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Un chiaramontese in Spagna PDF Stampa E-mail
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Lunedì 02 Ottobre 2017 00:05

1939: lettera di un legionario

di Claudio Coda

In questi giorni è notizia del referendum per l'indipendenza della Catalogna.

Senza entrare in merito alle decisioni di proporre una consultazione referendaria - non autorizzata e per di più di un altro Paese, che non è il mio- mi limito a richiamare alla memoria una lettera che un volontario paesano - camicia nera, classe 1909, appartenente alla Divisione “III GENNAIO ”- inviò al Comandante capo manipolo, Giulio Falchi, del locale reparto del M.V.S.M.[1]

La missiva partiva dal fronte spagnolo, durante la Guerra Civile, un conflitto fratricida fra nazionalisti, contro la Repubblica e i repubblicani, pro Governo legittimato. I primi, a seguito della vittoria, portarono al potere il Generalissimo Francisco Franco, aiutato dalla Germania hitleriana e dall'Italia fascista.

Contemporaneamente, in nesso a quel periodo, il bombardamento tedesco -con i micidiali Condor- di Guernica, città basca di cui Picasso, nel 1937, rappresentò il dramma in un’imponente tela, non solo per dimensioni -mt 7,76x 3,49- che ho potuto ammirare al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia in Madrid.

Rientro nella questione, ecco il testo della lettera:

“Mi arruolai volontario per la Spagna negli ultimi mesi del 1936 e poi partimmo per la Spagna (da Salerno n.d.a.) e ai primi del gennaio 1937 iniziammo le battaglie e dopo aspri combattimenti in diversi settori si venne alla battaglia di Guadalajara iniziatasi il 7 marzo, dove si affermò l'eroismo dei nazionali spagnoli e noi legionari italiani.

Il 13 mentre combattevamo su tutte le linee venne un momento in cui cadde gravemente ferito il tenente Migaleddu Salvatore, io suo attendente lo sollevai portandolo al riparo in attesa che ci potessimo salvare. Ma fu vana la speranza perché poche ore dopo siamo stati raggiunti da una pattuglia armata dell'esercito russo e fatti entrambi prigionieri. E qui ha inizio la mia dolorosa peripezia. Il tenente Migaleddu fu portato all'ospedale e io venni totalmente spogliato del vestiario e rivestito con una giacca e pantaloni vecchi di tela leggerissima.

Ma non basta ancora!

Un sergente, di nazionalità russa, che mi teneva in custodia, mi ha sottoposto a dure sevizie e maltrattamenti di ogni genere arrivando a colpirmi duramente a pugni stretti sulla faccia, sino a farmi cadere tutti i denti e sorridermi poi beffardamente dopo essersi saziato di tanto disprezzo senza che io mi potessi difendere. Il 14 marzo, dopo i primi interrogatori, fui fatto proseguire per Madrid e messo in una cella sotterranea delle prigioni sino al giorno 16 dello stesso mese. La notte del 16, verso il mattino, scortato da russi venni portato, con numerosi altri, alla città di Valencia dove ho passato nove mesi di carcere duro nella fortezza di San Michele.

Il 23 dicembre 1937 venni di nuovo trasferito e destinato alle prigioni di Gandia dove fui trattato ancora più duramente che a Valencia dai carnefici rossi che arrivavano a lasciarci mezzo nudi e senza mangiare. Basti dire che per ogni sei prigionieri veniva distribuita una pagnotta che poi veniva divisa in sei parti. Così ogni giorno. Il resto acqua. Questa tragica esistenza si è prolungata ancora per altri 10 mesi nelle prigioni di Gandia, finché finalmente venne la liberazione. E così che dopo aver sofferto 19 mesi di prigionia e di guerra, il 18 ottobre 1938 venni definitivamente liberato e mandato per due mesi negli accampamenti per la quarantena e poi all'ospedale per le cure necessarie.

Ora, dopo tanto penare, rientrerò in seno alla mia famiglia, e sarò accolto dagli amici e dai paesani”.

Giovanni Luigi Brozzu


[1] Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Ottobre 2017 23:23
 

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