa anch’essi; ma per tenerceli un solo giorno. La consuetudine voleva che, durante la notte della vigilia pasquale, quei fiori benedetti fossero deposti sul davanzale della finestra della ragazza del cuore. Inutile dire che le signorinette, tutte indistintamente, in segreto ambivano a essere destinatarie del bel gesto, cavalleresco e romantico a un tempo. Invece per i maschietti l’impresa da compiere non risultava sempre facile. Intanto perché si rendeva indispensabile collocare i fiori sulla finestra più alta della casa prescelta, al fine d’impedire che qualcuno li profanasse, portandoli via con facilità per poi riciclarli presso un altro recapito.

Manco a dirlo, nella circostanza ribollivano qua e là gelosie feroci, sempre difficili da governare. Non tornava gradito ad alcuno che un rivale in amore infiorasse la finestra della fanciulla che si desiderava ardentemente far propria. Anche quando, come capitava di frequente, i palpiti del cuore marciavano a senso unico. Ecco perché, onde evitare che l’omaggio floreale fosse profanato dai trafugatori di professione (ce n’era un gruppo molto attivo, in paese), si doveva operare possibilmente a notte fonda; persino in ore antelucane. Confidando di essere stati gli ultimi del giro; e quindi di avere collocato i fiori al riparo da possibili e sgradite manomissioni.

L’alternativa era quella di affidarsi a pericolosi esercizi di acrobazia, scalando i canali di scarico delle grondaie per raggiungere finestre o poggioli posti anche al secondo piano; ma non sottovalutando mai l’eventualità di dover fare i conti col padrone di casa. Che, svegliato di soprassalto da improbabili scalatori notturni, poteva non gradire l’impresa; e quindi reagire. Anche in malo modo.

Ma, attenzione! Tante premure, ispirate certamente da sentimenti nobili e rinforzate dalla tradizione, erano riservate esclusivamente alle ragazze geniosas, ossia simpatiche, affascinanti. Gli omaggi floreali, di solito anonimi, non recavano indirizzi di sorta che permettessero d’individuare le destinatarie. Qualche volta venivano accompagnati da bigliettini, ugualmente anonimi, contenenti frasi galanti del tipo non sono come l’ape che va di fiore in fiore, ma sono come l’edera: dove s’attacca muore.

Al contrario, per le signorinette pazosas[13], vanitose, superbe, e perciò antipatiche, il copione mutava radicalmente. I giovani che provavano sentimenti di avversione nei loro confronti (perché snobbati, traditi o respinti) si vendicavano cospargendo mucchi di paglia da lettiera sotto il portone di casa di quelle ragazze. Sottile e sminuzzata, la paglia s’infilava inesorabilmente negli interstizi del selciato, che allora lastricava tutte le strade dell’abitato. Pertanto non riusciva agevole, con un solo intervento, rimuovere ogni pagliuzza in modo radicale e definitivo.

In genere, l’inquietudine dell’attesa finiva col togliere il sonno alle donzelle della mia generazione. Durante la notte del Sabato Santo, esse si ripromettevano di vegliare, coltivando la segreta speranza di sentire, da un momento all’altro, il sospirato brusio che segnalasse la presenza di possibili corteggiatori in azione. Ma, alla lunga, la stanchezza finiva col far premio sul pur generoso desiderio di resistere al sonno incombente.

Ecco perché, la mattina di Pasqua, le ragazze balzavano dal letto di buon’ora e, prima ancora di stropicciarsi gli occhi, correvano ansiose alla finestra. Era irrefrenabile in tutte il desiderio di scoprire ciò che gli aveva riservato la sorte. Gioia grande per chi aveva trovato i romagliettes sui davanzali; musi lunghi se il portone risultava assediato dalla paglia.

A questo punto, le destinatarie dell’infiorata puntavano curiose a indovinare chi ne fosse il mittente. Cosa peraltro non sempre facile. Capitava pure allora di amare qualcuno senza essere corrisposti; e quindi di essere oggetto di attenzioni e di desideri non previsti, né sperati. Le cose potevano complicarsi se, come accadeva a casa mia (con quattro sorelle e qualche cugina ospite abituale), ci s’imbarcava in discussioni senza fine per individuare chi fosse la destinataria effettiva del romagliette.

Se poi di mazzetti ce n’era più d’uno, le cose si complicavano ulteriormente. Si dava pure il caso che talune ragazze fossero più gettonate di altre. Evidentemente stavano nelle grazie di più pretendenti. Locali e no. Esse, ovviamente, non mancavano di menarne vanto con le amiche fidate. Che, sforzandosi di fingere curiosità e compiacimento, di fatto schiattavano d’invidia.

Del tutto diverso, invece, l’umore di chi doveva fare i conti con l’aborrita paglia. In questo caso, madri premurose (e furenti) si alzavano di buonora e spazzavano con cura la strada al levar del sole, nel tentativo (di solito vano) di rimuovere dal selciato ogni pagliuzza. A dispetto di tanto impegno, qualche residuo, ancorché modesto, resisteva pur sempre, a testimoniare in pubblico tanta disistima.

E così, mentre per le strade si snodava solenne la processione pasquale, al termine della messa cantata delle dieci, invece che a seguire le orazioni e i salmi intonati a gloria dal parroco, i fedeli apparivano più interessati a mandare a mente la lista delle abitazioni marcate con la paglia. Di cui rimaneva comunque una traccia che, per quanto modesta, era sufficiente a mettere alla gogna le vittime di turno. Commenti acidi e maliziosi tenevano banco immancabilmente nelle chiacchiere di paese.

Ma soltanto per qualche settimana.


Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 109-115.

Auguri di buona Pasqua ai nostri lettori.

 


[1] Mazzetti di fiori di campo che ricoprivano la lettiga sulla quale veniva adagiato il simulacro del Cristo appena deposto dalla croce.

[2] I vicini di casa.

[3] Dolci tipici che, in occasione delle festività pasquali, si producono a Chiaramonti e in altri centri della Sardegna.

[7] Il crepitacolo o battola, strumento di legno atto a produrre un rumore... crepitante.

[8] Alla lettera: la messa del fuggi fuggi.

[9] Le ricerche fatte in silenzio dalla Madonna, per ritrovare il Figlio, tratto in arresto dopo la cena con gli apostoli.

[10] Ora largo Nicolò Vare.

[11] Alla lettera, a schiodare il Cristo; e cioè deporlo dalla croce.

[12] Stando alla onomastica stradale oggi vigente, il corteo, partendo dalla chiesa parrocchiale, si snodava per la via Vittorio Emanuele II (Piatta), piazza Indipendenza (S’ulumu), via Giorgio Falchi (Carruzu longu), largo Azuni (Carrela ‘e s’Avvocadu), via Grazia Deledda (Littu), viale Marconi e piazza Repubblica (S’istradone), via San Matteo (Carrela ‘e cheja); quindi il rientro in chiesa.

[13] Alla lettera: pagliose; e cioè vanitose, altezzose.

Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Aprile 2017 23:59
 

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