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Bada che, quando sarò al governo, ti toglierò la scorta PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 09 Agosto 2017 23:40

di Carlo Patatu


“Quando sarò io il capo del Governo, ti sarà tolta la scorta; peraltro inutile”. Questa la fatwa[1] appena pronunciata da Matteo Salvini nei confronti di Roberto Saviano.

La sua colpa? Quella di Saviano, intendo dire.

Essersi espresso pubblicamente, col prestigio morale che gli è proprio, a favore di chi si adopera, in qualche modo, per salvare quanti più disperati di ogni età affidano quotidianamente la propria vita e le proprie speranze a imbarcazioni fatiscenti, messe a disposizione da scafisti senza scrupoli. Per giunta, a caro prezzo.

Non desidero, al momento, entrare nel merito delle posizioni sugli immigrati più volte manifestate sia da Saviano che da Salvini. È materia ormai nota a chi ci legge.

Mi pare interessante, invece, soffermarsi sulla sparata di un capo politico, leghista duro e puro, che si propone, non appena avrà varcato la soglia di Palazzo Chigi (se mai riuscirò a varcarla), di togliere la scorta a un giornalista-scrittore, reo di dire quel che pensa in assoluta autonomia e che, proprio per questo, i camorristi vorrebbero far sparire quanto prima dalla faccia della terra.

Un bel programma, non c’è che dire.

Ve lo immaginate un aspirante capo di governo che condisce il proprio progetto amministrativo con una minaccia tanto miserabile? No. Io non riesco a immaginarmelo. Nemmeno dopo avere letto di quella idiozia. Tant’è che è ben lungi da me l’idea che un personaggio come Salvini possa essere eletto dagli Italiani per governarne il futuro e le sorti.

Non ai troppi trombati e neppure a taluni personaggi squallidi, che ancora ne usufruiscono indegnamente, si minaccia di togliere la scorta; ma a un giornalista-scrittore che gestisce il solo potere delle proprie idee e che, con coerenza e coraggio, è capace di mettere in piazza con efficacia le debolezze e i vizi che albergano nei Palazzi romani, e non solo, oltre che le malefatte poste in essere dalle truppe assoldate da Camorra et similia.

Si tratta di un atteggiamento, quello di Salvini, che mi ricorda un po’ qualche modesto aspirante sindaco di paese, accecato da antipatia personale e pertanto voglioso di dispensare vendetta invece che giustizia.

Poco importa, poi, sottolineare che l’assegnazione o la revoca della scorta a chicchessia non rientra nelle competenze del Presidente del Consiglio. E che tale compito è posto in capo a un’autorità collegiale avente carattere amministrativo e non politico.

Salvini è di tal fatta.

Ma un merito ce l’ha: non si nasconde dietro un dito e la dice tutta così. Come la pensa. Lui parla alla pancia degli elettori e sovente gli riesce pure bene, a quel che pare.

Ma fino a un certo punto, credo.

È pensabile che gli elettori seguano fino in fondo un tal personaggio? Tutto è possibile. Altre esperienze tristi del passato e dall’epilogo tragico o drammatico stanno qui a ricordarcelo.

Ma Salvini non passerà. Non ci credo. Non può passare.

Mi fa rimpiangere il vecchio e squinternato Senatur.

 



[1] Nella religione islamica, sentenza in materia giuridico-religiosa, emessa da un mufti e che ogni fedele musulmano è temuto a rispettare.

 

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