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Ricordando Pinuccio Sciola PDF Stampa E-mail
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Martedì 11 Luglio 2017 11:14

La conferenza della figlia Maria sullo scultore Pinuccio Sciola (1942-2016) occasione per ricordare che il rapporto fra Sciola e il Circolo “Logudoro” di Pavia era nato nel segno di sant’Agostino

di Paolo Pulina

Il Circolo culturale sardo “Logudoro”, presieduto da Gesuino Piga, nel pomeriggio di sabato 17 giugno 2017, a un anno dalla scomparsa, ha organizzato un incontro in memoria dello scultore Pinuccio Sciola (S. Sperate, CA, 15 marzo 1942 – Cagliari, 13 maggio 2016).

La manifestazione si è svolta nell’auditorium collegato alla basilica di S. Pietro in Ciel d’ Oro, nella quale sono custoditi i resti di sant’Agostino.

Protagonista della manifestazione è stata la figlia dell’artista, Maria, che – appassionata divulgatrice dell’arte del padre – con l’aiuto di foto, documenti, ritagli stampa ne ha ricostruito l’eccezionale percorso di maturazione artistica: da contadino abituato a modellare argilla e a scolpire pietre a scultore assurto ai più elevati livelli di considerazione presso i più importanti musei del mondo grazie alla sue geniali “pietre sonore”, che vengono così definite: «sculture di grandi e piccole dimensioni (principalmente calcari o basalti) che risuonano una volta lucidate con le mani o con piccole rocce.

Le proprietà sonore delle sculture sono realizzate applicando le incisioni parallele sulla roccia. Queste sculture sono capaci di generare dei suoni molto strutturati, con differenti qualità secondo la densità della pietra e l'incisione, suoni che ricordano il vetro o il metallo, strumenti di legno e perfino voce umana».

La testimonianza della figlia Maria è stata integrata dal documentario “Born of Stone” del regista sardo Emilio Bellu e da un’esibizione di alcune pietre sonore create da Pinuccio.

Il rapporto fra Sciola e il Circolo “Logudoro” di Pavia è nato nel segno di sant’Agostino

Nell’anno giubilare 2000 e in collegamento con la ricorrenza del centenario della definitiva ricollocazione (avvenuta il 7 ottobre 1900) delle reliquie di sant'Agostino nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro (esse, agli inizi del 1800, in seguito alle devastazioni dell'età napoleonica che colpirono anche quella basilica, erano state messe al sicuro presso la Cattedrale di Pavia), l'Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia (allora guidato da Delio Todeschini), la Comunità Agostiniana di Pavia (allora diretta dal padre priore Gianfranco Brembilla) e il Circolo sardo "Logudoro" (presieduto da Gesuino Piga) collaborarono, con significative operazioni culturali e religiose, allo scopo di valorizzare la figura di sant'Agostino, personaggio storico e dottrinario di straordinaria importanza, e di qualificare correttamente la basilica di San Pietro in Ciel d'Oro come “chiesa di sant'Agostino” in particolare presso la cittadinanza pavese, la quale la identifica spesso come “chiesa di Santa Rita”.

L'iniziativa coinvolse anche Casei Gerola, paese dell'Oltrepò pavese dove, secondo lo storico della Diocesi di Tortona (Mons. Clelio Goggi), Liutprando si recò per accogliere le spoglie di sant'Agostino, arrivate via mare da Cagliari a Genova e da lì indirizzate verso la tappa finale di Pavia.

Attraverso i contatti con don Vincenzo Fois (rettore della chiesa di Sant'Agostino a Cagliari) e con lo stesso Pinuccio (scultore all’epoca già noto a livello internazionale, creatore del paese-museo di San Sperate, in provincia di Cagliari) nonché con le massime autorità cagliaritane sia civili che religiose si configurò a Pavia per il 7 ottobre 2000 e a Casei Gerola (vicino a Voghera) per l’8 ottobre un programma celebrativo particolarmente importante, cui purtroppo non poterono partecipare i vescovi di Pavia, di Cagliari e di Tortona per il concomitante impegno a Roma per il Giubileo dei vescovi.

La mattina del 7 ottobre, a Pavia, presso la basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, fu celebrata una messa solenne officiata dal padre superiore d'Italia degli Agostiniani, padre Giovanni Scanavino, il quale insistette sull'attualità, a distanza di secoli, degli insegnamenti del santo. Di forte richiamo e suggestione fu l'accompagnamento del coro sardo “Lachèsos” (25 componenti) di Mores (in provincia di Sassari), che eseguì anche alcuni “gosos” (canti religiosi in lingua sarda) in onore di sant'Agostino.

Dopo la cerimonia religiosa don Fois donò alla Comunità Agostiniana di Pavia una stele, una scultura in pietra, raffigurante “sant'Agostino dormiente”, opera di Sciola, il quale non poté essere presente a Pavia per un ineludibile obbligo connesso alla preparazione di una mostra in Germania (ma l'artista volle che una sua scultura in legno, intitolata “donna africana”, che intende rappresentare la donna di cui Agostino ci parla nelle “Confessioni”, venisse prestata per qualche tempo alla visione dei pavesi e dei turisti).

La preziosa opera di Sciola scolpita nella pietra, intitolata “Sant’Agostino dormiente”, è esposta, con una targa memore del nome dell’artista donatore, nella cripta della Basilica, mentre la scultura in legno è stata restituita a Cagliari.

Di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi nel centro Europa, Sciola fece una tappa a Pavia per un incontro con il citato Assessore provinciale alla Cultura Todeschini, con il consulente esperto d’arte Giorgio Forni e con il sottoscritto, allora funzionario dell’Assessorato. Sciola propose una mostra delle sue ormai notissime pietre sonore (portò ampia documentazione fotografica e un esemplare in miniatura) presso i Giardini Malaspina, adiacenti alla sede dell’Assessorato, i quali però – essendo recintati con mura molto alte – avrebbero potuto ospitare i grossi massi “lavorati” da Sciola solo se adagiativi superando l’ostacolo con l’azione della benna di qualche potente bulldozer.

In un successivo incontro Sciola mostrò le sue terrecotte e l’Assessore decise in un istante che si poteva farne una mostra. Fu così che nell’atrio della Sala dell’Annunciata, dal 20 aprile al 6 maggio 2001 fu allestita l’esposizione “Genti di bidda mia”, alcune decine di preziose sculture in terracotta presentate in vetrinette chiuse, mirabilmente raffiguranti personaggi/tipo della ordinaria vita paesana in Sardegna. Fu pubblicato anche un piccolo catalogo (stampato da Press Color a Quartu Sant’Elena) con foto a colori delle terrecotte e con scritti dell’assessore Todeschini, di Paolo Pillonca (in italiano e in sardo) e una breve biografia di Pinuccio.

Le pietre sonore di Sciola non poterono essere mostrate a Pavia, ma per un certo tempo, tra una esposizione e l’altra, per evitare che esse facessero avanti-indietro fra il continente e la Sardegna, come da richiesta di Pinuccio, furono “ricoverate” in Oltrepò pavese, in un grande magazzeno, reperito per interessamento di Mario Chessa, allora componente del Consiglio direttivo del “Logudoro”.

Il 27 aprile del 2003, per iniziativa del “Logudoro”, nell’Aula Foscoliana dell’Università, il prof. Alberto Crespi presentò il suo volume su “Sciola scultore”, edito da Jaca Book, contenente una suggestiva raccolta di fotografie riproducenti molte significative opere dello scultore.

Notazione finale

Come ha scritto Mattia Lilliu, del Circolo sardo ACSIT di Firenze, «in occasione della presentazione della sua mostra “Semi di Pace, Suoni di Pietra” (ottobre 2013) a Firenze, presso la basilica di Santa Croce, dopo un’anteprima nel Cenacolo della basilica alla presenza di professori universitari, critici d’arte e funzionari istituzionali, Sciola prese con sé uno dei suoi tanti “Semi di Pace” e si recò di fronte alla tomba che contiene le reliquie del Buonarroti.

E lanciò la “sfida” a Michelangelo: “Michelangelo deve sapere che la pietra suona, è viva, parla, nonostante lui fosse convinto del contrario. E oggi, qui, davanti a lui, glielo dimostrerò”.

Così, di fronte ad un pubblico affascinato dalla sua performance, lo scultore sardo poté comunicare con Michelangelo, smentendo le sue convinzioni. “Ma non era colpa sua!”, subito spiegò Sciola. “Michelangelo, dopo aver terminato il suo Mosè talmente realistico da fargli esclamare “Ma perché non parli!”, aveva ragione nel credere che la pietra non fosse in grado di esprimersi. Infatti il marmo statuario da lui utilizzato ha delle proprietà fisiche che non gli permette di suonare. È questo il motivo per il quale il suo Mosè non poteva parlare. Però era giusto che lui sapesse che la pietra è l’elemento più vivo che esiste e che mantiene la memoria di tutto. E ora lo sa, gliel’ho detto”, ribadì Sciola, che confessò: “Penso sia stata l’emozione più grande e intensa della mia vita. Un mio sogno si è finalmente avverato” ».

Come ha ricordato la figlia Maria, due settimane prima della scomparsa, Pinuccio Sciola si trovava a San Pietro in Vincoli (Roma) all’interno della manifestazione “La Voce della Pietra/ StoneTales” che aveva voluto essere un “dialogo” tra il marmo (muto) di Michelangelo e le Pietre Sonore di Pinuccio Sciola («Un appuntamento che racconta la storia della terra. Un colloquio tra Pietre, apparentemente amorfe, che per mano dell’uomo conquistano la vita») e anche qui svelò di fronte al Mosè di Michelangelo la risposta alla famosa domanda dell’artista rinascimentale: “Perché non parli?”.

Se a Firenze (di fronte alla tomba di Michelangelo) e a Roma (davanti al “Mosè”), Sciola ha dialogato direttamente con Michelangelo, a Pavia, la scultura di pietra di Sciola (che contiene lo “spirito” della sua arte) avrà agio di dialogare con l’Arca marmorea (posta al centro del presbiterio, sopraelevato sulla cripta), che custodisce le reliquie di sant’Agostino; con l’umile tomba, murata nell'ultimo pilastro della navata destra, di Liutprando (il pio re longobardo per il cui interessamento le spoglie di Agostino furono riscattate “a gran prezzo” dai saraceni tra il 720 e il 725 e fatte trasportare a Pavia da Cagliari); e, proprio, nella cripta, con l’urna che conserva i resti di Severino Boezio, il filosofo consigliere del re ostrogoto Teodorico che, incarcerato a Pavia nel 524 con l'accusa di praticare arti magiche, fu poi da questi fatto giustiziare.

La chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro è nominata da Dante (nella “Divina Commedia”, nel decimo canto del “Paradiso”), proprio in riferimento a Severino Boezio: “Lo corpo ond’ella fu cacciata giace / giuso in Cieldauro; ed essa da martiro / e da essilio venne a questa pace”.

Ultimo aggiornamento Martedì 11 Luglio 2017 12:30
 

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