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Curiosità sarde dalla Mostra sui Longobardi a Pavia PDF Stampa E-mail
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Domenica 10 Settembre 2017 12:50

Il direttore creativo e artistico  della grandiosa mostra pavese è il sardo Angelo Figus - In Sardegna nessuna parola longobarda, ma la curiosità di una famiglia in cui due figli hanno nomi di re longobardi

di Paolo Pulina

“Longobardi. Un popolo che cambia la storia” è una mostra straordinaria aperta al Castello Visconteo di Pavia dal 1° settembre al 3 dicembre 2017, al MANN di Napoli dal 15 dicembre 2017 e al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo da aprile 2018.

Indubbiamente si tratta di un grande evento internazionale: Nord e Sud Italia uniti per la più importante esposizione mai realizzata sui Longobardi.

La mostra è eccezionale perché rappresenta il punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali.

Come ha scritto “La Provincia Pavese”, «a firmare la grande e ideale “carta geografica” fatta di 1200 metri quadrati di tessuto, che accompagna l’esposizione, è Angelo Figus, fashion designer 42enne, considerato una delle figure più creative nel panorama internazionale della moda. Studi di architettura a Milano, il diploma in Fashion design ad Anversa, collaborazioni da Parigi a Shangai e riconoscimenti per il suo atelier milanese. Curatore dei filati di Pitti Immagine ma anche allestitore creativo di mostre come la monografica di Missoni a Londra ed “Eurasia” a Cagliari (poi esportata all’Ermitage, come accadrà anche alla mostra pavese sui Longobardi)»:

Sottolineato doverosamente il geniale apporto alla mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” da parte dello stilista sardo Angelo Figus (nato a Cagliari nel gennaio 1975) nella sua veste di direttore creativo e artistico, sulla scia di un suggestivo articolo di Giorgio Boatti “Condominio longobardo a Pavia” (pubblicato il 20 agosto sulla “Provincia Pavese”), in cui si citavano parole di origine longobarda che sono ancora oggi riconoscibili non solo nella lingua italiana ma anche nel dialetto pavese, ho voluto verificare se risultano nella lingua sarda eredità lessicali di derivazione longobarda.

Per far luce sul tema, non potevo ovviamente prescindere dalle ricerche di Max Leopold Wagner, uno dei più importanti studiosi di lingue romanze del ventesimo secolo, annoverato ancora oggi tra i maggiori conoscitori della lingua e della cultura sarda. Nato nel 1880 a Monaco di Baviera, si laureò in città con una tesi su “La formazione delle parole in sardo”, passò quindi allo studio della “Fonetica dei dialetti sardi meridionali”. Dal 1925 al 1927 effettuò diversi soggiorni in Sardegna, visitò 20 paesi della Sardegna intervistando, con l’aiuto di un questionario di circa 2.000 vocaboli, decine di informatori locali per effettuarvi le rilevazioni lessicali da destinare all’ “Atlante Linguistico Italo-Svizzero” curato e pubblicato da Karl Jaberg e Jakob Jud tra il 1928 e il 1940. Dopo la pubblicazione del manuale “La lingua sarda: storia, spirito e forma” (1950), Wagner si trasferì a Washington ma non smise di occuparsi della lingua sarda: infatti, fino alla morte (1962) curò la redazione del monumentale “Dizionario Etimologico Sardo”. Ci ha lasciato oltre 450 scritti, di cui più della metà dedicati alla lingua e alla cultura sarda.

Ebbene, nel volume “La lingua sarda” (nella traduzione italiana curata dallo specialista Giulio Paulis e pubblicata da Ilisso di Nuoro nel 1997), la risposta di Wagner, assolutamente negativa riguardo alla presenza di termini di ascendenza longobarda nella lingua sarda, viene argomentata così: «Nel 552 Totila, re dei Goti, s’impadronì della Sardegna che era allora difesa da un troppo scarso presidio militare; ma già l’anno seguente i Bizantini riuscirono a riconquistare l’isola dopo il crollo del regno ostrogoto. I tentativi longobardi di conquistare l’isola (599) furono frustrati dagli stessi Sardi, e consta che né i Longobardi né i Franchi riuscirono a radicarsi in Sardegna. (Dal secolo X in poi si diffuse la credenza che la Sardegna dal dominio bizantino fosse passata a quello dei Longobardi e poi caduta sotto l’impero dei Franchi. Questa credenza fu originata da un passo del venerabile Beda. Le atrocità commesse dagli Arabi in occasione dell’invasione di Mugâhîd avevano trovato un’eco in tutta la cristianità; Beda descrive questi avvenimenti e racconta che il re longobardo Liutprando, per evitare che le reliquie di Sant’Agostino, rimaste in Cagliari, fossero di nuovo profanate dagli infedeli, mediante una somma di denaro le fece trasportare a Pavia)».

Sull’azione di Liutprando così si esprime Paolo Diacono nella sua “Storia dei Longobardi”: «Liutprando, sentendo che i Saraceni, devastata la Sardegna, infestavano anche quei luoghi ove un tempo, per salvarle dalla profanazione dei barbari, erano state trasportate e onorevolmente sepolte le ossa di sant’Agostino vescovo, mandò dei messi e, pagando una forte somma, le ottenne, le trasportò a Pavia e le ripose con l’onore dovuto a così grande padre».

A parere di Wagner anche il termine «“gáya”, in campidanese “gherone della camicia” [cioè lo spicchio di stoffa a triangolo utilizzato per allargare le camicie] non può essere il longobardo gaida, come credeva il Guarnerio e altri studiosi, giacché i Longobardi non hanno mai fatto dimora nell’isola, ed anche per ragioni fonetiche; è senza dubbio prestito dal catalano “gaya” che ha lo stesso significato».

Una curiosità più unica che rara dell’influenza di alcuni nomi longobardi nell’onomastica sarda (dominata dai “classici” Gavino, Efisio, Maria Antonia, Giovanna, ecc.) la posso certificare, grazie all’informazione che mi ha dato Renzo Caddeo, presidente del Circolo sardo “4 Mori” di Rivoli (Torino), originario di Musei (paese del Sud Sardegna) e residente in una località della cintura torinese.

Alla madre di Renzo capitò di leggere un libro sulla storia dei Longobardi. Ne restò entusiasta e decise di chiamare il primo figlio Agilulfo e il secondo Alboino.

Dopo due nomi per così dire “ordinari” (Giuseppe per il terzo e Renzo per il quarto figlio), la madre tornò alla carica e avrebbe voluto chiamare Teodolinda la quinta nata. Il padre questa volta si oppose decisamente e ottenne che la quinta e la sesta figlia venissero chiamate rispettivamente Giustina e Dorotea: sì, quindi, ai nomi di un’imperatrice romana e di una martire cristiana, no a Teodolinda regina dei Longobardi (già sufficientemente rappresentati in famiglia!).

Ultimo aggiornamento Domenica 10 Settembre 2017 16:11
 

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