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Le incombenze non scritte di un Sindaco PDF Stampa E-mail
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Giovedì 28 Settembre 2017 12:38

Quando il capo dell’Amministrazione deve necessariamente occuparsi anche di questioni che nessuna legge prevede; ma che lo obbligano ugualmente a non tirarsi indietro

di Carlo Patatu

Il Sindaco, Statuto alla mano, rappresenta il Comune ed è responsabile dell’amministrazione; presiede la Giunta e il Consiglio; sovrintende al funzionamento degli uffici e dei servizi comunali; ha competenza, potere d’indirizzo, vigilanza e controllo sugli assessori e le strutture gestionali; coordina gli orari degli esercizi commerciali e degli uffici pubblici del territorio… etc., etc., etc.

Queste cose sapevo, sia pure all’ingrosso, quando, nella primavera del 1970, proposi ai chiaramontesi la mia candidatura a Sindaco di questo Comune. Mai avrei immaginato che, sedendo sullo scranno di Primo Cittadino, sarei stato chiamato a esplicarne ben altre di funzioni. Che nessuna norma prevedeva; ma che la Comunità, invece, mi avrebbe chiamato a esercitare.

Pertanto anche quei compiti svolsi. Talvolta con piacere, talaltra con una certa avversione; ma senza tirarmi mai indietro. Affrontai quelle situazioni, anche se imbarazzanti e persino sgradevoli, come doverose. Così come, da bambino, bevevo controvoglia la mia dose quotidiana di ricostituente: un cucchiaione di olio di fegato di merluzzo. Disgustoso e nauseabondo, ma efficace.

Fu così che mi capitò, in un paio di circostanze, di dirimere controversie insorte tra fratelli e sorelle nel dividere equamente l’eredità di famiglia, dopo la morte dei genitori. Fui chiamato in causa come Babbu ‘e sa popolassione[1], così era ancora percepita la figura del Sindaco. Posi una sola condizione ai richiedenti, che erano pure cari amici: l’accettazione incondizionata delle mie decisioni. Senza appello. Essi accettarono e le questioni furono risolte.

Mi capitò pure di riportare a casa, dai genitori in lacrime, la salma di un ventenne morto d’incidente in un paese vicino. Come pure di vestire, nella camera mortuaria dell’ospedale, il corpo inanimato di un altro giovane compaesano che la vita l’aveva persa andando a sbattere, con una macchina che non guidava, contro un palo della luce. Che tristezza!

In altra occasione mi toccò, insieme a un assessore e a un consigliere, di dare una mano al custode del cimitero per interrare la salma di un poveraccio, deceduto in perfetta solitudine, in assenza di parenti. All’epoca tale operazione era eseguita con la collaborazione di familiari e amici del defunto. Le agenzie funebri erano di là da venire e ci si arrangiava alla buona, confidando nel tradizionale aiuto scambievole delle prestazioni, usanza non ancora del tutto scomparsa nelle piccole comunità.

Sorvolando su tanti altri episodi, lieti e tristi, curiosi e a volte stravaganti che mi videro protagonista in quella stagione, desidero raccontare quello che, più di altri, mi è rimasto impresso nella memoria, perché fuori dall’ordinario, oltre che molto penoso.

Un giorno si presentò in ufficio un anziano e mi disse che il proprio fratello minore, col quale peraltro non aveva più rapporti, da oltre una settimana non dava segni di vita. Non usciva più di casa da alcuni mesi, per la verità; il portone restava sbarrato e nessuno osava bussarvi. Ma, attraverso la finestra, l’uomo calava un cestino con dei soldi e chiedeva ai passanti il favore di comprargli qualcosa da mangiare e da bere.

“Io ho la chiave di casa – disse il mio interlocutore – ma non mi azzardo a prendere alcuna iniziativa. È possibile che sia morto, pertanto ti chiedo d’intervenire”.

Mi feci consegnare la chiave, chiamai il maresciallo dei Carabinieri e gli chiesi di farmi compagnia.

Bussai al portone indicatomi con energia e per almeno tre volte, prima di sentir provenire dall’interno una voce flebile che chiedeva chi fossi.

“Sono il Sindaco, fammi entrare”.

“Non posso muovermi”, fu la risposta.

Infilai la chiave nella toppa ed entrai, seguito dal maresciallo. Fui investito subito da una zaffata, da un fetore indicibile che, sul momento, non riuscii a decifrare. Dalla cucina passai nella stanza attigua, in penombra perché la finestra aveva le imposte socchiuse. Spalancai tutto e così potei vedere, su un letto in disordine, qualcosa che pareva muoversi con fatica. Sotto un cumulo di coperte e lenzuola che non erano più tali, giaceva su un fianco il padrone di casa, con un barbone che lo rendeva irriconoscibile, i capelli scarmigliati e gli occhi infossati che fissavano il vuoto.

Rispondeva con monosillabi alle mie domande, mostrando imbarazzo per la condizione in cui si trovava e, soprattutto, per ciò che gli stava intorno. C’è da dire che quella casa, e non so bene il perché, non disponeva di alcun allaccio alle reti idrica e fognaria dell’abitato. Sui pavimenti della stanza e della cucina erano disseminati pentole, tegami, casseruole, vasi, vassoi e contenitori di vario tipo, tutti ripieni di escrementi e urina, accumulatisi nel corso dei mesi dacché l’uomo aveva deciso di non uscire di casa. Da qui l’odoraccio che pareva soffocare me e il maresciallo.

Che fare?

Bisognava, innanzitutto, liberare quella casa dai rifiuti che le facevano da arredo puzzolente e poi sistemare in qualche modo quel poveraccio. Chiamai un paio di operai che lavoravano in un cantiere comunale perché provvedessero allo sgombero di quanto c’era da portare al mondezzaio. Costoro, visto di che si trattava, si rifiutarono persino di mettere piede all’interno della casa. Il titolare del servizio di nettezza urbana mi disse chiaro e tondo che avrebbe effettuato gratis il trasporto di quei materiali alla discarica, ma che non aveva uno stomaco tanto robusto per manipolare quella roba.

E allora?

Lasciando il maresciallo sul posto, andai a casa (ero ancora scapolo) e indossai una vecchia tuta mimetica che usavo per certi lavori. Quindi chiamai mio fratello Tore e compare Giovannino Pinna, consigliere comunale, raccontai l’accaduto e conclusi:

“Non c’è altro da fare, tocca a noi!”.

Pur malvolentieri, affrontammo decisi la situazione e, nel volgere di alcune ore, liberammo la casa da quella robaccia. Portammo via dal letto coperte e materasso zozzi, che sostituimmo con altra biancheria che, nel frattempo, il maresciallo aveva portato dalla caserma. Quindi demmo sotto di ramazza e ripulimmo alla buona i locali, sotto lo sguardo indiscreto di alcuni curiosi ammassati per la strada.

Fatto ciò, cedemmo il campo alle dame di carità: tia Cischedda Truddaju, tia Maria Tolis e Rosaria Gallu. Le quali rifinirono a dovere le pulizie dei locali, lavarono per bene il padrone di casa e lo rimisero a letto dopo averlo rivestito con biancheria pulita. Compare Giovannino, che è barbiere, completò l’opera radendogli barba e capelli.

Ma il nostro lavoro si rivelò del tutto inutile: due giorni dopo il poveretto morì.



[1] Padre del Popolo.

 

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