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Ritorno a Piluchi, al posto delle fragole PDF Stampa E-mail
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Giovedì 11 Maggio 2017 11:51

L’intervento di Narduccio Dessole alla presentazione del libro di Carlo Patatu “Il paese che non c’è più”

di Leonardo Dessole

Ho girato solo la prima pagina di “Il paese che non c’è più”. Come nei libri che piacciono, le altre si sono girate da sole per il linguaggio gradevole e chiaro, soprattutto per il contenuto.

Carlo non ha raccontato solo la sua gioventù ma anche la mia e, credo, quella di chi è cresciuto nei piccoli paesi di Sardegna in quegli anni lontani. Ci siamo resi conto di quanto siano stati difficili solamente quando il peggio era passato e per questo li abbiamo vissuti senza sofferenza: non avevano conosciuto tempi migliori ai quali confrontarli.

E poi, con l’ottimismo della gioventù respiravamo il nuovo clima di quando, anche nei nostri piccoli paesi, la speranza diventava progressivamente certezza, e si annunciavano le trasformazioni alle quali ha accennato Luisella nella sua bella presentazione del libro.

Così nel racconto colpisce la serenità dell’ambiente in cui si sono dipanate le vicende raccontate. Non c’è insomma il tormento che attanagliava il protagonista del film di Bergman “Il posto delle fragole” spesso richiamato nel libro di Carlo: il dottor Borg, il protagonista appunto, ha trasformato il suo viaggio verso Stoccolma in un’analisi della propria esistenza, amara anche se liberatoria.

Anche il libro di Carlo in fondo, è il racconto di un viaggio alla ricerca della gioia e della malinconia dell’infanzia e della gioventù. Un percorso sereno perché sostenuto da una famiglia premurosa, da amici simpatici in un paese che lo ha apprezzato e lo apprezza. Io, e quelli della mia generazione, non abbiamo potuto evitare di calarci nel ruolo e, forse più di chi non è così avanti negli anni, abbiamo potuto gustare aspetti velati dalla vivacità della narrazione e la bonaria ironia che talvolta traspare.

È stato inevitabile rivolgere il pensiero all’età dell’oro della nostra gioventù senza riuscire a soffocare la nostalgia.

Ciascuno di noi forse è già tornato al suo “Piluchi” personale, la campagna di nonno Pulina, il “posto delle fragole” dell’ingenua stagione della prima età, alla quale Carlo ha fatto ritorno da grande accompagnato da Tonina. Se non l’ha ancora fatto, dopo aver lasciato la macchina nel suo “Spurulò”, proseguirà il cammino verso il personale “posto delle fragole”, magari accompagnato da chi possa sostenerlo quando lo assalirà la malinconia.

E nel percorso verso la “sua” Piluchi si affolleranno nella mente i nonni Pulina, i genitori, i carrettieri, i barbieri, i suoi Mario Budroni e Lucio Cossu e tutti quelli che hanno popolato la gioventù.

Alla ricerca della verità e della realtà. “La realtà si forma solo nella memoria”. Le cose restano vive e reali nella memoria che le rende immortali. Lo ha detto Marcel Proust, l’autore di “Alla ricerca del tempo perduto”, il monumentale libro patrimonio dell’umanità, il cui titolo è stato usato da Carlo per l’ultimo capitolo della sua storia.

Tra l’altro, anche a Piluchi, quello vero di Carlo, è ancora vivo un teste, vicino alle abitazioni diroccate e invase dagli sterpi.

Non solo è solo sopravvissuto, ma si è ingigantito: è la sughera rimasta nella memoria come s’alvure ‘e banzigallella. Le sue fronde sono sempre più maestose, le radici stringono con forza la terra su cui si innalza. Ancora non ha ceduto al tempo e alle avversità; si è solo piegato per l’implacabile maestrale. Magari un giorno cadrà. Ci sarà qualcos’altro che ricorderà alle future generazioni il tempo perduto. Ci saranno altri “giardini delle fragole” e alberi per l’altalena.

Ci sarà anche questo libro che racconterà non solo la gioventù di un personaggio stimato, ma una stagione della vita. Di Carlo e nostra. Il tempo va avanti. Inarrestabile.

Qualche tempo fa, in difficoltà a far girare un programma sul mio computer, ho chiesto aiuto al più grande dei miei nipoti. Riccardo ha preso il mio posto e mi ha illustrato i diversi passaggi necessari per risolvere il mio problema.

Finita la spiegazione, mi ha lasciato il posto dicendo: ”Adesso, prova da solo”. Sotto l’occhio vigile del mio maestro tredicenne ho svolto il compito meritando, credo, la sufficienza.

Il ribaltamento dei ruoli non mi ha turbato. Riccardo non voleva urtare la sensibilità del nonno anziano. Non mi voleva “rottamare” (parola che mi auguro scompaia presto dal vocabolario e dal linguaggio, soprattutto se riguarda persone. Nessuna persona è “scarto”).

Né io mi sono risentito. Ho invece avuto la conferma che mio nipote stringeva già nelle sue mani il testimone nella corsa di staffetta che è la vita degli uomini.

Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Maggio 2017 17:18
 

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