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La violenza inutile della Guardia Civil PDF Stampa E-mail
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Lunedì 02 Ottobre 2017 20:19

Il governo di Madrid, che pure aveva la ragione giuridica dalla propria parte, con l’intervento armato si è posto decisamente da quella del torto, compattando gli indipendentisti catalani

di Carlo Patatu

E così siamo giunti al redde rationem[1], al giorno del giudizio direbbe Salvatore Satta[2]. Il referendum sull’indipendenza della Catalogna si è finalmente concluso. Pur se condotto con modalità certamente poco limpide e piuttosto pasticciate. Per responsabilità, a mio modo di vedere, sia dei promotori che del Governo centrale.

Come ci è stato abbondantemente chiarito, la Costituzione spagnola vieta i referendum popolari in materia di indipendentismo. Pertanto l’iniziativa promossa dalla Generalitat della Catalogna era ed è indubbiamente illegale. Su questo versante, Rajoi e i suoi ministri hanno ragione da vendere.

Ma, la storia ce lo insegna, i movimenti popolari, quando animati da un’idea rivoluzionaria qual è quella dell’indipendenza, non vanno sottovalutati, ma presi sul serio. A tali iniziative, se non gradite, ci si può opporre con la ragione, innanzitutto, lasciando il braccio armato della legge come extrema ratio[3], come ultima spiaggia. Quando cioè tutti gli argomenti posti sul tavolo della discussione non trovano almeno un punto di convergenza nei contendenti.

È cosa grave impedire a un popolo di esprimersi su un qualunque problema. Il diritto di dire la sua deve essere garantito sempre. Salvo, poi, valutarne i risultati sul piano della legittimità costituzionale e agire di conseguenza.

Torniamo un attimo a casa nostra. Lombardia e Veneto hanno indetto i rispettivi referendum, che si terranno a breve, sulla richiesta di una più larga autonomia. Reclamano, lombardi e veneti, il riconoscimento di una maggiore libertà in materia di autogoverno. Soprattutto sulla fiscalità. Perché impedirglielo? Come sappiamo, quei referendum non avranno alcun valore sul piano costituzionale. Ma sono convinto che ne avranno su quello politico. Per cui Governo e Parlamento non potranno far finta di niente.

Ebbene, ritengo di poter ribadire, per quanto può valere la mia opinione, che i catalani hanno avuto torto a promuovere un’iniziativa che la Costituzione vieta. Ma a quel pezzo di Spagna non può essere negato il diritto di esprimersi su un tema scottante qual è la rivendicazione dell’indipendenza.

E allora?

Sono convinto che Madrid, previo avvertimento circa la illegittimità del referendum indetto e sull’inefficacia di qualunque risultato conseguito, avrebbe dovuto lasciare alla Generalitat di Barcellona la libertà di portare a termine senza veti la consultazione popolare. Dichiarandone poi la nullità per inosservanza del dettato costituzionale e irrogando eventuali sanzioni, se previste, a carico dei promotori. Che, a quel punto, avrebbero di certo chiamato in causa tribunali amministrativi, Consiglio di Stato e Corte Costituzionale. Il che avrebbe richiesto tempi non brevi.

Frattanto, gli animi surriscaldati si sarebbero raffreddati, lasciando così spazio al dialogo e alla ricerca di una soluzione conveniente e dignitosa per entrambe le parti. C’è da dire, inoltre, che la consultazione se svolta in un clima sereno e senza forzature, avrebbe consentito di operare il conteggio esatto di chi aveva partecipato al voto e di chi era rimasto a casa, oltre che dei Sì e dei No. Con qualche possibile sorpresa finale circa la consistenza effettiva degli indipendentisti. Sappiamo com’è finita in Scozia e da altre parti.

Invece il governo centrale ha ostentato la mano pesante, mandando in trasferta migliaia di agenti della Guardia Civil, i quali hanno esibito i muscoli, si sono introdotti con la forza nei seggi elettorali e, cosa assai grave, negli uffici della Generalitat. A conti fatti, sono oltre ottocento i feriti. Ma la lesione più grave è quella inferta alla dignità di un governo autonomo locale, del quale è stata violata la sacralità della sede. Perché? Con quali risultati?

Infine è da registrare negativamente l’assordante silenzio del re Felipe VI e dell’Unione Europea. Non avevano proprio niente da dire su quanto stava accadendo nei giorni scorsi a Barcellona e dintorni? Quel silenzio preoccupa non poco.

D’ora innanzi, tutto sarà più difficile. Le divergenze fra i contendenti, grazie all’azione di Madrid, sono aumentate, le diffidenze e gli odi reciproci si sono acuiti. Il dialogo e ogni forma colloquiale risultano banditi.

Si riuscirà, da quelle parti, a ricondurre il tutto alla ragionevolezza? Siamo in tanti, ne sono certo, a sperarlo; ma in pochi a crederci sul serio.

Auguri, mia diletta Spagna!


[1] Significa rendi il conto. La locuzione è tratta dal Vangelo di Luca, 16.2.

[2] Scrittore nuorese (1902-1975), autore del libro Il giorno del Giudizio, Adelfi, Milano 1979

[3] Ultima possibile linea d'azione, estremo rimedio ultima possibile soluzione. V. Gaio Giulio Cesare in De bello civili.

 

 

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