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Nell’Isola senza Calipso PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 23 Agosto 2017 18:15

Come sopravvivere nell’Arcipelago senza uno straccio d’imbarcazione che ti consenta la libertà di andar per mare spingendoti al largo

di Carlo Patatu

Sento forte la nostalgia della mia amata Calipso, la barca a vela che, per quasi un trentennio, mi ha regalato stupende veleggiate nelle acque cristalline dell’Arcipelago. E che ho ceduto pochi mesi fa per ragioni di età. La mia, non della barca.

Confesso: mi sento orfano.

Vivo in una condizione per me nuova. È un po’ come essere costretti ad andare esclusivamente a piedi, dopo molti decenni di scorribande in macchina. E la cosa, ve lo assicuro, non è da accettare a cuor leggero. Anche perché, a ben vedere, non posso nemmeno sperare di porvi rimedio in futuro. C’è un tempo per ogni cosa, mi pare di avere letto nell’Ecclesiaste, tanti anni fa.

Anche per governare una barca, dunque. Specie se a vela.

Devo pertanto rassegnarmi a fare vita unicamente da terragno, accontentandomi di osservare da uno scoglio chi se ne va per mare o, al massimo, accettando l’offerta di ospitalità di qualche amico, che pure non manca.

Ma non è la stessa cosa.

Quando sei tu e tenere saldamente fra le mani la barra del timone; quando sei tu a decidere la rotta e le relative andature è altra cosa. È una sensazione ben diversa, quella di essere ospite, dall’avere la responsabilità di chi naviga insieme a te e di quanto l’imbarcazione porta con sé. Oltre che della barca stessa.

Ricordo con malinconia le veleggiate invernali intorno alle isole dell’Arcipelago, soprattutto nei mesi fra Gennaio e Maggio. Con traffico zero. Col mare ripulito dalle sventolate invernali e i cespugli di lentisco, cisto, ginestra ed elicriso in prima, precoce e profumata fioritura. Per tacere dei cosiddetti “Fiori di Garibaldi”, più noti a me come “Buongiorno”.

Non so se vi è mai capitato di approdare a Cala Corsara in perfetta solitudine. Voi soltanto e l’immensità di quella cala stupenda, incorniciata da rocce dalle forme più strane. Vi sentite, a quel punto, padroni; ma non solo di Spargi, bensì del mondo circostante. Titolari e fruitori di un tesoro unico concesso a pochi altri, in quelle condizioni felici.

Ricordo pure quando, in previsione dell’esame per il conseguimento della patente nautica, insieme ai miei figli Giovanni e Wladimiro andavo sovente a esercitarmi nella Baia di Nelson, dove il vento gioca brutti scherzi e costringe anche velisti esperti a manovre non sempre facili. Figurarsi l’impaccio mio e le tante mie risposte inadeguate alle situazioni che, a mano a mano, si presentavano in presenza di raffiche importanti. Comandi concitati, ordinando di cazzare o lascare randa e genova, prendere qualche mano di terzaroli, manovrare il vang o scarrellare. Tenendo sempre un occhio attento al boma. Che, nelle andature di poppa, può basculare da dritta a sinistra e viceversa, provocando così capocciate ben pericolose ai danni di chi si trova nel posto sbagliato.

Ecco perché, essendo io di origini e di cultura agro-pastorali, al mare ho sempre dato del lei. Così mi è stato insegnato e così ho fatto. Sempre. Anche quando, specie agli occhi dei figli, le mie precauzioni potevano apparire eccessive.

Ora che trascorro la mia prima vacanza senza Calipso, me ne vado spesso sugli scogli di Tegge e me la godo osservando il traffico, specie di vele, che si svolge davanti ai miei occhi, che guardano a occidente. È chiaro come il sole che, a quel punto, non vorrei essere lì; ma là. A governare quelle vele e a spassarmela contrastando o assecondando il vento, guardandomi dalle onde anomale sollevate da cafoni che pilotano panfili giganteschi e ti passano accanto veloci, nella convinzione di essere i soli padroni del mare.

A quel punto, parafrasando il Manzoni del 5 Maggio, chiudo un attimo gli occhi e dei dì che furono mi assale il sovvenir...

 

 

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